pirsig

Era un po’ di tempo che volevo scrivere un articolo su Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, ma poi, a causa di mille impegni divora vita, non sono riuscito a mettermi comodo e provare a buttare fuori due pagine di Qualità accettabile. E oggi, stamattina, leggo che Robert Pirsig non c’è più.

Lo Zen e l’arte… l’ho letto, riletto, straletto e quando mi si è presentata l’occasione di poterci lavorare assieme a degli studenti americani, l’ho colta al volo.

Appena saputo della sua morte mi sono chiesto quanti potranno essere i libri che una volta letti si piazzano in fondo a te stesso per non uscire più? Tre, quattro? Tanti quante, credo, le persone che si possono amare durante una vita. Per quel che mi riguarda, i libri sono tre, e lo Zen è uno di questi. Una sera, non tra le più felici della mia vita (un ultimo dell’anno, per giunta), prima di uscire di casa, fermo a fissare la mia libreria, non sapendo cosa fare di me, dei miei sogni e progetti, ho preso in mano lo Zen per leggerne alcune parti con la speranza di trovare pace e conforto. Funzionò, quasi funzionò. Quando poi è venuto il momento di uscire e rimetterlo a posto, mi tornò in mente mia madre, che nei periodi in cui l’angoscia le schiacciava il cuore leggeva qualche pagina da un vangelo tascabile: copertina blu notte con scritto “Vangelo” in caratteri di un bellissimo bianco luna. Che lo zen sia diventato per me un testo sacro?, ho pensato. Di certo è stato Il libro che più ho regalato, assieme, mi pare, a Il dono di Nabokov. Come regalo è stato sempre un fiasco, passava qualche mese e mi sentivo dire: “Oh, quel tuo libro sullo zen… Difficile cazzo!” Oppure: “Fino a un certo punto l’ho seguito, poi, quando comincia a parlare di filosofia non ci ho capito più niente e ho messo via… magari, boh, più avanti lo riprendo”.

Non è difficile, tutto tranne che difficile, e non perché io sia intelligente. Anzi, sono di gran lunga più i libri dai quali, una volta letti, la sensazione che ricavo è quella di non averci capito niente. Di Pirsig ho subito sentito la voce, i bisogni di fondo che lo hanno spinto a salvarsi la vita scrivendo lo Zen. La prima volta che lo lessi, come poi è successo per tutti i libri per me fondamentali, non ci avevo capito granché, ma avevo sentito tutto, tutto quel che per me c’era da sentire. Rileggerlo quindi è venuto naturale. E poi, lettura dopo lettura, concetti e filosofia hanno preso forma. Quel che però mi aveva più toccato era lo spirito del libro, il tono, la voce del narratore, il corpo dei suoi pensieri e come questo corpo maneggiasse la realtà.

Di cosa parla, poi, lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta? Delle poche cose che contano: legami, relazioni, rapporto tra padre e figlio e quanto sia dura liberarsi dell’idea che i rapporti si fondino sulla logica soggetto e oggetto (cosa o persona che sia). Ed è anche la storia della piega che prende il rapporto tra un padre e suo figlio. Il primo ha perso la voce, non riesce più a trovare il tono giusto per parlare con il figlio e quello non lo riconosce, è smarrito e molto, molto spaventato. Pirsig come esempio di relazione utilizza la motocicletta (ovviamente si può sostituire la moto con qualsiasi altra cosa: scrivere, vivere una storia, cucinare; e comunque: mai avuto una moto in vita in mia): uno la guarda e vede forme, valvole, tubi, bulloni, rondelle, come se un gigante di ghisa avesse partorito un dobermann; se poi col piede spingi una levetta, quella creatura emette un luccicante, teso grrrrrr. E se qualcosa andasse storto? Beh, non venite a dirmi di metterci le mani, perché la moto è libertà, è boooorn to be waaaaild! E non è certo stare lì a svitare, avvitare e rovistare tra le feci d’acciaio, o sa il diavolo di cosa siano fatte quelle budella dalle parti del motore.

Attenzione, però: un atteggiamento di questo tipo uno poi se lo porta sempre appresso, non solo in sella alla moto, ma anche quando sei con tua moglie, con tuo figlio, con la vita. Finché uno dà gas e quel che ti sta attorno si muove, funziona, sembra funzionare: tutto bene, ma se si rompe qualcosa, se le cose non si muovono più o si muovono malissimo, come si fa? La risposta sarà: non ditemi di metterci le mani perché avere un figlio vuol dire fare il padre: regole, affetto, consigli, e così via. E lo stesso vuol dire fare il marito, o la moglie. Ci sono dei ruoli, delle regole, lette in una specie di libretto delle istruzioni che poi è quel miscuglio di esperienze e moniti che ci sono venuti addosso fin da quando siamo nati.

È raro che si  vada a vedere se le istruzioni contenute nel libretto siano buone o meno. Ci atteniamo a quelle, anche perché solitamente siamo poco inclini a mettere in discussione noi stessi e chi ce l’ha tramandate. Io sto qui e l’oggetto sta lì. E quindi, esempio, se devo accudire un neonato il mio compito è pulirgli il sedere, sfamarlo e tenerlo caldo, right? Ma ognuno sa bene che quei gesti sono niente, anzi sono tossici se si limitano a essere semplicemente prassi, protocollo, burocrazia dell’accudimento e non sono invece mossi da qualcosa che Pirsig chiama Qualità. Tutto va a rotoli, il bambino si disintegra, non si crea quello che il Robert Pirsig della psichiatria ha chiamato Attaccamento. Cioè a dire non si crea legame, relazione, nutrimento emotivo. E quel neonato si auto annienta e quindi smette di vivere, letteralmente. O se sopravvive diventerà freddo e duro come una pietra, come Joe Pesci in Goodfellas.

Bisogna mettersi nella condizione di vederla, la moto. E per vederla devo imparare a guardare, a stare là, fermo, vivo, e cercare di sentire che ogni conduttura, ogni curvatura, ogni tubo, ogni cinghia, fascetta, vite e forma sono innanzitutto pensieri che hanno preso corpo e sono diventati oggetti. La moto è un pensiero, anzi un insieme di pensieri assemblati e tenuti assieme, e ogni più piccolo pensiero-vite è frutto di un percorso, di decisioni, responsabilità, di problemi risolti e altri risolti solo parzialmente e quindi migliorabili. La moto è quindi una cosa viva che si modifica a ogni istante. Quando la monto quella parla, comunica, si manifesta. Tutto sta nell’avere il coraggio di entrarci in relazione: averla a cura, che vuol dire averla a cuore, tenerci, con tutte le difficoltà mostruose e momenti di impasse che tenere a qualcosa significa.

Se c’è Qualità in quello che facciamo è inevitabile che le cose funzionino. Questo il pensiero proposto da Pirsig. Il guaio è che è dura da matti spremere Qualità nelle cose che facciamo. A pensarci, da consumatori incalliti, il termine “qualità” ormai fa venire in mente per lo più oggetti costosi: “vini di qualità”, sigari, auto, costruzioni, ecc. (ancora peggio se davanti alla parola “qualità” ci si mette l’aggettivo prima). Meglio pensare allora alla Qualità come l’essenza di qualcosa, come la radice quadrata di un oggetto, il suo centro, il suo spirito. Pensarla come un derivato dalla parola Quale: Qualità.

La Qualità è sostanzialmente il centro, il cuore di ogni cosa, sia questa un gesto, un discorso, la lettura o scrittura di un libro, un’azione. Ogni movimento di un individuo ha una Qualità che può essere alta o bassa. Ogni cosa, per esempio questo articolo che sto scrivendo, può avere una Qualità alta o bassa, e non mi sto riferendo alla sola e un po’ mignottesca bellezza, ma qualcosa che ha che fare con la disponibilità di contattare il centro di una cosa. Tenere gli occhi aperti e non lasciare che lo spirito sia sedotto dal rumore, mai ammutolito dalla paura, sempre diretto verso il centro, a toccare e farsi toccare.

La Qualità può quindi prendere corpo solo da una  formidabile presenza a se stessi e a quel  che ci sta di fronte: siano le parti di una motocicletta o un pomeriggio con nostro figlio. Fa strano scrivere queste frasi “paulocohele”, per così dire, che sembrano sprizzare banalità. Eppure, se un individuo stesse davvero di fronte a qualsiasi avvenimento della realtà capirebbe che gli uomini sono una “maggioranza che conduce una esistenza di quieta disperazione”. Ecco, posarsi, aprire gli occhi, toccare e farsi toccare, qualsiasi cosa si faccia: fosse solo tagliare una fetta di formaggio o dare un bacio. Ed è inevitabile che una esistenza in cui la Qualità si è insediata diventi una vita viva.

Cosa è in sostanza la Qualità? Non abdicare a se stessi e anzi, restare immobili a osservare cosa precisamente avviene dentro di noi, caos compreso, e provare a esprimerlo. Ovviamente è impresa eroica stare in perenne contatto con quel che proviamo. Se ce la si mette tutta si resiste forse una mezza giornata: troppo dolore, troppa vergogna e troppa paura esprimere ciò che si prova a chi ci sta di fronte. Farsi vedere. Infatti chi Pirsig propone come uomo di Qualità è l’eroe omerico che non si tira mai e poi mai indietro. Le volte che ho provato a stare in contatto con me stesso sono stato quasi subito disarcionato da terrore, vergogna, confusione, dubbi che ti gelano arti e pensiero; la mia personale burocratzija psichica impediva ogni movimento spontaneo; il desiderio di impressionare gli altri; ogni azione veniva fuori senza centro o col centro tutto spostato lontano dal centro, poca verità. Eppure, le volte che ci sono riuscito… accidenti! Vero, non puoi misurarla e non puoi spiegarla, ma sentivo che la Qualità era dappertutto. Ci vuole un sacco di coraggio, roba da eroi, o da persone tremendamente disperate.

Dal 1857, cioè da Madame Bovary in avanti, nei romanzi non si fa che incontrare protagonisti che sono in un posto ma vorrebbero essere da tutt’altra parte e con tutt’altre persone. Emma Bovary cena con suo marito:

Ma era soprattutto nelle ore dei pasti, in quella piccola stanza a pianterreno, con la stufa che fumigava, la porta che cigolava, i muri che trasudavano, il pavimento umido, che ella sentiva di non poterne più; le sembrava che tutta l’amarezza della vita le venisse servita sul piatto; col fumo del lesso, salivano fiotti di disgusto dal fondo dell’anima sua. Charles mangiava con lentezza. Lei rosicchiava qualche nocciola o, appoggiata sul gomito, si divertiva a tracciare strisce con la punta del coltello sulla tela cerata.

Il narratore dello Zen prepara un sandwich:

Apro il pacchetto della colazione: formaggio svizzero, peperoni e crackers. Taglio prima il formaggio, poi con estrema cura, a fettine precise, i peperoni. Il silenzio permette di fare tutto nel modo giusto. Taglio prima il formaggio e poi con estrema cura i peperoni.

Già. Azioni fardello, due momenti del quotidiano, la prima in cui lei non è lì, non vuole essere lì e neppure ci pensa a voler essere lì, ma è sempre altrove, il modello di pensiero, che effettivamente è ancora quello corrente, di voler essere sempre da un’altra parte, emotivamente assenti. Quell’altro invece tiene un atteggiamento tutto diverso, è disposto a lasciarsi saturare, riempirsi i polmoni da ogni attimo, anche da cose (apparentemente) noiose come prepararsi un panino. Ogni azione la compie con grande presenza, con una sorta di pignoleria in stato di grazia. Non è tanto l’azione, ma l’atteggiamento che conta e riscatta: anche quando si parla, si guarda, si ascolta, si tocca, si fa l’amore. Sempre lì, provare a stare, per sentire cosa il nostro commentatore interiore registra, sente e dice.

C’è una intervista, davvero bella, a Saul Bellow, in cui racconta come scrive. Il lavoro più importante, dice, è preparare il terreno al commentatore interiore che vede e sente tutto, solo quella è la voce autentica; basta un niente e si nasconde, provi a spingerlo e fugge via.

Bellow dice del pizzicore che sente all’inizio, prima che pensiero e linguaggio inizino a fare casino, qualcosa dentro di lui sente e vede qualcosa, l’unico suo scopo è fare in modo che il commentatore interiore esprima ciò che ha sentito, sempre lì, vigile e acuto, nel presente. E poi a casa, a scrivere quel che si è vissuto. E visto che “L’umanità è spinta a progredire da vaghe impressioni di cose troppo oscure per il linguaggio che essa possiede”, bisogna concentrarsi sulla realtà pre-intellettuale, i momenti di cui parla Bellow, quello che poi Pirsig chiama Qualità.

Gli scrittori autentici, anzi, gli scrittori di Qualità: gente costantemente intenta nello sforzo di portare coi piedi a terra quell’oltre, essere accurati anche, anzi soprattutto, nella tenebra. E riportare quell’adesso che prende corpo (e non uso l’espressione “prendere corpo” così, a caso) nell’oltre; cosa c’è là, sotto la superficie delle cose, ma non solo; cosa c’è nelle cose, cosa vuol dire trovarsi in mezzo alla vita. Ciò che conta è stare nel presente e dire quel che si vede una volta che siamo immersi nella realtà fino al collo.

Schnitzler, Fuga nelle tenebre, lo mostra bene che in mezzo alle cose c’è un dolore che ti fa impazzire, come anche il suo erede Bret Ellis. Basta fare due passi a lato del rumore bianco e le tenebre si rapprendono e ti braccano. Come se lo intuissimo tutti, ma pochi, pochissimi si dirigono nel, per così dire, meridiano di sangue.

Tagliare formaggio e peperoni rimanendo presenti a se stessi non sembra chissà quale impresa, segnala però un atteggiamento, una postura emotiva da tenere, quelle cioè di restare presenti anche quando la vita prenderà sembianze di drago.

Questa in fondo è la lezione che ho imparato dai “miei” scrittori americani (americani poi per modo di dire, visto che in mezzo ci sono anche Amis e Nabokov): il tentativo incessante di occupare la realtà con una scrittura corporale, i sensi agili e addestrati, capaci di ragionare come una mente lucidissima e affamata. Stare di fronte al fascio di realtà, vulnerabili e nudi, andargli incontro e sentire quello che c’è da sentire.

Ragazzi! che ammirazione sconfinata.

Grazie a Barbara Setti

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4 commenti

  1. Articolo- chiave, mi ha aperto la porta per provare a rileggere Pirsing, se riuscirò a reggere l’atto di guardare dentro l’abisso-adesso.

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Autore

FB@minima.it

Filippo Belacchi lavora tra Fano e Firenze. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Cinque racconti e una resa dei conti (Pequod Italic 2011) e nel 2015 il racconto Desolation Row. Insegna Letteratura Comparata alla Gonzaga University a Firenze. Ha scritto saggi su Vladimir Nabokov, Don DeLillo e Martin Amis.

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