di Rita Charbonnier
“Sai quanti figli avrei avuto, io?”
Mia madre era già vecchia quando me lo disse. Non era solita alle confidenze e tuttora mi chiedo perché decise, lei che di figli ne aveva avuti sei, di farmi sapere quanti altri esseri umani avrebbe generato se le gravidanze non si fossero interrotte. O se non fosse stata lei a farle interrompere. Da qualcuno che, nella seconda metà del Novecento, praticando un aborto commetteva un reato.
Stavo sfogliando un vecchio album di fotografie. Alzai lo sguardo sul suo volto addolorato e subito tornai ad abbassarlo, in imbarazzo.
“Diciotto” le sentii dire con lentezza, pigiando sulla seconda sillaba.
“Oh, mamma” sussurrai. “Che cosa brutta.”
“Sì, brutta davvero.”
Mi disse poi che due di quelle gravidanze non volute s’erano interrotte da sé, “per fortuna”, ma non mi disse come, né da chi, era riuscita a farsi interrompere le altre.
La pillola contraccettiva in Italia è diventata accessibile solo nel 1976 e io, l’ultima dei suoi sei figli, sono nata prima. E solo perché lei rimase incinta di me in età diciamo avanzata, e il ginecologo sentenziò che no, non c’era un bimbo in arrivo, la signora era entrata in menopausa… Quando fu chiaro che si era sbagliato, per sbarazzarsi del nascituro era troppo tardi.
Quindi, se non fosse stato per la svista di un medico, io oggi non sarei qui a picchiare sui tasti del computer; ed è questo il vertiginoso paradosso che soggiace all’idea di una gravidanza interrotta per scelta. Si impedisce a una persona di esistere. Ma lo si fa quando non è ancora una persona. Se è vero che mia madre avrebbe volentieri rinunciato a un altro figlio, è anche vero che quel figlio non sono io. Un figlio è un’idea piuttosto astratta finché non respira in modo autonomo; e dopo avermi messa al mondo, lei mi ha dato tutto l’affetto di cui era capace.
Non era una femminista. Le battaglie degli anni ’70 credo l’abbiano lasciata indifferente, se non molto perplessa. Era laica, nient’altro, e avrebbe di gran lunga preferito non abortire, ma essendovi costretta si ritrovava a farlo clandestinamente: quindi, in condizioni particolarmente dolorose.
A quasi mezzo secolo dalla legalizzazione, l’aborto clandestino è ancora una realtà. Secondo la Commissione Europea (su dati OMS), ogni anno in Europa vengono praticate circa 483.000 interruzioni di gravidanza “non sicure”, cioè in condizioni che non rispettano standard medici adeguati. La Commissione ha quindi chiarito che gli Stati dell’Unione possono attingere a fondi sociali per migliorare l’accesso delle donne a servizi di aborto legalmente disponibili, trattandosi di un problema di salute pubblica.
Per mia madre fu un’esperienza “brutta davvero”, ma in fondo ebbe fortuna perché rischiava infezioni, perforazioni, emorragie. Oggi si tende a procurarsi online la pillola abortiva, ma prima di assumerla sarebbe necessario sottoporsi a un’ecografia che escluda un’eventuale gravidanza extrauterina; se si assume la RU486 e l’embrione è rimasto bloccato nella tuba, le conseguenze sono potenzialmente mortali.
Nei luoghi in cui l’interruzione di gravidanza è concessa nella forma, spesso è osteggiata nella pratica da obiezione di coscienza diffusa, liste d’attesa eterne, pressioni psicologiche colpevolizzanti. Anni fa una ginecologa mi disse amaramente che se in Italia vuoi far carriera in ospedale, devi essere obiettore o obiettrice. I pochi medici che accettano di praticare aborti si ritrovano in una catena di montaggio che per loro dev’essere piuttosto deprimente e per la donna è in ogni caso un percorso a ostacoli di carattere burocratico, sanitario ed etico.
Per me fu un trauma. Non ebbi il minimo dubbio sull’opportunità di interrompere una gravidanza dovuta a un rapporto non protetto con un ragazzo che non volevo più vedere per molte ragioni. Mi era chiaro che avere un figlio con qualcuno significa che quel qualcuno, in un modo o nell’altro, farà parte della tua vita per sempre; per cui non esitai e non me ne sono mai pentita. Però fu orribile. La RU486 in Italia non c’era ancora, fu un aborto chirurgico e ricordo di aver sentito gridare con fastidio: “Ammazza quanto è indietro, ‘sto utero!”
Rimasi sola con quell’esperienza per molto tempo.
Qualche anno dopo ne parlai con una psicologa. Non ero andata da lei per quella specifica ragione, ma il discorso venne fuori al primo appuntamento. A fatica. Mi vergognavo. Mi torcevo le mani. Mormoravo in preda all’angoscia, forse piangevo. Lei mi lasciò finire, poi posò su di me uno sguardo serafico e disse, scandendo bene le parole: “Lei sa che nella vita di ogni donna c’è questa esperienza?”
Ed è vero. Tra le amiche della mia generazione poche sono quelle che non l’hanno fatto, e credo che molte altre l’abbiano fatto e non lo dicano. Perché temono il giudizio. Tutto il contrario di quel che avvenne mezzo secolo fa, quando dichiarandolo si rischiava non solo il biasimo ma anche l’arresto, e gruppi di donne si autodenunciavano pubblicamente. Il “Manifesto delle 343” francesi, aprile 1971. Il “Wir haben abgetrieben!” delle 374 tedesche, giugno 1971. Il “We have had abortions” delle 53 americane, primavera 1972. Anche in Italia ci furono episodi eclatanti. Emma Bonino si fece arrestare deliberatamente, dopo essersi fatta fotografare mentre praticava un aborto con una pompa da bicicletta.
Al tempo, affermare di aver abortito era un atto politico. Lo si faceva per ottenere un diritto negato e squarciare un’ipocrisia. Oggi il diritto è stato conquistato, ma l’ipocrisia è rimasta. Nel mezzo c’è il reflusso, quella contrazione che segue ogni conquista. Non si dice più apertamente che le donne non devono decidere del proprio corpo; si dice che bisogna “aiutare le madri”, che l’aborto è sempre e comunque un’esperienza devastante, che chi lo pratica fa un lavoro moralmente discutibile. Non si toglie il diritto, ma lo si rende difficile da esercitare.
Tacendo, ognuna per conto proprio, avalliamo questa narrazione e mentiamo a noi stesse. E allora perché non rompere il silenzio, perché non lanciare un nuovo MeToo? Per anni le donne hanno taciuto sugli abusi ricevuti da nemici invisibili o troppo potenti, vivendo in privato la vergogna e l’angoscia, finché la questione non è divenuta collettiva e pubblica. All’improvviso non eravamo più sole e non avevamo colpe.
Certo, il MeToo del 2017 portava alla luce violenze subite da altre persone, mentre qui si tratta di una scelta, quasi sempre sofferta, talvolta inevitabile. Il punto di contatto è il silenzio: il fatto che milioni di esperienze restino sommerse per paura del giudizio, producendo sofferenza individuale e conseguenze collettive. Ma c’è un’altra, decisiva differenza: il MeToo individuava un nemico esterno, mentre ciò che ci impedisce di dire che c’è stato un momento in cui non abbiamo voluto un figlio è spesso un nemico interno, il senso di colpa e lo stigma sociale interiorizzato. Vincerlo è molto più difficile.
Il costo del silenzio non lo paghiamo noi, che abbiamo gli strumenti per parlare o per scegliere di non farlo. Lo pagano le più giovani, le più sole, le più esposte. Le donne per le quali sapere che questa esperienza è comune a tante, e non vergognosa, potrebbe significare la differenza tra cercare aiuto e non cercarlo, tra un percorso sicuro e uno clandestino, tra attraversare quel momento con meno peso o con tutto il peso addosso.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Grazie per queste parole. Hai ragione: è una decisione intima e complessa, e proprio per questo dovrebbe poter essere affrontata senza paura, vergogna o biasimo. Il silenzio che spesso la circonda rende tutto più difficile, soprattutto per le donne più sole.
In tutto questo lungo discorso talvolta privo di consequenzialità due punti colpiscono: la donna che ha ripetutamente abortito e la mancanza del protagonista.
La madre della autrice ha rinunciato alla maternità più e più volte, eliminando di fatto sorelline e fratellini di chi scrive: non ho letto una parola di dolore o, meglio, di disperazione, per la lunga fila di aborti, e questo mi lascia davvero basita. Noi che abbiamo esperienza di accoglienza di donne che hanno abortito , testimoniamo la fatica di convivere con l’errore commesso, il non riuscire a perdonarsi per aver eliminato un figlio. Nulla del genere ho letto qui.
Sottolineo poi che, nel testo, mai che si nomini il bambino, l’essere vivente appartenente alla specie umana il cui cuore batte a 18 giorni dal concepimento. Un DNA unico e irripetibile che non è proprietà di madre e padre, ma libero di realizzarsi se nessuno ne interrompe il processo vitale. Dopo mezzo secolo dall’approvazione della legge 194 ancora si sentono le stesse affermazioni trite e ritrite da femministe non pentite e non consapevoli delle proprie azioni. È arrivato il momento di cambiare la narrazione ideologicamente condizionata dalla mancanza di conoscenze scientifiche e di visione etica: serve il coraggio di dire che l’aborto è un omicidio e chi interrompe la gravidanza impedisce alla vita di nascere. Tutti quei bambini che avrebbero popolato il nostro mondo con i loro sorrisi non hanno avuto nemmeno la possibilità di nascere. Il “ me too” spazzi via l’ipocrisia! Chi è favorevole all’aborto abbia la dignità di ammettere che uccide la vita. Altro che autodeterminazione, serve il senso di responsabilità per evitare che continui il genocidio degli innocenti.
Prof. Vittoria Criscuolo
Vicepresidente Comitato Pro-life insieme
http://www.prolifeinsieme.it
Prof.ssa Criscuolo, la ringrazio di aver letto e commentato con il suo nome e cognome. È evidente che partiamo da visioni etiche molto diverse, e non credo che un commento possa colmare questa distanza.
Il mio articolo non pretende di risolvere la questione filosofica sull’inizio della vita. Parla piuttosto del silenzio e dello stigma che ancora circondano l’interruzione di gravidanza.
Lei richiama l’esperienza di donne che hanno vissuto l’aborto come un errore doloroso. È un’esperienza reale, e nessuno la nega. Ma non è l’unica. Esistono anche donne che vivono quella scelta in modo diverso e che spesso non ne parlano proprio per paura del giudizio.
Il senso del pezzo è questo: invitare a rompere quel silenzio, riconoscendo che dietro queste scelte ci sono storie e condizioni molto diverse tra loro.
Grazie a lei per la cortese risposta. Il mio invito è invece di dire la verità sul bambino. E di non continuare con questa idea dello stigma perché non esiste, innanzitutto, ma se anche ci fosse un briciolo di coscienza ancora dell’orrore , non andrebbe chiamato stigma, ma dignità della donna e vera femminilità. Certo lontana anni luce dal femminismo becero e urlante che uccide l’uomo, considerato sempre un mostro, a prescindere. Altro assente nella sua testimonianza.
Grazie
Vittoria Criscuolo
Cara Rita, come sempre le tue parole.mi trascinano in un dedalo di ricordi che .in qualche modo ,mi fanno riportare i piedi per terra.
Si,perché, come hai ripetutamente sottolineato, si tratta di un’esperienza lacerante che segna il vissuto di noi donne.
Non mi sento di esprimere alcun giudizio,preferisco sentirmi padrona.della.mia colpa anche se ,spesso, immagino come sarebbe adesso la.creatura a cui non ho concesso di esistere.
E’ necessario un supporto a favore delle.donne che affrontano tale.scelta non tanto per la.discolpa quanto per non sentirsi prigioniere della.solitudine.
Ti abbraccio Milvia
Carissima Milvia, grazie delle tue parole commoventi. Non è facile condividere un ricordo così intimo in uno spazio pubblico, e te ne sono grata. Sì, spesso la solitudine è proprio la parte più difficile. Parlare, anche a distanza di anni, è forse il primo modo per non restarne prigioniere. Ti abbraccio e spero di poterlo fare presto di persona.