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di Elisa Russo

Negli scorsi giorni Amélie Nothomb è stata in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, Meglio così. 

A vederla e sentirla parlare si riconosce come la disciplina che menziona spesso nelle interviste non riguardi solo la scrittura ma anche il modo in cui abita il proprio corpo. C’è qualcosa di coerente tra l’austerità estetica e la forma dei suoi libri: romanzi brevi, essenziali, che sembrano aver eliminato ogni elemento superfluo. 

Amélie Nothomb racconta la propria scrittura come di un esercizio di disciplina quotidiana: «Ho iniziato a scrivere a diciassette anni senza saperlo fare. Ho provato tutti i metodi e trovato il mio solo a ventidue anni. È un metodo basato sulla disciplina: devo scrivere tutti i giorni tra le quattro e le otto del mattino, qualunque cosa accada. Svegliarsi e lavorare subito. Certo, è difficile, ma penso che aspettare l’ispirazione sia il modo più sicuro per farla fuggire e l’idea è di mettermi ogni mattina a disposizione dell’ispirazione così che, se arriva, io sia pronta. Comincio a scrivere il libro successivo non appena termino il precedente. È una regola fissa perché quando uno scrittore finisce un libro prova una specie di ebbrezza pericolosa che può trasformarsi sia in un orgoglio sciocco sia in depressione. Il modo migliore per evitare entrambi è iniziare a scrivere subito un nuovo libro.»

La disciplina della scrittura convive con una narrativa tutt’altro che pacificata. I libri di Amélie Nothomb nascono quasi sempre da una situazione di conflitto tra esseri umani. Già nel romanzo d’esordio, Igiene dell’assassino, il rapporto tra lo scrittore e i giornalisti assume la forma di un duello verbale spietato, una forma di aggressione intellettuale. In Barbablu il dispositivo è ancora più esplicito: una relazione apparentemente civile tra un uomo e una donna si rivela una struttura di dominio e di minaccia. In entrambi i casi la relazione non è un luogo di armonia ma uno spazio in cui si esercitano potere, seduzione, violenza. 

Le dinamiche familiari non sfuggono a questa logica. Ne Il libro delle sorelle Nothomb esplora l’intimità fraterna come un territorio ambivalente, in cui l’amore assoluto può trasformarsi in dipendenza e isolamento. Meglio così torna su questo tema ma da una prospettiva più radicale: non racconta una relazione, ma una genealogia. Il romanzo ricostruisce l’infanzia di Adrienne, madre dell’autrice, e attraverso di lei una catena di relazioni femminili segnate da ostilità, incomprensione e adattamento, non un episodio isolato, ma una trasmissione che si ripete di generazione in generazione. «Si tratta di una condizione che interessa la parte materna della mia famiglia: le donne si odiano di generazione in generazione. Le madri odiano le figlie e le figlie odiano le madri, finché non è arrivata Adrienne a rompere questo circolo vizioso.»

Meglio così non attenua l’avversità e non pretende di darle un senso: interviene quando il danno è già accadut, modificando il rapporto con ciò che è successo. Sottrae qualcosa alla sua forza distruttiva, introduce uno scarto minimo tra l’evento e chi lo subisce. 

Adrienne non sceglie ciò che le accade, ma la posizione da cui guardarlo. La formula funziona proprio perché non cerca di cambiare gli altri, di correggere il comportamento della madre o della nonna, né di ricomporre un equilibrio familiare. 

Interviene nel punto in cui la sopravvivenza diventa una questione personale. «Se vogliamo aiutare qualcuno, spesso dobbiamo cominciare da noi stessi.» In superficie potrebbe ricordare l’ottimismo paradossale di Pangloss nel Candide, dove tutto «va per il meglio nel migliore dei mondi possibili». Ma la scelta di Amélie Nothomb si colloca altrove. Voltaire prendeva di mira una filosofia che giustificava il male; meglio così, al contrario, non giustifica nulla. È una tecnica di sopravvivenza.

Meglio così nasce da un lutto: la morte della madre costringe Amélie Nothomb a confrontarsi con una perdita che, per molto tempo, rimane impronunciabile. «Quando è morta mia madre, non riuscivo a parlarne. Per un anno le persone mi hanno chiesto come stesse e io rispondevo che stava bene.» Il libro non nasce dal desiderio di ricordare ma dalla necessità di rompere questa sospensione irreale. «Alla fine mi sono detta che bisognava risolvere questa situazione e ho scritto un libro, perché era l’unica soluzione per riconoscere che mia madre era morta. Ma per riconoscerlo dovevo prima riuscire a dire che aveva vissuto, raccontare quale donna fosse stata e, in questo modo, darle la parola.» 

Il gesto però non è quello del ricordo sentimentale: il libro non racconta la madre come figura adulta, ma la immagina bambina. È un modo per restituirle una vita che precede ed eccede la funzione materna, e insieme per ricostruire l’origine di quella capacità di resistenza che attraversa tutto il romanzo. 

I figli tendono a ridurre la figura dei genitori alla relazione che li riguarda, come se la loro esistenza si esaurisse in quella dimensione. «Quando ero molto piccola mia madre mi parlava della sua infanzia. Aveva avuto un’infanzia martoriata, ma lei non lo sapeva. Raccontava tutto ciò che aveva vissuto da bambina, e spesso erano atrocità e io l’ascoltavo e mi chiedevo: com’è possibile vivere una cosa del genere?»  Guardare la madre come una bambina significa sospendere l’ordine abituale dei ruoli. E dentro questa costellazione femminile, fatta di ostilità e di forme inattese di comprensione, si produce una trasmissione diversa e decisiva: quella dell’indipendenza.

I romanzi di Amélie Nothomb partono quasi sempre da una situazione di conflitto: una conversazione che diventa duello, una relazione che si trasforma in dominio, una famiglia attraversata da tensioni invisibili. Meglio così non abbandona questa logica, ma la porta all’origine: prima ancora che nelle relazioni tra adulti, la guerra si manifesta nell’infanzia, dentro i legami familiari, nell’eredità silenziosa di gesti e comportamenti. «Come riconoscere l’altro in modo che sia qualcosa di diverso dalla guerra? Come si può far evolvere il conflitto in un incontro?» si chiede Amélie Nothomb. 

La formula che dà il titolo al libro indica una possibilità, uno spazio in cui diventa realizzabile qualcosa di diverso: un gesto, una distanza, una forma di indipendenza. Forse, persino un incontro.

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Autore

erusso@tin.it

Studia architettura, lavora tra comunicazione e scrittura. Scrive di libri, mostre e cultura visiva e, per colpa di Philip Roth, continua a preferire la lettura a ogni altra cosa.

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