Beato Angelico in mostra – condivisa da Palazzo Strozzi e Museo di San Marco – compie il miracolo. Dei corpi che si spostano, si alzano, abbandonano letti e sedie e creano una serpentina lunghissima, che dura ore e raccoglie il freddo pungente di un mattino che diventa pomeriggio senza che quei corpi se ne rendano conto.
Molto spesso si pensa alle iniziative culturali – siano esse una mostra d’arte, un concerto, una proiezione con dibattito – come idee per offrire uno spazio che metta momentaneamente tra parentesi le incombenze e i problemi del quotidiano, i pensieri ricorrenti in cui tutti noi, chi più chi meno, rimaniamo incastrati. Una volta accusiamo mal di testa, altre volte stanchezza e scadenze lavorative ma il motivo reale non sempre si trova, e piano piano ci facciamo più assenti. Dal vivere comune e sociale, dallo spettacolo teatrale, o dal concertino, dalla mostra imperdibile che guarda proprio non puoi mancare. Le code si formano, i biglietti si staccano, gli applausi inondano la sala ma noi non ne facciamo parte.
E sì, è successo un miracolo, o più semplicemente un fatto se non volete ammantare il tutto di religiosità; che proporre l’arte – per giunta sacra del primo Rinascimento – può andare a rompere davvero qualcosa, a smuovere le acque attraverso l’offerta di stimoli intelligenti e mirati. Non so cosa precisamente stia smuovendo, da qualche mese a questa parte, migliaia di corpi nelle sale di Palazzo Strozzi e negli spazi di San Marco, che sia tutto quell’oro, o quel blu oltremarino con cui dipinge il manto della Madonna, che siano quei volti interrogatori, i dettagli sulle vesti, le vene blu delle mani o i fiori di pero nell’orto di Getsemani.
Forse ritroviamo, mentre guardiamo, fra l’incanto e la meraviglia, in queste tavole, in queste pale, un pezzettino di noi, ché le storie di tutti, in fondo, hanno sempre qualcosa in comune. Gramsci lo chiamava il valore aggiunto della socializzazione dell’opera artistica, del suo rivivere in altre persone. E allora penso che la mostra sull’Angelico abbia potuto godere di un’energia particolare, di una potenza, anche numerica, che si ha saputo farsi luce e santità. I visitatori sono stati quasi trecentomila (superando così anche i numeri della mostra Donatello, il Risorgimento del 2022), e prima o poi, bisognerà spiegarsi un tale successo. Prima o poi qualcuno dovrà dire, a gran voce, che la fruizione dell’opera d’arte, anche attraverso lo schermo di un cellulare, in mano a bambini e anziani, si trasforma in un apprendimento esperienziale, fatto di ricordi e piccoli, minuscoli dettagli che arricchiscono la nostra galleria di immagini, come cartoline mai spedite da una villeggiatura del passato.
Di lui Michelangelo, osservando l’Annunciazione e l’Incoronazione in San Domenico di Fiesole, disse: “Io credo che questo Frate vada in Cielo a considerare quei volti beati e poi li venga a dipingere qua in terra”. Il Beato Angelico o meglio Fra Giovanni da Fiesole insignito di quell’epiteto per la perfetta integrità di vita e per la bellezza quasi divina delle immagini dipinte, sottopone ai nostri occhi un anticipo di paradiso, illuminando nelle sue opere la grazia consumata nella gloria che fa l’uomo santo e bello per sempre. E, come ci racconta il Vasari, l’Angelico “aveva per costume non ritoccare né racconciare mai alcuna sua dipintura ma lasciarle sempre in quel modo in cui erano venute la prima volta per credere, secondo ch’egli diceva, che così fusse la volontà di Dio”. Un uomo ricolmo di cristianità e bontà sincera.
Mentre osservavo una grande tavola non ho potuto fare a meno di ascoltare il racconto di un frate che guidava una piccola comitiva di ragazzi. Esperto d’arte, d’orazione e virtù, il giovane frate con gli occhiali si è fermato a lungo a descrivere lo spazio esterno del Compianto sul Cristo Morto. Parlava, quasi commosso, della scritta fatta uscire dalla bocca della Beata Villana delle Botti (Cristo Gesù, l’amor mio crucifisso), quasi un fumetto dorato, di come la città, Firenze-Gerusalemme col suo grigiore statico quasi annunciasse il lutto e di come invece la natura si rifiutasse di assistere al supplizio continuando, là dove giace il corpo di Cristo, a creare bellezza. E lì, il giovane frate, si avvicina alla tavola e indica quei meravigliosi fiorellini, inno primaverile alla vita, nuova creazione. Seguono alcuni secondi di silenzio totalizzante e monastico, con gli occhi perduti a osservare quel dettaglio. Il frate tira su con il naso e usciamo tutti dal dipinto, da quell’hortus conclusus, che respinge la morte.
La tempera del Beato Angelico non vuole mai stupire ma proprio per questo finisce per riuscirvi ogni volta, raccoglie lo sguardo e il silenzio di un artista incredibile, versatile, complesso, controintuitivo, capace di dipingere l’aria e di farci respirare la luce. E mentre s’alzano gli occhi al cielo, ci si porta a casa un pezzo di paradiso.
