Non so se ci avete fatto caso, ma della Generazione X non si parla mai. È tutto uno sproloquiare su rampantismo e idiosincrasie, pregi e difetti, usi e costumi di Millennial e Gen Z, ma la Gen X non se la fila nessuno. La Gen X non vale nemmeno come insulto, perché il disprezzo per la mentalità e i modi delle vecchie generazioni si stigmatizzano con la denominazione della generazione precedente: “ok, boomer”.
Insomma, sembra quasi che noialtri nati negli anni Settanta, i cinquantenni di oggi, non si esista. Eppure, siamo quelli che abbiamo avuto vent’anni in un decennio straordinario e importantissimo, quegli anni Novanta che Chuck Klosterman racconta in un saggio omonimo (“I Novanta”) pubblicato da 66thand2nd.
Se la Gen X non esiste, se è rimasta schiacciata nella morsa letale tra una generazione precedente che non molla mai niente (e che dopo aver ucciso i propri padri ne ha preso il posto in saecula saeculorum) e le nuove intenzionate a farsi strada nella giungla del presente col coltello (dell’ideologia) tra i denti, è proprio perché ha avuto vent’anni negli anni Novanta, sembra giustamente suggerire il libro di Klosterman, che passa in rassegna la musica, il cinema, la televisione, la politica di quel decennio, e ne racconta il rapporto circolare con la situazione sociale, psicologica e direi anche antropologica di quello che possiamo definire il loro pubblico di riferimento.
“Negli anni Novanta, non fare volutamente niente era un’opzione valida, e c’era un genere ben preciso di «cool» che diventò più importante di ogni altra cosa o quasi. La chiave per quella stilosità era il disinteresse verso il successo tradizionalmente inteso. I Novanta non erano tempi per chi aspirava a troppo”. Così scrive Klosterman nella prefazione del suo saggio.
D’altronde, i testi cinematografici di riferimento della Gen X sono stati film come Giovani, carini e disoccupati, col Troy Dyer di Ethan Hawke orgogliosamente disinteressato alla carriera in senso tradizionale, e nemmeno troppo alla ricerca del successo con la sua band: a lui – come agli slacker raccontati negli stessi anni da Richard Linklater – bastava vivere alla giornata, stravaccarsi sul divano quando meglio gli aggradava, godere delle piccole cose della vita: “Vedi Lelaina, non ci serve altro: un paio di bagel, una tazza di caffè e un po’ di conversazione; io, te e 5 dollari” (in Italia, invece, piccolo territorio esotico e irrilevante di cui nel libro di Klosterman, tutto chiuso all’interno degli USA, non c’è menzione, gli anni Novanta del cinema sono quelli aperti dalla Trilogia della Fuga di Salvatores, non a caso premiato con l’Oscar nel 1991).
L’impressione, anche a leggere Klosterman, è che ci fosse un mix letale di trauma e consapevolezza, quasi di preveggenza, in quel decennio caratterizzato e definito da crolli e collassi, che ha inizio quando cade il Muro di Berlino e che ha fine col disastro delle Torri Gemelle. Erano morte le ideologie, era morto – o forse solo in coma – l’edonismo degli anni Ottanta, stava per crollare il Mondo di Prima con l’avvento di internet, dei telefonini e delle tecnologie digitali, c’era pure il Millennium Bug a incombere: perché mai la Gen X si sarebbe dovuta sbattere più di tanto per fare qualcosa? Perché mai contribuire fattivamente alla disgregazione di punti di riferimento e appigli di vario tipo, magari andando a contestare chi era venuto prima di lei?
La catastrofe era inevitabile ben prima che lo dicessero i Baustelle, inevitabile e spettacolare, come insegnava il Titanic di James Cameron: tanto valeva restare a guardare.
E l’immagine finale di un altro film simbolo degli anni Novanta, Fight Club di David Fincher, con Tyler Durden e Marla Singer che osservano il crollo dei palazzi simbolo del Capitale era sufficiente per sfogare gli istinti no logo di quella generazione, e si andrà concretizzando in qualche forma solo allo scoccare dell’anno 2000, con celebre saggio di Naomi Klein e con la cosiddetta “Battaglia di Seattle” che codificò il movimento no global a venire.
Di Klein e di Seattle Klosterman non dice nulla, ma più volte nel suo libro sottolinea, implicitamente e esplicitamente, come – sospesi tra il Mondo di Prima e il Mondo Nuovo del digitale – gli anni Novanta siano stati un momento di passaggio e trasformazione fondamentale, e che tutto quello che è oggi nel Mondo Nuovo è in qualche modo figlio di quello che nei Novanta si era andati sperimentando: senza Ross Perot, per fare un esempio facile, Trump non sarebbe stato pensabile; senza la rivoluzione del VHS, non si sarebbe arrivati a Netflix; senza Friends e Seinfeld, non ci sarebbero state le serie di oggi.
Eppure, refrattaria all’idea di successo e di carriera, incline al solipsismo e all’accettazione passiva dello stato delle cose, ben accomodata sul comodo divano della parodia di sé stessa, la Gen X – nata, per dirla col Douglas Coupland che ha coniato la definizione da “un linguaggio che oscilla tra un pungente umorismo e un pessimismo cosmico” – non è stata mai davvero in grado di sfruttare fino in fondo la straordinaria ricchezza socio-culturale che le deriva dall’essere la generazione con un piede nel mondo di prima e un altro nel mondo nuovo, depositaria di qualcosa che sta svanendo e capace di avere a che fare con strumenti che ha visto nascere, e che per questo guarda ancora con un certo sano disincanto.
Quello che, sottolinea spesso Klosterman, la Gen X ha portato con sé nel presente, imponendolo come tratto, è – per dirla con le sue parole – “il divario tra ciò che viene
ascritto a dogma della Gen X e il comportamento dei consumatori Gen X è di una vastità che sfugge a ogni logica”. Detta in altre parole: l’aver fatto di consumi di nicchia tratti identitari generali e generazionali. L’aver imposto alla maggioranza – o all’attenzione della maggioranza, meglio – modi, abitudini, consumi che appartengono irrimediabilmente a una minoranza. D’altronde, non si può dire in Italia “minoranza” senza pensare alla celebre battuta di Nanni Moretti. La pronunciava in Caro Diario, era il 1993: guarda un po’.
Ma quel che Klosterman nel suo libro forse non coglie, e sicuramente non sottolinea, è un altro grande paradosso che riguarda il decennio e la generazione dei paradossi per eccellenza: il fatto che oggi, a trent’anni di distanza, i Novanta – la loro musica, la loro estetica, il loro cinema, i loro miti, la loro fede nei media – sembrano oggi più vivi e egemoni che mai nella cultura contemporanea. Quanto più hanno cercato di passare inosservati, tanto più hanno lasciato un’impronta profonda: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”, sempre per dirla con Moretti.
Solo che di questo poter farsi notare, e di questa voglia di farsi notare, la Gen X sembra non aver avuto mai consapevolezza. E se ce l’ha (avuta), l’ha seppellita sotto strati di ironie, facendo spallucce, mentre i padri continuano a imperversare, e i figli a sgomitare.
Federico Gironi è nato nel 1974 a Roma, dove vive. Laureatosi in Scienze della Comunicazione nel 1999 con una tesi sul cinema di Hong Kong degli anni Ottanta e Novanta, lavora dal 2001 anni come critico e giornalista cinematografico per il canale tv Coming Soon Television prima e per il sito internet comingsoon.it . Scrive o ha scritto su riviste come Cineforum, Duellanti, Panoramiques, Nocturno. Selezionatore per le sezioni Concorso e fuori concorso del Torino Film Festival, ha pubblicato saggi in volumi sul nuovo cinema indipendente americano, M. Night Shyamalan e il cinema USA dopo l’11/9. Guarda tantissimi film, ascolta molta musica, legge molti libri, scrive per gli altri e per sé. Ha anche adattato i dialoghi del musical Priscilla.
