Questo pezzo è uscito su La Stampa, che ringraziamo.
di Nicola Lagioia
Come succede per ogni grande scrittore, Cesare Pavese contiene moltitudini e presenta numerose vie di accesso per chi vuole conoscerlo o continuare a frequentarlo. Si può provare a esplorare la sua poetica anche partendo dalla fine. Tra donne sole, ad esempio, fu scritto nella primavera del 1949, venne pubblicato l’anno dopo nel trittico de La bella estate, e a rileggerlo fa impressione per quanto era avanti sui tempi allora e per come parla, nel XXI secolo, alla nostra parte più riposta e preziosa.
In questo breve romanzo viene raccontata la storia di Clelia, una modista torinese che lavora da tempo a Roma, e che (“sotto l’ultima neve di gennaio”) torna nella sua città natale per aprire una boutique in via Po. Per quanto la guerra sia finita da poco e la città ne porti i segni, c’è pochissimo tra queste pagine del neorealismo intorno a cui la letteratura e il cinema italiano gravitavano in quegli anni. La Torino di Pavese sembra la Costa Azzurra di Tenera e la notte. Non a caso Francis Scott Fitzgerald fu molto amato dallo scrittore di Santo Stefano Belbo, ma non c’è nulla di epigonale in questa suggestione: la scelta di raccontare non solo la Ricostruzione, come facevano tutti, ma una dissoluzione emotiva, a cui tanti non riuscivano a dare un nome, appartiene a Pavese nel profondo. Non la possibilità di un riscatto tra molte contraddizioni – il tema culturale dell’Italia non solo di allora – ma un male di vivere forse irredimibile: questo trova Clelia a Torino mentre passa da un party a un vernissage a un veglione a una gita notturna in macchina sportiva. Sembra di stare ne La dolce vita (più chiassosa e cialtrona Roma, più sinistra e pettegola Torino) se non fosse che Pavese vede il lato oscuro di un boom non ancora esploso, e lo fa (nel paese del delitto d’onore) con un racconto tutto al femminile, lui, che con le donne aveva avuto un rapporto tormentato, ai limiti della misoginia. Clelia e le sue amiche sono disinibite, emancipate, autonome, sfrontate, si muovono con coraggio in un mondo di uomini e – meglio dei maschi – di quell’ambiente percepiscono violenza e brutalità, la tendenza a distruggere i più fragili, chi ancora cerca un rapporto autentico coi propri simili.
Fu questa poetica che convinse Michelangelo Antonioni a tradurre il romanzo per il cinema. Soprattutto è il motivo per cui Cesare Pavese (Tra donne sole comincia con un tentativo di suicidio in una camera d’albergo; così come un suicidio è tra i perni narrativi del successivo La luna e i falò), continua a parlare ai lettori di oggi, molti dei quali giovani.
È appunto l’approccio – un esistenzialismo profondo, viscerale, l’inseguimento di un ideale quasi impossibile, la violenta ricerca della propria dignità di uomo – che si ritrova in tutta la produzione dello scrittore, da Lavorare stanca ai romanzi e le poesie degli ultimi anni, per non parlare di quella prodigiosa e urticante scatola nera in progress che sono i diari de Il mestiere di vivere.
Cosa fare di sé? Con quale materiale (e con che coraggio, e a quale prezzo) costruire la propria “persona spirituale”? Come stare nel mondo senza che il proprio nucleo irriducibile (ciò che ci conferisce statura morale, e ci restituisce senso) venga violentato, banalizzato, distrutto?
È questa la partita di Cesare Pavese con la vita, una lotta che vede noi umani del 2020 ancora in mezzo al guado. Perché, se si tratta di guardarci allo specchio e fare i conti con ciò che conta, che cosa ci è successo nei settant’anni che ci separano dalla morte di Pavese? Le ideologie non ci hanno salvato. La vita affettiva usa l’autoinganno e la continua distrazione per non crollare su se stessa. Il rapporto con la natura è disastroso. Il lavoro è ridotto a istinto di prevaricazione. Le relazioni sociali si ammantano di ipocrisia, se non diventano ultraviolenza on line. Gli psicofarmaci tengono a galla una marea crescente di viventi, e in un contesto dove la parola “serotonina” acquista dignità letteraria ecco che Cesare Pavese lotta dove Michel Houellebecq, con altrettanto valore, si dichiara sconfitto in partenza. Accosto questi scrittori in apparenza diversi perché, prendendosi il lusso entrambi – ciascuno per il proprio tempo – dell’inattualità, sono più contemporanei che mai. È uno dei motivi per cui Italo Calvino è il vero contraltare di Pavese. La ragione opposta allo spirito. Un cauto ottimismo (o pessimismo, è lo stesso) opposto alla disperazione. “Enoch, Babilonia, Brave New World…”, gli incubi provenienti dal futuro che Calvino “vede” nella pagina finale de Le città invisibili, e a cui ritiene di poterci sottrarre dando spazio a “ciò che inferno non è”, Pavese se li portava dentro. Ma è solo una profonda coscienza del dolore (proprio e del mondo) a offrire una speranza ragionevole a chi del mondo vuole prendersi cura.
Pavese e Calvino: spiriti complementari più che avversari? In un periodo complicatissimo come quello che stiamo vivendo, è nostro compito rispettare e far fruttare l’eredità di entrambi.
Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
