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Un segnalibro può essere un fantasma? Sugli scaffali della mia libreria, oltre ai libri acquistati o ricevuti, ce ne sono alcuni che mi sono stati tramandati. Un sottoinsieme di questi, a sua volta, è composto da libri che hanno un segnalibro tra le loro pagine. L’avanzamento di lettura che segnalano non mi dice niente, mi sembra essere un’informazione di cui non importa più a nessuno. Mi sembra interessante, invece, il fatto che ogni segnalibro sia capace di restituirmi un gesto: quello con cui è stato spostato per un’ultima volta e messo esattamente lì dove lo trovo adesso. Quei segnalibri sono per me fantasmi? È una domanda a cui non so rispondere. Di due cose però sono certo. Primo: non li toglierò mai dalle pagine in cui si trovano. Secondo: il fantasma classico, quello che ulula di notte, trascina le catene, somiglia a un tizio con un lenzuolo in testa, a me non serve a niente. Non so che farmene. Un segnalibro che è un fantasma al contrario mi appare l’inizio di qualcosa di promettente, è uno spunto da cui potrei tirare fuori qualcosa di buono.
Del resto non solo i fantasmi, ma tutte le creature e le entità che appartengono al folklore hanno assunto nel corso dei secoli connotazioni diverse. Chi studia questi fenomeni, scrive Nicolas Nova nel libro “La persistenza del meraviglioso”, pubblicato da add editore nella traduzione di Sara Prencipe, parla di ecotipizzazione: i nomi sopravvivono ma, attraverso progressivi slittamenti simbolici, gli attributi mutano nel tempo. Parlare oggi di fantasmi, di demoni e di troll non vuol dire reincantare un pensiero ormai dominato dal razionalismo scientifico; e non vuol dire neanche sottrarre al folklore l’elemento fantastico. Si tratta piuttosto di tracciare una linea di continuità capace di rendere conto del largo uso di questi termini in ambito tecnologico. Se una volta per scongiurare l’apparizione dei fantasmi si usava coprire gli specchi, oggi è necessario spegnere gli schermi (che, come suggeriva il titolo della serie televisiva “Black Mirror”, sono i veri specchi della nostra epoca).
Accendendo uno schermo, infatti, capita di fare strani incontri. Un uomo, anni dopo la morte di suo padre, un giorno ha riacceso la console con cui giocavano insieme, quand’era ancora bambino, un videogioco di corse; e ha ritrovato in una ghost car, vale a dire la registrazione del miglior tempo su una certa pista, la possibilità di gareggiare ancora, in qualsiasi momento, in compagnia del suo vecchio. Naturalmente ha sempre fatto attenzione a non tagliare il traguardo per primo, per evitare di sovrascrivere la registrazione con un nuovo record da battere. Quella ghost car ha tanto in comune con i miei segnalibri. È un fantasma? Di nuovo: è difficile rispondere. La terminologia però è chiara, e rimanda esplicitamente a un’entità spettrale. Non si tratta di un’eccezione: nel suo libro, Nicolas Nova si propone di indagare proprio le ragioni dell’abbondante ricorso, nel mondo tecnologico, a nomi legati ai miti e alle leggende della tradizione popolare.
“La persistenza del meraviglioso” si apre infatti con un’introduzione che preannuncia l’intenzione di non comporre un bestiario moderno: «Anche se i bestiari e la loro logica compilatoria tornano a vivere un momento di gloria, non è questa la strada che intendo seguire. Non ho in mente di scrivere un repertorio di creature, né un “Mattino dei maghi” del XXI secolo per catalogare le curiosità del nuovo ambiente accessibile dai nostri dispositivi», dichiara l’autore. È una promessa che verrà disattesa dalle pagine seguenti, dove Nicolas Nova esaminerà, una tipologia alla volta, e un caso dopo l’altro, varie entità tornate in auge con l’avvento del digitale. La maggior parte del libro sembra più un lavoro preparatorio, in vista di una futura analisi del meraviglioso digitale che l’autore, prematuramente scomparso nel 2024, non avrebbe poi avuto modo di condurre.
Il momento in cui s’interrompe l’esame dei vari casi e inizia un discorso volto a tirare le fila arriva solamente nel capitolo conclusivo. Sono una ventina di pagine piuttosto dense, in cui Nicolas Nova prova finalmente a ricavare, dal bestiario, una teoria. Ci riesce? Sì e no. Le intuizioni brillanti sono molte, ma la trattazione procede con una velocità tale da rasentare la frenesia, e l’autore adotta poi quell’approccio tipicamente accademico che rende possibile presentare due visioni contrapposte senza sentire alcun bisogno di sbilanciarsi a favore dell’una o dell’altra, e in cui è lecito affastellare, in pochissimo spazio, una quantità semplicemente insostenibile di riferimenti ad altri studi. Si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a un libro che sarebbe dovuto essere lungo il doppio, e la cui seconda metà viene per qualche ragione presentata nella forma di un’estrema sintesi.
Una delle questioni su cui l’autore non prende posizione appare oggi d’importanza cruciale. Nel capitolo dedicato a quello che chiama “il serraglio malvagio”, composto da entità caratterizzate da un comportamento malevolo, Nicolas Nova parla di trojan. Al pari dei virus informatici, programmati per infettare un computer come le loro controparti biologiche farebbero con un corpo, anche i trojan fanno capire già dal loro nome d’essere degli intrusi che si infiltrano con l’inganno e con cattive intenzioni, simili ai guerrieri greci nascosti nel celebre cavallo di legno. Il ricorso a un nome così evocativo sembra allora motivato dal proposito di far subito comprendere a qualunque utilizzatore, anche al meno avveduto, che un trojan è una minaccia, può far danni, necessita di una risposta. L’autore avverte però anche di un’altra possibilità: quella che il nome serva invece a preservare una distanza tra la percezione e la verità della cosa. Suggerirebbe insomma questo messaggio: tu fai pure come se fosse un cavallo di Troia, e lascia che siano gli esperti a sapere cosa sia realmente.
Il linguaggio è sempre servito tanto a mostrare quanto a nascondere; chiunque lavori con le parole lo sa bene, e Roland Barthes lo spiega con grande chiarezza: «La crittografia sarebbe dunque la vocazione stessa della scrittura. L’illeggibilità, lungi dall’essere lo stadio difettivo, o mostruoso, del sistema scrittorio, ne sarebbe al contrario la verità propria», scrive in “Variazioni sulla scrittura”. Poco dopo, aggiunge: «c’è una “verità nera” della scrittura: essa, per millenni, ha separato coloro che vi erano iniziati, assai poco numerosi, da coloro che non lo erano (la massa dell’umanità)». Per quel particolare genere di scrittura che è la programmazione vale lo stesso. Il codice informatico, il famigerato algoritmo, è illeggibile per la stragrande maggioranza delle persone; in molti casi lo è anche per chi lo saprebbe leggere, perché privato e perciò indisponibile. L’intelligenza artificiale poi, collocata da Nicolas Nova nel serraglio dei “nuovi mostri”, alla dimensione privata unisce, per la prima volta, un’opacità per i suoi stessi creatori. La domanda che il saggio lascia in sospeso allora è: “la persistenza del meraviglioso” ha uno scopo mistificatorio? Non ricordo nemmeno quando è stata l’ultima volta che ho scritto più di qualche riga a penna e non con una tastiera; ma, se si tratta di fantasmi, credo di preferire ancora quelli di carta.
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.
