«Appena a casa, mi leggo un’ oretta il mio Kierkegaard e poi dormo fino al lontanissimo, miracoloso domani. Johnny si ricordò e disse: è ancora con Kierkegaard? Figlio mio, Kierkegaard può benissimo esaurire una vita». Queste sono le parole di Monti nel romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio Il partigiano Johnny, ma dietro il professor Monti, che nell’ultima edizione critica del libro è tornato a essere presente con il suo nome, c’è Pietro Chiodi, filosofo, studioso dell’esistenzialismo, di Kant, Marx e Sartre, primo traduttore di Essere e tempo di Heidegger e, in particolare in rapporto alla biografia di Fenoglio, suo professore di filosofia al Liceo di Alba e anche maestro civile per lo scrittore, protagonista nel convincere alcuni suoi studenti alla lotta di Resistenza (la cui esperienza è raccontata nel diario partigiano Banditi, pubblicato per la prima volta nel 1946).
Beppe Fenoglio e la Resistenza di Pietro Chiodi, nuovo volume pubblicato dalle Edizioni dell’Asino, è un libro a più voci che si incentra non solo su Fenoglio, ma anche su Chiodi stesso nel cinquantesimo anniversario della sua morte, oltre che ricordare un altro grande antifascista collega di Chiodi, Leonardo Cocito, e cosa le esperienze eccezionali di questi uomini significhino ancora oggi attraverso le voci del curatore Cesare Pianciola, di Alberto Cavaglion che firma l’introduzione e di Gabriele Pedullà di cui viene recuperato un saggio proprio sul rapporto tra Chiodi e Fenoglio. Un libro composito dunque che trova il suo centro nei tre brevi testi di Pietro Chiodi, uno dedicato appunto a Fenoglio, uno a Leonardo Cocito e l’ultimo al suo orgoglio per aver partecipato alla Resistenza. Sono testi brevi ma ricchi di spazi ermeneutici, uniti da una tensione verso la libertà che si esplica in questi tre elementi fondamentali della vita di Chiodi, tutti inerenti alla lotta partigiana.
Nel testo dedicato a Fenoglio, apparso la prima volta nel 1965, Chiodi ripercorre il suo rapporto con lo scrittore di Alba ed è in grado di mostrare quanto alcune eleganti interpretazioni, anche accademiche, della sua opera si dimentichino di elementi essenziali semplificando ingenerosamente il valore non solo dei suoi libri, ma anche della sua esistenza. Partendo dagli ultimi giorni di vita dello scrittore, Chiodi insiste su come la formazione di Fenoglio nasca da una strenua opposizione sui banchi di scuola verso la cultura fascista, e come questa avversioni trovi un’arma invincibile nella parola e nell’esperienza terribile della guerriglia nel cuneese, «viaggio all’Inferno da cui esce il Fenoglio scrittore». Chiodi in queste pagine ricostruisce la sua interpretazione dell’opera dello scrittore, prima di tutto amico con cui giocare a carte e passeggiare, non nascondendo i dubbi e le incertezze, pubbliche e private, che hanno costellato la ricezione dei suoi lavori: quando uscì I ventitrè giorni della città di Alba “L’Unità” scrisse che il libro era una «cattiva azione» per i toni e il modo in cui dipingeva la Resistenza e i suoi protagonisti e Chiodi si interroga proprio sulla distonia tra la violenza dei suoi racconti e la gentilezza e la bontà dell’uomo (come il prezioso ricordo del biglietto che Fenoglio scrisse alla piccola figlia Margherita: «cresci buona e bella, vivi per la mamma e con la mamma e talvolta rileggi queste righe del tuo papà che ti ha amato tanto e sa di continuare a essere in te e per te»), sciogliendo l’interrogazione nella consapevolezza che la scelta di Fenoglio obbediva al culto religioso della libertà e al desiderio di raccontare secondo verità: «la denuncia prese in lui la forma ancestrale del far-vedere».
A Cocito Chiodi era legato non solo per la vicinanza di ideali, ma anche dall’esperienza della Resistenza: catturati entrambi dai tedeschi il 18 agosto del 1944 e interrogati dalla Gestapo, Cocito venne impiccato il 7 settembre, mentre Chiodi fu deportato prima a Bolzano e poi nei pressi di Innsbruck. Nel ricordo di Chiodi dell’amico e collega emerge la genuinità dell’avversione al fascismo, il coraggio di rendere pubblica, anche a scuola, questa avversione («per lui il fascismo era una losca faccenda messa in piedi da quattro porci pieni di soldi e disposti a tutto per non perderli»), e il coraggio anche davanti alla morte in quanto «sapeva perché combatteva» e per questo era pronto ad andare fino in fondo consapevole che, sulle colline piemontesi, si sarebbero stagliate «le ombre di coloro che non tremarono nemmeno di fronte alle forche delle SS». Nell’ultimo testo, Orgoglio partigiano, i rapporti di amicizia con Fenoglio e Cocito e la necessità della lotta contro il nazifascismo sono rivendicati con forza, Chiodi, maestro di libertà, e non a caso nel Partigiano Johnny il suo personaggio si rivolgerà ai ragazzi dicendo loro «teniamo di vista la libertà», ricorda cosa non sarebbe stato possibile senza la Resistenza, sottolineando di esserne orgoglioso soprattutto quando qualcuno gli dice che non dovrebbe esserlo, «perché penso che sono io che, combattendo per la libertà, gli ho conferito il diritto di dirmelo».
Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”, “Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi” e “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico”

«Appena a casa, mi leggo un’ oretta il mio Kierkegaard e poi dormo fino al lontanissimo, miracoloso domani. Johnny si ricordò e disse: è ancora con Kierkegaard? Figlio mio, Kierkegaard può benissimo esaurire una vita».
Anche Kierkegaard col suo libriccino “La nostra epoca” ha fatto la Resistenza: provare per credere.