minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.
di Elena Magnani
Diceva Bertolucci che un regista è come un voyeur: che fare cinema è come spiare dal buco della serratura, quello della porta dei tuoi genitori. “E tu li spii, e sei disgustato… e ti senti in colpa… ma non puoi fare a meno di guardare”. A vedere Elle ci si sente così: un po’ perversi, un po’ a disagio, combattuti tra la voglia di seguire e quella di distogliere lo sguardo. Paul Verhoeven mette in scena un racconto amorale e conturbante, che costringe i suoi spettatori – e i suoi personaggi – a misurarsi con il cuore della propria ipocrisia: la vergogna.
Michèle Leblanc è una donna apparentemente indistruttibile. Ha una bella casa, un bel lavoro e soprattutto ha il controllo, sempre. Almeno fino a quando, una sera, un uomo in passamontagna fa irruzione in casa sua e la stupra. In un film tradizionale, questa sarebbe la famosa rottura dell’ordine: la separazione netta del prima e del dopo, il fulmine a ciel sereno venuto a disturbare la pace. Invece Michèle si alza, butta via i vestiti sporchi di sangue e ordina il sushi. Come se niente fosse.
Sono i primi cinque minuti e già Elle si dimostra un lavoro fuori dal comune. Già ci annuncia che, se siamo in sala per vedere un film politicamente corretto, faremmo meglio ad andarcene. Qui lo stupro non è affatto un punto di svolta: serve piuttosto ad aprire uno spiraglio, una frattura da cui sbirciare quanto sotto c’era già di marcio. Una matassa da cui si dipana lentamente il filo rosso della violenza che si nasconde in ogni rapporto umano – l’uso, l’abuso, il sopruso di chi ci circonda.
Iniziamo a seguire Michèle mentre si districa tra i guai dell’ex marito fallito, l’amante Robèrt sposato con la sua migliore amica, il figlio tonto con la fidanzata incinta di un altro uomo, la madre che sperpera il patrimonio in botox e gigolò, i dipendenti sessisti e sesso-centrici, il bravo vicinato cattolico. Uomini e donne vittime e carnefici di sè stessi, ostacolati nella loro corsa alla violenza solo dalla vergogna che provano verso le proprie pulsioni. La volontà dell’aguzzino di Michèle nel punirla non è in fondo che questo: lo sfogo sofferto di una sessualità frustrata, che non sa concepirsi che come malata e che quindi si esprime in sadismo.
La macchina da presa di Verhoeven si allarga impietosa su una storia crudele, dove il confine tra sadici e masochisti si sottrae sempre più labile alla nostra capacità di giudizio. Sotto il suo occhio asettico sono tutti bugiardi, fragili, codardi. Ma quella che vorremmo davvero comprendere – e possedere – è Michèle, perchè è lei, elle, la chiave di lettura del film: eppure è proprio lei che non si lascia afferrare. Lei che nasconde un passato terribile e incomprensibile. Lei che fa tutte le scelte sbagliate, contro la morale, il buonsenso, l’educazione, i clichè. Lei che, quando il controllo le viene rubato con la forza, si scopre improvvisamente libera.
La magistrale interpretazione di Isabelle Huppert, più che mai minimalista ed essenziale, restituisce il ritratto di una gelida femme fatale che tutti gli uomini – ma anche le donne – che la circondano vorrebbero addomesticare, punire, ridimensionare. Una donna che rifiuta
di essere vittima e anzi trova nel sopruso fisico un gesto di purificazione. Nella sua mancanza di pudore sta la forza del film, quella che attrae ma anche quella che respinge, come se fossi un bambino che ha spiato i suoi genitori e non ha saputo smettere di guardare. Perchè, come dice Michèle, “la vergogna non è un sentimento abbastanza forte da impedirti di fare davvero qualcosa. Credimi”.

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