Pubblichiamo la nota introduttiva e un estratto dall’ultimo libro di Matteo Nucci, Sono difficili le cose belle, uscito per HarperCollins. Ringraziamo editore e autore.
Ho scritto questa storia per Arianna, Carlotta, Domitilla, Ilaria e Sofia, le nipoti amatissime di mia madre (e, da un altro punto di vista, mie). L’ho immaginata soprattutto nelle mattine ateniesi del 2019 e non pensavo a nessun lettore che non fossero loro.
Il tempo ha cambiato parecchie cose. Quando Carlo Carabba ha saputo di Sono difficili le cose belle, mi ha chiesto di leggere il manoscritto, quindi mi ha proposto di farne un libro per tutti, lasciandomi spaesato. Ma una delle cose che Arianna infine impara è che si può sempre cambiare programma, soprattutto se ci convinciamo che ne vale davvero la pena. Così, sono tornato a lavorare a quella che chiamavo novella fiabesca…
«Caro Ermogene, un antico proverbio dice:
sono difficili le cose belle,
a capire come stanno…»
Platone, Cratilo, 384 a 8 – b 1
«Comunque, caro Ippia, mi sembra
di aver avuto un grande beneficio
dalla vostra conversazione.
Credo, infatti, di aver capito
cosa mai voglia dire l’antico proverbio:
sono difficili le cose belle.»
Platone, Ippia Maggiore, 304 e 7 – 10
«Le grandi cose sono tutte pericolose
e davvero, secondo il detto,
sono difficili le cose belle.»
Platone, La Repubblica, 497 d-e
UNO
La macchina rossa
(Appuntamento al Gianicolo. La Quercia del Tasso. Un maldipancia improvviso. La macchina rossa di tutti i sogni. Una sbalorditiva apparizione.)
La macchina rossa apparve dalla curva dell’ospedale. La vide ballonzolare sull’asfalto deforme, spaccato dalle radici dei pini. Per un attimo non riuscì a distogliere lo sguardo e le venne da sorridere. Pensò che si trattasse di uno di quei momenti strani, quando hai l’impressione che la stessa cosa ti sia capitata molto tempo prima, assolutamente identica. Fece una smorfia e ricominciò a camminare. Le sue amiche l’aspettavano da qualche minuto, ma la salita era più lunga di quanto avesse immaginato.
Molte volte si era fermata alla quercia del Tasso. Sua mamma la lasciava lì con sua sorella, mentre parcheggiava lungo la strada dissestata. Tasso. La quercia del Tasso. Lei aveva sempre pensato che fosse un nome qualsiasi finché a scuola non aveva scoperto che esisteva un animale chiamato tasso e allora si era convinta che fosse la quercia dove una volta aveva vissuto un tasso. Solo adesso aveva capito la verità. Le piaceva pensarci. Si ripeteva, in testa, che Tasso era un grande poeta. Lo diceva facendo la voce grossa, la voce altisonante della professoressa che aveva detto: «Ragazzi, il Tasso era un grande poeta!». Tutti erano scoppiati a ridere quando aveva aggiunto che si chiamava Torquato. Ma chi mai si chiama Torquato? Che nome è? Ah, la quercia del grande poeta!
Aveva imparato a infilarsi lì e salire lungo una stradina che tagliava le curve per arrivare più in fretta al grande piazzale del Gianicolo. Ora, costeggiava la spalletta di legno che affaccia sulla distesa delle case di Roma. Dopo giorni di buio quasi invernale, il bel tempo era tornato. Un sole forte si faceva largo fra i rami dei pini. All’ombra era ancora umido, l’umido di tutte le piogge dei giorni precedenti. Ma al sole si stava bene. Sentì il trillo del telefono. Lo guardò. Gingi, una delle sue migliori amiche le diceva: Ari, ti aspettiamo alla fontanella accanto al bar, ok? Rispose spingendo su una faccina gialla e si rimise il telefono in tasca. Voltandosi vide di nuovo la macchina rossa che saliva caracollando lungo la strada. Procedeva lungo la curva della quercia del Tasso e lei, di nuovo, ebbe quella strana sensazione. Come se la macchina che conosceva così bene la stesse inseguendo.
Per un attimo sentì un vuoto sotto alle costole, dove tutti dicono che c’è lo stomaco. Ma non era lo stomaco. Era qualcos’altro. Lei, Arianna Pesce, era una ragazza che fin da bambina aveva sofferto di maldistomaco fulminei. Si era abituata. Li conosceva bene. In macchina appena partivano per lunghi viaggi, bastava poco e diceva al padre di accostare, apriva la porta e senza lamentarsi rimetteva tutto quel che aveva mangiato. Se mangiava troppo velocemente le capitava lo stesso. Non diceva nulla, non faceva storie. Non era come tutti i suoi compagni che avevano paura del vomito. Per lei era una cosa normale. Arrivava il maldistomaco, sapeva benissimo come succedeva e non piangeva e non gridava e chiamava sua mamma solo se ne aveva davvero bisogno.
E così ora sapeva che non era affatto maldistomaco. Assomigliava a quella sensazione che ti prende in aereo quando c’è quello che il pilota chiama “vuoto d’aria” o “turbolenza”, allora l’aereo a volte scende di botto e ci sentiamo una cosa forte proprio qui, come se ci tirasse dentro e volesse farci cadere. Ecco. Le sembrava qualcosa di simile. Le sembrava di avere il fiatone. Pensò che era solo la nostalgia per quella macchina rossa che le ricordava la macchina rossa amatissima, la più amata in tutta la sua vita. Ma non doveva star lì a rimuginare. Suo padre glielo aveva spiegato a Natale, quando era stata così triste che non riusciva a godersi nulla dei regali, né delle feste, dei pranzi e delle cene. «Cerca di non pensarci troppo» le aveva detto. «Concentrati e pensa a qualcos’altro. Alla piscina quando nuoti. Alla montagna quando scii. Pensa ai tuoi movimenti. È tutto come un movimento.» Lei non capiva bene e glielo chiedeva meglio, a suo padre. E lui le spiegava che se chiudeva gli occhi poteva sentirsi muovere, sciare, nuotare, riposare. E i pensieri tristi passavano in un attimo.
Ci aveva provato, una sera che era a casa e non riusciva a addormentarsi. Era piena di tristezza e non faceva altro che toccarsi la collanina e la medaglietta d’oro che aveva al collo. Le veniva da piangere e voleva lasciarsi andare, voleva piangere senza freni fino a farsi coccolare. Ma l’unica persona che poteva coccolarla e farle passare quella tristezza non c’era più. Era in cielo – così dicevano tutti. In cielo. Non poteva coccolarla da lì. Allora lei non trovava scampo alla tristezza e iniziò a tentare quel che le aveva raccontato suo padre. Pensò alle montagne bianche, alla neve gonfia, alle baite di legno chiuse con i ghiaccioli che calano dal tetto. Sentì il rumore dei suoi passi nella neve, un rumore unico, come se si scrocchiassero dei granelli minuscoli e tutto uscisse attutito, ovattato. Nel freddo la sua bocca emetteva boccate di vapore e lei saliva sullo slittino insieme a sua sorella e si lasciavano portare giù attraverso il bosco.
La mattina dopo lo aveva raccontato a sua mamma, mentre facevano colazione. Le disse che aveva funzionato, aveva funzionato bene il metodo che le aveva insegnato papà. Era così triste la sera e l’idea della neve l’aveva salvata. Sua mamma aveva fretta quel mattino, ma quando la sentì parlare così, si fermò e fece una faccia strana. Mentre posava sul tavolo della colazione una caraffa di latte fumante, mormorò: «Dovrei provarci anche io allora!» e lei la guardò stupita. Anche sua madre aveva quelle tristezze, la sera? Avrebbe voluto domandarglielo, ma l’attimo era passato perché erano arrivate a tavola le due sorelle più piccole e avevano portato scompiglio e lei si era battuta per prendersi subito la fetta di pane più croccante. Aveva sempre paura che Carlotta e Domitilla le sottraessero dalla tavola le parti migliori. Una paura stupida, lo sapeva. L’avevano rimproverata tante volte per quelle reazioni brusche. Ma le veniva spontaneo. Quasi automatico.
Continuò a salire. Era in ritardo di dieci minuti. Non troppo. Pensava che dalla quercia del Tasso alla piazza ci volesse meno e invece la piazza sembrava non arrivare più. Mentre si affrettava vide di nuovo la macchina rossa. Le era vicina ma non voleva più guardarla. Le faceva troppa nostalgia. Sentiva il rumore del motore. Era ormai quasi al suo fianco. Stava per superarla, quando con la coda dell’occhio la vide rallentare. Provò a voltarsi dall’altra parte. Cercò di guardare i tetti di Roma. Poi si chiuse gli occhi fra le mani e disse: pensa al mare mentre nuoti, pensa alla montagna mentre scii, pensa a qualcos’altro, Arianna, pensa a qualcos’altro! Ma non c’era nulla da fare. Provava quella sensazione stranissima: il vuoto nel petto sotto alle costole, il fiatone e quasi avrebbe voluto gridare, ma intanto la macchina suonò il clacson, un clacson che lei conosceva e pensò che non fosse possibile, forse era suo zio che le faceva uno scherzo? forse era il nonno? No, il nonno non le avrebbe mai fatto uno scherzo del genere. Quello era il clacson che suonava sempre lei. Tattaratatta tattà. Eppoi di nuovo: tattaratatta tattà.
Si voltò e le parve assurdo. Il finestrino si abbassava e vide che le sorrideva. Restò immobile senza fiatare, era come se le gambe si stessero sciogliendo e per poco non cadde sulla ghiaia.
«Ari. Vieni qui, Ari.» Aveva una faccia sorridente e furba, come quando faceva i suoi scherzi più pazzi oppure aveva in segreto un regalo particolare o qualche sorpresa strana.
«Ari. Che fai? Ti sei imbambolata?»
La sua voce davvero. Non era possibile. Non poteva essere. Arianna chiuse gli occhi, li riaprì. Si diede una scrollata. Si voltò verso i tetti di Roma. Si voltò di nuovo verso la strada. E la macchina era lì. Il finestrino aperto.
Il suo volto sorridente, bello, di cui le pareva già di sentire il profumo.
«Nonna» disse. «Sei tu?»
«E chi dovrei essere scusa?» Fece un’altra faccia delle sue.
Arianna chiuse ancora gli occhi. Era proprio la sua voce. Si accorse che era molto simile alla voce di zia Adelaide, la sorella della nonna, e che in quei mesi l’aveva dimenticata. Aveva dimenticato la voce dolce e squillante. L’aveva dimenticata al punto che ora la confondeva con quella della zia.
«Ari, non posso star qui in eterno. Quanto mi vuoi far aspettare?»
«Ma nonna, nonna, sei davvero tu?»
«E chi vuoi che sia? Non mi vedi? Sono Mara Scagliola, tua nonna. Nonna Mara. Su Arianna non farla difficile. Lo so che non te l’aspettavi, però così mi fai penare.»
«Ma no, no, nonna, non puoi tu!»
«Certo che posso. Sono qui. Vuoi venire o no? Andiamo a divertirci? Sono venuta solo per te e mi molli qui? Dài, monta su.»
DUE
Di nuovo insieme
(Un invito incomprensibile. Stregonerie di una nonna un po’ pazza. Intuire i pensieri di chi lo desidera. Finalmente abbracciarsi. Cielo e Terra.)
Arianna si avvicinò alla macchina. Era spaventata. Che non fosse un sogno lo diceva ogni cosa: il Gianicolo, il sole, le amiche che aspettavano, il telefono in tasca. Però, semplicemente, non rientrava fra le cose possibili. Lo sapeva bene che i morti non tornano mai. Eppure sua nonna era lì e la guardava dal finestrino con il suo solito sorriso e l’aria complice e le diceva di stare attenta alla strada anche se per la strada non passava nessuno. Le restituì il sorriso: «Ma insomma nonna mi vuoi dire come hai fatto? Come puoi essere qui?».
«Come posso? Non mi vedi? Non lo sapevi che sono un po’ maga? L’avete detto sempre voi.» Scoppiò a ridere con la sua risata calda e Arianna fece un saltello e fu presa da una specie di ridarella pazza soffocata in gola. «Sono venuta per te» le disse. «Ora sali in macchina ché ce ne andiamo a fare un giretto. Ne ho una voglia pazzesca.»
Arianna girò attorno alla vettura, aprì la porta e salì.
«Ti ricordi quando dovevi salire dietro, eri piccola, dovevi sedere su quell’odiatissimo seggiolino e ti arrabbiavi tanto quando ti dovevo allacciare la cintura? Be’, menomale che ora sei cresciuta. E, ohi, diciamoci subito una cosa. Arianna tu lo sai, ma ripetere le cose non fa male. Mai salire in macchina se mamma e papà non lo sanno. Mai avvicinarsi alle macchine degli sconosciuti. E anche se sono conosciuti bisogna che mamma e papà lo sappiano. Ok? Lo dico perché lo so che adesso ti sembra tutto strano. Però facciamo un’eccezione. Sono io. E sono venuta per te. E tu capisci bene che, insomma, come dire?, come facevo a avvertire mamma? Era impossibile.»
«Ma infatti nonna, mi spieghi? Come hai fatto a venire qui? Sei scesa dal cielo?»
«Macché!» La nonna scoppiò a ridere e Arianna anche rise perché la risata della nonna era bella, limpida e contagiosa e perché finalmente potevano ridere di nuovo insieme come a loro capitava tanto spesso nelle infinite volte che erano state insieme, da sole, la mattina o il pomeriggio o anche tutte le sere e le notti che aveva passato a casa dei nonni e erano state sul divano o attorno al tavolo della cucina a raccontarsi storie o fare i compiti o disegnare e fare torte, crostate, dolci, tutte le risate che si erano fatte insieme, tantissime.
«Ma allora come fai?»
«Arianna non lo sai che ho dei poteri magici?» disse rannicchiandosi e facendole un gesto di complicità.
Arianna scuoteva il capo: «No, dài nonna, adesso non scherzare, per favore raccontami. Tu sei in cielo o no?».
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