Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.
L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway). Anche i poeti, soprattutto i poeti. Quelli che non rispettano il racconto, cioè, o se lo rispettano ne minacciano almeno l’equilibrio, inzeppandolo di lirismo; peccando – forse – di eccessiva bellezza.
Brian Turner è un poeta americano, ha un viso che ricorda vagamente Brian Cox, è stato un soldato e ha scritto, con estrema intelligenza, un romanzo per frammenti sulla guerra. Centellinando, senza troppa fatica, quella bellezza senza ordine che spaventa gli amanti delle immagini. Il risultato è questo: ‹‹I soldati entrano nella casa, i soldati entrano nella casa. I soldati, determinati e annoiati e brucianti di adrenalina, entrano nella casa fra grida e bestemmie e lampi d’arma da fuoco, miccia detonante e munizioni a palla da 5,56mm. I soldati entrano nella casa con il camuffamento pixellato, le manette flessibili, luci chimiche, segni sulle porte, nastro isolante. […] I soldati entrano nella casa con la bandiera del loro paese cucita sulla manica dell’uniforme››.
È un momento abbastanza centrale di La mia vita è un paese straniero, pubblicato in Italia da NN per la collana La Stagione e tradotto, onore al merito, da Guido Calza. Sta a metà strada fra un ritorno e un raid, ed è l’ossessione del sergente Turner: la guerra in casa, la casa in guerra, e lui ubiquo, scomposto tra l’Iraq e l’àncora fedele del letto di sua moglie. Come uno dei tanti corpi smembrati su cui, nelle descrizioni, Turner indugia, quasi ritenesse la separazione – sia organica che emotiva – una pena più grave della morte, che pure i soldati ben frequentano. A modo loro.
‹‹Freyja è la dea dell’amore e della fertilità, della battaglia e della morte. Freyja ha diritto a metà dei guerrieri morti eroicamente in battaglia […]. Quando, posizionato sulla curva liscia del grilletto, il polpastrello del dito indice invita il proiettile a uscire nel mondo, è Freyja che udiamo nel colpo di fucile. Nello sparo delle armi leggere udiamo gli antichi tamburi che chiamano dal palazzo in mezzo al prato, da quell’accampamento eterno, il campo militare in cui risiedono i guerrieri morti››.
Ma la guerra secondo Turner, che ha all’attivo le raccolte di poesie Here, Bullet (2005) e Phantom Noise (2010), non è affatto ultramondana, anzi, è una scappatoia personale, un’esperienza che non ha ragioni politiche ma solo vita individuale, tanta vita (da perdere), che viaggia sulle labbra secche, sulle bottiglie colme d’urina, sui tipi, per un profano davvero sorprendenti, di cicatrici che causano la morte. L’autore riserva il lirismo per aspetti come questi, che ironicamente non lo richiedono, e leviga ciò che è veramente forte, ovvero le emozioni. Frammento 126: ‹‹Ricordo mia madre che domanda: “Insomma, se non ti spiace dirmelo, che pillole devi prendere, tesoro?”››. Frammento 114: ‹‹Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta?››. Domande senza risposta immerse in pagine stranianti, prive di numerazione. Le uniche risposte del sergente Turner risalgono a prima delle guerre, e riguardano – come tutto – la costruzione di sé, per come ci si immagina.
‹‹Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché a un certo punto della vita dell’eroe, l’eroe deve dire Giuro››. E, nel caso di Turner, onorare la memoria di suo padre e di suo nonno, e di suo bisnonno e di un suo trisavolo, tutti impegnati in una guerra diversa ma sempre americana, quasi a comporre un’unica vita trascorsa, come da titolo, in un paese straniero. Brian, Callimaco a Mosul, percepisce questa vita stratificata come un cammino che porta verso lui, e pazienza se il suo vessillo è la guerra. Di notte, si immagina drone che sorvola l’Europa, il Giappone, il Vietnam, registrando battaglie sovrapposte, un territorio piagato che sembra il corpo dei suoi compagni d’armi – o la sua mente, a seconda.
Il territorio come i corpi, due ferite che si fondono. È un’altra tematica del libro, ma vissuta da osservatore, perché riguarda – appunto – i paesi stranieri: gli altri. ‹‹[…] il sangue cominciò a fluire fra le crepe, nelle strade e nei parchi di Istanbul. Inondò tutto, traboccò nelle aiuole, si sparse fra i cimeli e le statue e le opere esposte al Museo archeologico, dove Polimnia si portava un dito alle labbra e ammutoliva. Il sarcofago di Alessandro si rovesciò e il sangue ne rivestì l’interno. Il sangue si riversò nella antica Cisterna Basilica sotto la città, dove, nell’acqua tiepida, una testa marmorea di Medusa alla base di una colonna guardò negli occhi i pesci, che mutati in pietra si inabissarono trovando la morte››. E così via, il sangue continua a scorrere. Come scorre il sangue di José Arcadio in Cent’anni di solitudine, o l’olio che sembra piscio del demonio in Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia: l’inondazione, il liquido scrosciante, in letteratura è sempre simbolo di una perdita disperata, un’emissione minacciosa che trasforma chi ne segue il flusso. In Turner, in più, ricorda che la ferita inferta ai civili è una ferita inferta al vecchio mondo, evocando, ben lontano dal pensare di Eisenhower, un riscatto morale dell’America militare.
Bellicosa, sì, anzi bellica. L’America di Brian Turner, scagliata contro i mondi da cui si è formata, riflette coscientemente su se stessa e ritrova, se non le cause, quantomeno gli effetti – che, lo sappiamo, sono le cause del futuro. I suoi soldati sono gli uomini che creano il mondo. Che hanno creato il mondo che quest’epoca conosce, l’Europa libera e il Medio Oriente in ginocchio, ergendo, su tutto, il tendone del capitalismo. Sono persone semplici, colme di insicurezze e di incoscienza, ma, all’improvviso, diventano ‹‹giganti che osservano la vita di qualcun altro in scala. Stanno fermi nel grande flusso della Storia – passata, presente e futura – e lo risucchiano tutto››.
Poi, nel caso di Brian Turner, tornano uomini per riempirlo con le giuste parole. Attingendo all’altro flusso, quello del Racconto, che è testimonianza e restituzione.
Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
