di Luigi Toni

Nous avons épuisé jusqu’au dernier recours/
Et nous n’espérons plus ni pitié ni secours.

(Michel Houellebecq, L’ancienne voie romaine)


Un fumo blu denso invade la sala, mentre in loop scorrono le note di Guns of Brixton dei Clash. Non è un semplice sottofondo: definisce il tono, sembra quasi preparare il terreno. A La Scala Paris la scena è già carica prima ancora che qualcosa accada davvero. Pochi minuti dopo entrano i musicisti, uno alla volta, senza enfasi. Infine, arriva lui: Michel Houellebecq. Tenuta ordinaria, quasi dimessa: camicia e pantaloni di jeans. Capelli lunghi, sguardo abbassato sullo spartito, appena illuminato nel buio. Un attimo di silenzio — e si comincia con Le bleu du ciel central. Il suono è compatto, trattenuto: un tappeto elettronico continuo, su cui si innestano piano, batteria, basso e due chitarre che si alternano Senza mai assumere un ruolo solista. Quello spazio resta alla voce. Nessuna ricerca di effetto. “Per me è la musica che determina il tono della voce”, dice Houellebecq. Più che stupire, la musica accompagna, tiene insieme, sostiene le parole.


All’inizio Houellebecq recita, non canta. La voce suona piatta, monocorde, eppure è sempre a tempo, perfettamente incastrata nel flusso sonoro. Dopo pochi minuti, diventa chiaro che non è un limite, ma una scelta stilistica: una forma di resistenza alla teatralità. I brani sono una messa in musica dei testi: spoken word attraversato da uno spleen crepuscolare e un’inquietudine che percorre tutta la sua scrittura poetica. Il declino ne definisce l’atmosfera. Houellebecq lavora da anni su forme ibride – tra lettura, recital e musica – ma qui la dimensione performativa trova una coerenza più evidente. Fin dagli anni Novanta, ha affiancato alla scrittura romanzesca incursioni musicali, fino a Présence humaine (2000). Questa volta il progetto nasce in collaborazione con Frédéric Lo — musicista, compositore e arrangiatore già al fianco di Daniel Darc, Peter Doherty, Alain Chamfort, Stephan Eicher — per sostenere l’album Souvenez-vous de l’homme, uscito da poco più di un mese.


Un progetto che viene da lontano, restituito oggi in forma più asciutta, più coerente con il suo minimalismo. Un disco ascetico, melodico, ipnotico, in cui gli alessandrini si appoggiano a strutture ridotte all’essenziale. Più che canzoni, frammenti sonori: un concept album che mette in scena un mondo post-umano, una memoria dell’uomo quando l’uomo è già scomparso, o quasi. Non un ritorno con un nuovo romanzo quindi, ma un disco costruito sui testi poetici, realizzato con un produttore abituato a lavorare su voci e materiali irregolari. Il suono, costruito da Lo, resta essenziale: mette in risalto la voce, ne segue le inflessioni, ne accetta la fragilità. I testi provengono soprattutto da Combat toujours perdant — raccolta uscita dopo tredici anni di silenzio poetico, inedita in Italia. La scrittura alterna quartine regolari, tra settenari e endecasillabi, a passaggi più liberi, fino a una prosa asciutta, quasi tagliente. È lì che il concerto trova il suo centro.

Con Fin de partie – il titolo è apertamente beckettiano, e non per caso – il registro è già chiaro: “Occidentaux qui voulez vivre, / Vous êtes en fin de partie […] / Je sais que la fin sera triste”. Non c’è apocalisse, ma un lento avvicinarsi alla fine. Vengono in mente i versi di Hans Magnus Enzensberger in Titanic: “L’inizio della fine è sempre discreto”. Il mondo appare quindi già inclinato. Un’umanità che continua ad andare avanti, per inerzia più che per volontà, senza legami, senza direzione. “Le monde a légèrement basculé sur son axe”. Non è ancora un crollo, ma un progressivo slittamento di un mondo ormai irreversibilmente fuori dai cardini. In Les contrées solitaires, l’umanità è già oltre sé stessa: “Nous avons traversé en ombres maladives / Tous les effondrements d’un monde condamné […] /Sans amour, sans partage”.


Ancora una volta a irrompere nel mondo ordinario è il lessico tecnico che crea uno scarto, come in Le dialogue des machines. È un mondo in cui tutto sembra sparito o sul punto di sparire. Un mondo evocato mentre si dissolve da una memoria remota : “Avant, longtemps avant / Il y a eu des êtres qui se mettaient en rond / Pour échapper au loup, et sentir leur chaleur / Ils devaient disparaître, ils ressemblaient à nous.” Non resta più nulla da ricostruire, ma solo da attraversare. E ancora, in Perdus dans des rêves inutiles : “Notre envie de vivre est partie, / À la recherche de prairies/ Qui ressembleraient à l’enfance”. Anche qui non c’è alcuna nostalgia, ma il segno di una perdita. La vita si ritira lentamente, mentre si resta in attesa.


Con il brano Autoroute – ancora da Combat toujours perdant – la dimensione collettiva si fa più netta: “Désespéré sur l’autoroute / Je perdais le compte des morts […] Il aurait fallu se défendre/ Sans savoir de qui nid de quoi”. La guerra è un rumore di fondo, senza volto, una catastrofe oltre ogni statistica. Qui la musica di Frédéric Lo lavora per sottrazione: loop, variazioni minime, una costruzione che segue le parole. La parola resta sempre in primo piano, sostenuta da un paesaggio sonoro minimale e malinconico.


Alle spalle dei musicisti scorrono immagini in sequenza continua: torri altissime, anonime, abitazioni della cintura urbana di Parigi. Poi immagini di guerra: rovine, macerie, paesaggi da dopoguerra. La guerra è ovunque, ma senza nome: più che un evento, una condizione diffusa. È qui che si chiarisce la logica del lavoro: Houellebecq sembra muoversi dentro la figura dell’épuisé che Gilles Deleuze legge in Samuel Beckett — non la stanchezza, ma l’esaurimento delle possibilità, un progressivo abdicare alla vita. Tutto sembra già stato fatto, detto, provato. Eppure, la voce insiste. Lo si vede in L’ancienne voie romaine : “Nous avons épuisé jusqu’au dernier recours/ Et nous n’espérons plus ni pitié ni secours […] Nous attendons pourtant le sauveur impensable”. L’attesa sopravvive alla speranza. E più avanti, la logica si radicalizza fino alla forma più nuda: “On comprend qu’il y a très peu d’issues possibles […] / Combat toujours perdant”.


Non c’è più conflitto in senso proprio: resta una guerra a bassa intensità, diffusa, che si esercita sui corpi. Deleuze parlava di una voce piatta, quella di un operatore che descrive un’immagine ancora senza forma. È difficile non riconoscerla qui. Spesso accusata di essere spenta, la voce di Houellebecq trova la sua necessità: sembra precedere il senso, esaurirlo. E tuttavia qualcosa si incrina. Questa insistenza — che è la forza del progetto — diventa a tratti anche il suo limite. Alcuni testi sembrano scivolare verso una reiterazione che non aggiunge molto a quanto già detto. La radicalità dell’idea non sempre si traduce in forma. Quasi a chiudere il cerchio, la raccolta arriva a formulazioni ancora più spoglie: “Ma vie s’approche de son terme / Comme une anecdote aplatie”. La vita ridotta si disperde in sequenze senza rilievo. O ancora: “Je me dirige vers le rien / Et la fin sera silencieuse”.


Dopo circa quaranta minuti, Houellebecq si ferma. Guarda per la prima volta la platea: “Facciamo una piccola pausa… solo 4 minuti!”. Sorride. Poi rivolto ai musicisti: “Voi no però!”. Il pubblico ride. Ogni suo piccolo movimento — un passo, un gesto minimo — viene seguito dal pubblico con una familiarità evidente. I musicisti continuano senza pausa, costruendo un passaggio strumentale che non interrompe il flusso. Nella seconda parte, i testi, in buona parte inediti, continuano ad essere proiettati sullo schermo. Di nuovo immagini di guerra, unité d’habitation, paesaggi anonimi. E lì il discorso si sposta.


Tra i testi inediti compare Marc23 — il nome rimanda direttamente a Daniel24 di La possibilité d’une île, e il riconoscimento è immediato: lo stesso futuro indistinto, la stessa umanità clonata e svuotata, il presente come semplice zona di passaggio, un lungo attraversamento verso qualcosa che resta irrimediabilmente oscuro. Houellebecq continua a immaginare scenari futuri, ma per registrare uno stato già in atto. Non una fine improvvisa, ma un processo lento, diffuso. Ed è forse qui la continuità con il resto della sua opera: il futuro come specchio del presente. Pur muovendosi fra le rovine, Houellebecq non rinuncia all’ironia: prima gli agenti immobiliari — “Hardi, les acquéreurs!” — poi la libertà individuale occidentale: “Le soleil éclaire les ruines / D’un Occident. Quel Occident? La liberté individuelle?”.


Durante il concerto, Houellebecq resta quasi immobile. Ogni tanto si abbandona ad un sorriso, una battuta minima. Un’ironia sottile, mai invadente. A un certo punto, qualcuno grida: “L’ultima rockstar!”. La frase fa sorridere, ma forse non è del tutto errata: è di certo una rockstar senza eccessi, senza mito, ma proprio per questo coerente con il mondo che descrive. Per sé, non rivendica nulla di simile — e ancor meno un’altra postura, quella del guru, che rifiuta apertamente, non avendone – a suo dire – né l’attitudine né il carisma. Il suo è un ritorno in scena diverso da come molti aspettavano.


Michel Houellebecq resta una figura centrale, anche se più controversa rispetto al passato. I romanzi che lo hanno imposto all’attenzione mondiale — da Extension du domaine de la lutte a Les Particules élémentaires — continuano a essere punti di riferimento, anche se negli ultimi anni la sua posizione si è fatta più esposta, più divisiva, spesso difficilmente condivisibile. In Houellebecq c’è questa forma di inattualità: non nostalgia, ma asincronia rispetto al presente. Anche quando lavora su materiali pienamente contemporanei — solitudine urbana, collasso affettivo, virtualizzazione dell’esperienza, consumo — li dispone dentro forme fredde, regolari, quasi classiche.


Anche Combat toujours perdant, con le sue quartine rigide e gli alessandrini spezzati, sembra muoversi in questa direzione: utilizzare una forma metrica rigida per dire un mondo ormai privo di centro. Ed è qui che il lavoro musicale di Frédéric Lo trova la sua misura: non amplificare i testi, ma sostenerne il vuoto, la sospensione, il tempo interno. Souvenez-vous de l’homme funziona soprattutto nei momenti più essenziali, quando la musica rallenta e si riduce a pochi loop ostinati. Più che accompagnare, Lo costruisce una durata minima dentro cui la voce di Houellebecq si prolunga come una sordina: piatta, ostinata, eppure intensamente presente.


Ne emerge un mondo in cui l’assenza non coincide mai davvero con il vuoto, ma con una progressiva deformazione del reale. La quotidianità appare allora come una superficie artificiale: esistenze prefabbricate, vite trascorse tra supermercati, monolocali e dispositivi tecnologici sempre più invasivi. Eppure, sotto questa normalità continua ad affiorare qualcos’altro — una lucidità fredda, stranita, che attraversa i testi di Houellebecq e lascia intravedere, dietro l’ordinario, una forma più profonda di desolazione. Nel deserto del reale, il virtuale sembra aver progressivamente preso il posto dell’esperienza, svuotandola dall’interno e privandola di senso. Per questo, nei suoi testi, ogni spazio ancora immaginabile — l’infanzia, il paesaggio, la memoria, perfino la possibilità di una comunità — assume la forma fragile di un residuo, di un’utopia minima che continua a sopravvivere mentre tutto si consuma.


Nel finale, i bis: prima un solo di voce e piano, poi un ultimo pezzo più sporco, più ossessivo con la batteria e basso in primo piano. Un residuo crepuscolare attraversato da una malinconia post-punk. Uscendo, non restano in testa brani, ma immagini forti. Qualcosa che, nel silenzio finale, continua a risuonare.


Houellebecq si conferma tra i pochi autori contemporanei — e tra i più controversi — capaci di parlare del presente senza renderlo accettabile. La sua è una scrittura che sembra rinunciare a ogni consolazione. Ed è forse proprio questa cifra ostinata il senso dell’intera operazione: il disco, la raccolta, il concerto non rappresentano la fine, ma tentano ostinatamente di formularla. I temi restano quelli noti — la solitudine, il desiderio, la memoria, il destino dell’umanità — ma qui si dispongono diversamente: senza enfasi, senza sviluppo narrativo, senza la mediazione del romanzo.


Quello che rimane è un mondo che si consuma più che crollare. Una fine che non si compie mai del tutto, ma continua a trascinarsi. La domanda che aleggia su tutto il lavoro di Houellebecq — come dire la fine quando tutto sembra già finito? — non trova risposta. E forse è proprio questo il punto.

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Autore

luigitoni@minimaetmoralia.it

Luigi Toni vive a Parigi, dove insegna italiano. Traduce dal francese e scrive di letteratura, filosofia e arti visive. Collabora con minima et moralia, Left, Nazione Indiana, OrientXXI Italia, Sud. Rivista europea, Focus In, Doppiozero, terss.net. Ha tradotto, tra gli altri, Michel Onfray, Alain Badiou, Louis Aragon, e Pierre Michon. È autore di Guy Debord. Il movimento impossibile di uno stratega.

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