di Ludovico Cantisani

È una vera e propria gemma della narrativa breve dello scrittore austriaco Stefan Zweig quella che Franco Maria Ricci Editore ripropone nella sua collana Dédale: La collezione invisibile, un racconto del 1925, qui tradotto da Anna Ruchat, con una prefazione di Pedro Corrêa do Lago e un’introduzione di Guillaume Glorieux; il testo del racconto e dell’apparato critico è peraltro intervallato da una serie di incisioni di Dürer, tra cui la celebre Melancolia, dallo Giove e Antiope di Rembrandt e da una raccolta di riproduzioni di tele di Honoré Daumier incentrate su collezionisti di stampe e di dipinti.

Suggestivo e rivelatorio è già il sottotitolo che accompagna La collezione invisibile, dove la succinta storia immaginata da Zweig viene presentata come Un episodio all’epoca dell’inflazione in Germania, e il racconto diventa implicitamente anche una riflessone sulla cultura tedesca e sulla decadenza che aveva colto la nazione all’indomani del termine della Prima guerra mondiale, quando il pesantissimo trattato di pace di Versailles del 1919 aveva fatto sprofondare il paese in una crisi economica che sarebbe diventata lo sfondo del nazismo. Com’è noto, Zweig fuggì dall’Europa continentale già nel 1934, prima ancora dell’Anschluss dell’Austria, quando già i roghi dei libri a Berlino bruciavano le pagine delle sue opere, stabilendosi in un primo tempo a Londra; diventato cittadino britannico nel 1938, due anni dopo riparò a New York, per poi spostarsi nel 1941 in Brasile, dove l’anno successivo si suicidò, il 22 febbraio 1942, assieme alla seconda moglie Lotte, giustificando l’atto con la dichiarazione lapidaria, trasmessa per lettera ad Alfred Altmann, “abbiamo deciso, uniti nell’amore, di non lasciarci mai, nella certezza di andare incontro a una grande tranquillità e a una grande pace” – ed è anche alla luce del successivo destino biografico dello scrittore che questo racconto del 1925 assume una nuova valenza, più drammatica e sinistra, quasi sommessa.

La storia de La collezione invisibile è narrata da un anonimo antiquario, autodescrittosi come un “vecchio bottegaio”, che, durante un viaggio di lavoro, decide di fare visita a un vecchio cliente, il signor R., un anziano collezionista di stampe antiche. Prima della guerra, quest’uomo era stato un ricco e raffinato amatore d’arte, proprietario di una straordinaria raccolta di incisioni di grandi maestri, tra cui opere di Albrecht Dürer e di altri celebri incisori europei, fino ad arrivare una delle più importanti collezioni private della Germania. Spinto dalla curiosità e dal desiderio di riallacciare il rapporto con un vecchio cliente, decide quindi di andarlo a trovare, ma arrivato nella casa del collezionista, il protagonista scopre una situazione inattesa: il collezionista è ormai anziano, senile e quasi completamente cieco, ma conserva intatta la passione per la sua raccolta, di cui va gelosissimo. Con grande entusiasmo mostra all’ospite le sue stampe, prendendo in mano i fogli e descrivendo ogni dettaglio delle opere: la composizione, le linee, la tecnica dell’incisione, la bellezza dei particolari. Il commerciante, però, rimane colpito da un elemento inquietante: i fogli che il vecchio maneggia sono completamente bianchi. La collezione non esiste più. Durante gli anni difficili della guerra e della crisi economica, la moglie e la figlia del collezionista, per necessità, hanno venduto una per una tutte le opere autentiche; tuttavia le due donne non hanno mai avuto il coraggio di dirgli la verità, perché l’uomo, ormai cieco e profondamente legato a quelle immagini, non avrebbe potuto sopportare la perdita – anzi, l’anziano padre “non sa come vanno male le cose, non ha idea di quanto sia difficile acquistare quel poco cibo al mercato nero, non sa nemmeno che abbiamo perso la guerra e che l’Alsazia e la Lorena sono passate ai francesi, non gli leggiamo più queste cose, perché non si agiti”. Dopo un attimo di esitazione, anche l’antiquario decide di acconsentire alla pia fraus, lodando nel dettaglio la collezione assente e ormai perdita e arrivando alla conclusione che “in tutti gli anni della guerra non avrò mai visto un’espressione di beatitudine così perfetta, così pura, su un viso tedesco”. Mentre su allontana dalla casa del vecchio, che lo saluta a gran voce, il narratore non può fare a meno di pensare a un vecchio aforismo di Goethe: “i collezionisti sono persone felici”.

La collezione invisibile è un testo ricco di suggestioni storiche e tematiche, e profondamente intrecciato con la biografia del suo autore. Già durante la sua giovinezza Zweig aveva ricevuto in dono da Rainer Maria Rilke una copia autografa del poema in prosa Canto d’amore e morte dell’alfiere Cristoph Rilke, conservato gelosamente dallo scrittore austriaco fino alla morte per in esilio, per suicidio, a Petrópolis in Brasile nel 1942, e successivamente donato dai suoi eredi alla British Librery. La sua smania di collezionismo letterario comportava a Zweig grossi esborsi economici, tant’è che in una lettera del 1926 scriveva al mercante francese Simon Kra “devo guadagnare per gli autografi, i miei meravigliosi vampiri”; ma in realtà, essendo diventato all’apice della sua carriera l’autore tedesco più letto al mondo, Zweig era arrivato a inserire nella sua collezione privata bozze manoscritte di grandi poeti come Goethe o Baudelaire e di scrittori come Balzac, prediligendo in particolare, come ricorda Pedro Corrêa do Lago nella sua prefazione, quelle pagine autografe in cui la prima stesura di un verso veniva cancellata e sostituita dalla sua formulazione finale, quella passata ai posteri; e allo stesso modo cercava negli appunti musicali di grandi compositori come Mozart, Bach o Beethoven analoghe correzioni nelle melodie poi passate alla storia. L’appassionato feticismo di Stefan Zweig non si limitava soltanto ai testi o agli spartiti manoscritti, del resto: durante il lungo periodo a Salisburgo tra il 1919 e il 1934 Zweig aveva provato il brivido di scrivere su una vecchia scrivania appartenuta a Beethoven, nella villa di Kapuzinenberg, il che lo indusse a scrivere che “in quel periodo sono passati da casa nostra molti ospiti famosi e a noi cari, ma anche nei momenti in cui ero solo, ero circondato da un cerchio magico di personaggi illustri del passato, di cui ero riuscito a poco a poco a raccogliere le ombre e le tracce”.

Il collezionista senile tratteggiato da Zweig ne La collezione invisibile sembra essere un sunto simbolicamente fertile di un’intera fase della storia e della cultura tedesche, giunte ormai alla loro capitolazione – non per nulla, lo stesso sottotitolo metteva in chiaro l’ambientazione cronologica della vicenda. La collezione dell’anziano notabile di provincia immaginato da Zweig è un universo chiuso, quasi sacro, ma anche esposto alla distruzione e all’inganno, che cristallizza il passato in una illusione tragica: la nobiltà d’animo del personaggio è indubbia, ma anche la sua morbosità, il suo ossessivo attaccamento al passato – a un passato anteriore alla sua stessa nascita, a ben vedere, visto che il racconta lo presenta come un eroe della guerra del 1870 mentre gran parte delle incisioni che si illude di possedere ancora risalgono al Seicento – lo rende incapace di vedere il presente. Del resto già in un racconto di pochi anni precedente a La collezione invisibile e anche più celebre, Notte fantastica che ha dato anche il titolo a una raccolta dell’Adelphi di narrazioni brevi a firma di Zweig, comparivano i tratti del collezionista nel protagonista ed io narrante, che raccontando della sua vita prima dell’epifania al centro del racconto dice di sé “arricchivo il mio appartamento con un particolare tipo di incisioni italiane risalenti al Barocco e con paesaggi alla maniera del Canaletto, che andavo a scovare nelle botteghe dei rigattieri o mi aggiudicavo alle vendite all’asta”; ma in questo caso la componente del collezionismo serviva a caratterizzare in modo negativo un giovane barone erede di un’inaspettata fortuna che andava alla ricerca di tele e incisioni d’epoca solo per scacciare il suo vuoto esistenziale. Per non parlare di Mendel dei libri, racconto del 1929 dove però il collezionismo riassumeva un tono idealizzato, retrospettivamente verrebbe di dire di resistenza intellettuale nei confronti della crisi politica e culturale che stava avvolgendo l’Europa negli anni fatidici tra le due grandi guerre mondiali: il narratore vi ricorda la figura di un venditore di libri usati ebreo, dalle capacità mnemoniche stupefacenti, capace di ricordare il titolo, l’editore, la data di progressione e il prezzo di copertina di virtualmente ogni libro della cultura occidentale; ma nella progressione del racconto il narratore scopriva che durante la Prima Guerra Mondiale era finito internato in quanto ebreo galiziano di cittadinanza russa, ed era morto poco dopo il ritorno a Vienna. Senza forzare troppo l’interpretazione, lo stesso libro con cui Zweig concluse la sua opera letteraria, Il mondo di ieri, può essere interpretata come una collezione di ricordi, incontri, scambi epistolari, letture e testimonianze di un’Europa ormai scomparsa sotto l’ombra del nazismo.

Ad ampliare lo sguardo, la figura del collezionista è una fertile metafora della modernità, con un interessante fiorire di ramificazioni che si estendono tra letteratura e filosofia lungo tutto il Novecento, lambendo anche parte dell’Ottocento e assumendo il più delle volte un carattere ambivalente, sospeso tra fascinazione e ossessione. Già in À rebours di Joris Karl Huysmans, originariamente pubblicato nel 1884, il protagonista Jean Floressas Des Esseintes si costruisce una personalissima turris eburnea in una villa nella campagna parigina dove allestisce una collezione di oggetti artificiali composta di libri rari, profumi, pietre preziose, piante esotiche e oggetti eccentrici, in un tentativo nevrotico e morboso di creare un mondo perfetto separato dalla volgarità della società moderna. Nella Ricerca del tempo perduto di Proust non c’è una collezione nel senso stretto del termine, ma una raccolta ontologicamente aperta di ricordi, frammenti, oggetti, feticci, sapori, melodie, capaci di dischiudere un potente canale di comunicazione col passato. La figura archetipica della collezione ritorna con prepotenza nell’opera letteraria di Jorge Luis Borges: ne La Biblioteca di Babele, la raccolta universale di volumi è la collezione assoluta, contenente tutti i libri possibili. Ne L’Aleph, invece, il desiderio collezionistico si concentra in un unico punto dello spazio capace di racchiudere simultaneamente l’intero universo, trasformando l’aspirazione al possesso totale del reale in un’esperienza vertiginosa e ineffabile. Ancora più radicale è il paradosso de Il libro di sabbia, dove un volume dalle pagine infinite e prive di un principio e di una fine rende impossibile qualsiasi catalogazione o possesso: l’oggetto da collezione per eccellenza finisce così per negare la stessa idea di collezione, poiché l’infinito sfugge a ogni tentativo di ordinamento. E come ricordato anche da Guillaume Glorieux nella sua introduzione all’edizione Franco Maria Ricci de La collezione invisibile, con toni simili anche il filosofo francese Jean Baudrillard ne Il sistema degli oggetti si chiedeva “se la collezione sia fatta per essere completata e se in essa la mancanza non svolga un ruolo essenziale, per di più positivo, poiché la mancanza è ciò che permette al soggetto di riconquistare oggettivamente sé stesso”.

Inevitabilmente però il pensatore con cui Stefan Zweig nella sua concezione narrativa e tematica della collezione mostra le maggiori consonanze era come lui di lingua tedesca, come lui ebreo, e come lui scelse di suicidarsi all’avanzare del nazismo, in circostanze ancora più tragiche e concitate dell’esilio di Zweig in Sud America. Si tratta chiaramente di Walter Benjamin, che sul tema del collezionismo incentrò in particolare il breve testo del 1931 Disfo la mia biblioteca e il saggio del 1937 Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, ma tornandovi anche in Strada a senso unico, nei materiali preparatori allo studio sui Passages parigini e in Infanzia berlinese intorno al millenovecento. Del resto, al pari di Zweig, anche per Benjamin collezionare libri era stata una grande passione, fin da giovanissimo; negli anni trenta iniziò a collezionare citazioni, che trascriveva, con una grafia minutissima, in piccoli taccuini neri che portava sempre con sé nelle sue peregrinazioni; per non parlare del suo geloso possesso dell’Angelus Novus di Klee, al centro del passo più celebre dell’opera postuma benjaminiana.

In Benjamin il collezionista è una figura teorica e quasi “messianica”: sottrae gli oggetti alla logica del mercato e dell’uso, li ricompone in una costellazione privata di senso e memoria. La collezione non è semplice accumulo, ma un dispositivo critico contro la modernità capitalistica, perché restituisce agli oggetti la loro “aura” e li trasforma in frammenti di storia salvata. Il collezionista benjaminiano è dunque anche un interprete del passato, un soggetto che lavora sulle rovine della cultura materiale per costruire una forma alternativa di conoscenza. Il collezionista benjaminiano sottrae gli oggetti al loro uso pratico e al loro valore di scambio, trasformandoli in frammenti di memoria e di esperienza storica. Ogni pezzo della collezione è “salvato” dalla distruzione del tempo e reinserito in una costellazione personale di senso. La collezione diventa così una forma di storiografia non lineare, fatta di associazioni, ritorni e inattese risonanze – e non per nulla la figura del suo amico Eduard Fuchs, storico marxista, viene ricondotta proprio alla categoria del collezionista. “I grandi fisiognomici – e i collezionisti sono fisiognomici del mondo delle cose – divengano interpreti del destino”, leggiamo invece in Disfo la mia biblioteca: “basti osservare soltanto un collezionista e il modo in cui maneggia gli oggetti della propria vetrina. Appena li tiene in mano, sembra guardare ispirato attraverso di essi, nella loro lontananza. Tanto potrei dire del lato magico del collezionista, della sua immagine di vegliardo”.

L’anziano protagonista del racconto di Zweig non ha però rappresenta il lato più puro e tragico del collezionismo: ciò che ama non è il valore materiale delle stampe, ma il mondo spirituale che esse hanno costruito nella sua vita. La tragicità della sua situazione non sta nell’ignoranza del vero destino a cui è andata incontro la sua collezione di incisione, ma, a monte, nel suo legame viscerale con essa. Forse è banale esplicitarlo, ma il senso della conclusione de La collezione invisibile è che la raccolta di incisioni dell’anziano protagonista è “falsa” dal punto di vista fisico, ma autentica dal punto di vista emotivo: la sua magia, a volerci rifare all’espressione di Benjamin, sta proprio nel riattualizzare nella memoria il ricordo delle stampe inconsapevolmente perdute, fino quasi a rievocarle sotto gli occhi dello sbigottito narratore del racconto. Un punto di contatto tra i due autori è senza dubbio l’idea che gli oggetti non siano mai neutrali, portatori come sono di tracce di tempo, desiderio e memoria; ma mentre Benjamin vede nel collezionismo una possibilità critica e quasi politica di “salvataggio” del passato, Zweig ne mostra il lato emotivo e vulnerabile, in cui la passione per gli oggetti può tramutarsi in isolamento e autoinganno.

L’esistenza del collezionista, secondo Benjamin “tesa dialetticamente tra i poli del disordine e dell’ordine”, si configura così come un paradosso, che entrambi gli autori tedeschi hanno saputo ciascuno nel suo linguaggio indagare: il collezionista è a tratti salvatore, a tratti prigioniero del passato. “Per i bambini il collezionismo è soltanto un processo di rinnovamento, un altro è dipingere gli oggetti, un altro di nuovo ritagliare, un altro ancora ricalcare e dunque l’intera scala dei modi infantili di appropriazione, dal toccare sino al nominare. Rinnovare il mondo antico, è questo l’impulso più profondo nel desiderio del collezionista di acquisire il nuovo”, leggiamo sempre in Disfo la mia biblioteca – un passo dove Benjamin, letto contropelo, ci potrebbe indicare una morale implicita del racconto di Zweig: il ritorno all’autenticità della cultura del passato per fronteggiare l’oggi con le sue brutture; l’invisibilità della collezione del protagonista del racconto non ne compromette né la sua esistenza storica né il valore culturale; in un certo qual senso, la cultura sfugge alla presa della materia e resta virtualmente tutta nella memoria e nella sensibilità del suo possessore, come ricorda anche il finale di un’opera diversissima, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Ma non è mai un bene parafrasare in modo netto racconti così sottili, così sottilmente simbolici.

I quadri, le incisioni e a maggior ragione i libri sono terribilmente sospesi tra la componente materiale e il dato spirituale: nella sua raffinatezza compositiva, il volume della Franco Maria Ricci Editore de La collezione invisibile, così come le edizioni Adelphi di altri racconti e romanzi di Zweig, sembrano riverberare il paradosso del collezionista in ogni libreria. Ma in fondo la filosofia sta tutta nelle sfumature del significato; la letteratura a maggior ragione gioca di chiaroscuro. Ogni collezione contiene in partenza la propria fragilità: ciò che viene raccolto è destinato un giorno a disperdersi, ciò che viene salvato porta con sé la traccia della perdita. La felicità del collezionista decantata da Goethe nasce dunque da una contraddizione irriducibile tra il desiderio impossibile di possedere il passato e la consapevolezza, più o meno oscura, che il passato può essere posseduto soltanto nella memoria. È così che, nella sua cecità, il protagonista de La collezione invisibile vede più a fondo di molti dei suoi contemporanei.

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