di Giulia Costantini

Questo saggio esplora la persistenza delle entità liminali nel folklore ciociaro — streghe, spiriti, fate, fuochi erranti e figure femminili selvatiche — interpretandole attraverso le lenti dell’antropologia, dell’ecologia culturale e della teoria della sopravvivenza dei simboli. Lungi dall’essere residui folklorici, tali figure continuano a operare come dispositivi culturali che negoziano il rapporto tra uomo, paura e incertezza, riorganizzandosi oggi anche nello spazio digitale. Attraverso la ricostruzione teorica delle pratiche magiche e la narrazione di testimonianze familiari, si mostra come l’immaginario magico sia parte integrante di un’ecologia culturale in continua trasformazione.


Ci sono parole che, da sole, spostano l’aria di una stanza. “Malocchio” è una di quelle. Appena pronunciata, basta un secondo per capire che si è usciti dalla geografia della razionalità quotidiana e si è entrati in un territorio più denso, in cui gli oggetti non sono mai solo oggetti, e gli sguardi non sono mai soltanto sguardi. La Ciociaria — come molte regioni dell’Italia centrale — è uno di quei luoghi in cui questi territori si sfiorano e convivono, a volte senza che ce ne si renda conto. Qui, la magia non è spettacolo né folclore da cartolina: è una grammatica silenziosa che attraversa la vita domestica, un modo di interpretare ciò che sfugge al controllo, un vocabolario tramandato più per gesti che per parole.

A prima vista, potremmo essere tentati di definire tutto ciò “superstizione”. È la scorciatoia che usiamo per liberare il campo da ciò che sembra imbarazzante, premoderno, “irrazionale”. Eppure, basta guardare da vicino per accorgersi che questa etichetta non funziona. Ciò che chiamiamo superstizione non è mai davvero “senza logica”: possiede una razionalità interna, coerente e stabile, che l’antropologia — da Evans-Pritchard in poi — ci ha insegnato a riconoscere. Nel suo celebre studio sui sistemi magico-religiosi degli Azande, l’antropologo britannico mostra come il pensiero magico non sia una deviazione dalla logica, ma un sistema alternativo per spiegare ciò che la causalità ordinaria lascia indeterminato. Il punto non era stabilire se quella visione fosse “vera” in senso scientifico, ma comprenderne la coerenza interna: le persone agivano e pensavano secondo una logica che funzionava nel loro mondo.

È da questa lente — non giudicante, ma interpretativa — che bisogna guardare ai rituali ciociari che popolano la memoria collettiva di paesi e case, soprattutto nelle generazioni che hanno attraversato il Novecento. La donna che “toglieva il malocchio” non era una figura marginale o folkloristica, ma una presenza autorevole all’interno della comunità. Non era la magia a farla autorevole, ma il ruolo sociale che incarnava: quello di mediatrice tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che accade e ciò che non si riesce a spiegare, tra sintomi corporei e turbamenti emotivi. Entrare nella sua casa significava riconoscere che esiste un livello dell’esperienza che richiede un altro linguaggio. La scienza cura il corpo; la ritualità cura ciò che trabocca da esso.

Basta pensare alla cordicella delle suore, che molte donne portavano alla cintura come protezione. A guardarla oggi, sembra un oggetto semplice, quasi insignificante. Eppure, nella vita di chi la indossava, era molto più di un nastro intrecciato: era un talismano identitario, un segno di appartenenza a una comunità religiosa e simbolica, un modo per rendere visibile ciò che non si vede, per materializzare un legame. In antropologia, il valore simbolico degli oggetti non nasce dal materiale di cui sono fatti, ma dalla relazione affettiva e sociale che li sostiene. Una cordicella non protegge in sé; protegge perché rappresenta. È un frammento di ordine in un mondo incerto.

Accanto a questi oggetti, vivono formule tramandate e gesti ripetuti, tutti diversi ma tutti simili nella loro funzione. Il famoso rito del malocchio non serve a individuare un colpevole, ma a ristabilire un equilibrio: è una riparazione, una ricucitura del filo emotivo che lega il corpo al mondo. Quando Evans-Pritchard descriveva gli Azande che ricorrevano alla magia per spiegare il “perché proprio ora?”, cioè la coincidenza emotivamente inspiegabile, stava descrivendo qualcosa di universale: gli esseri umani non si accontentano della causalità meccanica. Vogliono una spiegazione che abbia un senso, non solo una causa.

In questo quadro si inserisce anche la discussione moderna sull’apparente conflitto tra magia e razionalità. Il filosofo Howard Sankey ha mostrato come la distinzione rigidatra pratiche “razionali” e “irrazionali” non regga se osservata dal punto di vista antropologico: ciò che è razionale è sempre razionale per qualcuno, all’interno di un sistema di credenze condiviso. Una donna che va dalla guaritrice non lo fa per ingenuità, ma perché in quel contesto — familiare, culturale, emotivo — il rito è un atto di cura socialmente riconosciuto. Una società non funziona perché tutti credono nelle stesse cose, ma perché tutti riconoscono ai gesti un valore comune.

È qui che la Ciociaria diventa interessante non come luogo marginale, ma come laboratorio antropologico. Nel silenzio dei suoi paesi, nelle storie raccontate attorno ai tavoli, nelle formule pronunciate sottovoce, sopravvive un modello di pensiero che non appartiene al passato, ma alla struttura stessa dell’esperienza umana. Non è un reperto da museo: è una forma di razionalità che continua a emergere nei momenti in cui controlliamo meno la nostra vita — malattie, paura, invidia, perdita — e che prende la forma di gesti antichi perché gli esseri umani, quando soffrono, inventano sempre modi per ordinare il caos.

La ricchezza di queste pratiche non è solo locale. Studi comparativi sulla magia e sulla divinazione, dal Mediterraneo al Medio Oriente, mostrano la stessa dinamica: quando la vita quotidiana presenta una frattura, è la ritualità a cucirla. Il rito è un atto estetico prima ancora che spirituale: mette in scena un ordine possibile, una restituzione di forma. Per questo sopravvive. Perché risponde a un bisogno che nessuna modernità può cancellare.

E forse è proprio qui che queste storie ci toccano ancora. Non per il loro contenuto soprannaturale, ma per ciò che rivelano della nostra condizione. Tutti, in fondo, anche oggi, portiamo nel taschino una piccola corda invisibile: un gesto scaramantico, un rituale personale, una frase che ripetiamo nei momenti difficili. Non importa quanto ci crediamo razionali: continuiamo a cercare modi per dare senso a ciò che non ne ha, e a volte questi modi assomigliano sorprendentemente ai rituali delle nostre nonne.

Non è nostalgia, e non è folklore. È antropologia della vita quotidiana. È la consapevolezza che gli esseri umani, ovunque e in ogni epoca, costruiscono i propri piccoli sistemi magici per sopravvivere all’imprevedibile. La Ciociaria non conserva un passato morto: custodisce una sapienza che riconosce la fragilità come parte dell’esistenza e la affronta attraverso simboli condivisi.

Raccontare queste storie non significa credere al malocchio; significa riconoscere che, nelle vene profonde di un territorio, vivono sistemi di pensiero complessi, raffinati, logici a modo loro. Significa guardare oltre la superficie delle cose, là dove la magia non è l’opposto della ragione, ma una delle sue forme possibili.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo che permette a queste pratiche di continuare a vivere, ed è la loro capacità di rendere comprensibile ciò che altrimenti genererebbe soltanto disordine. In questo senso, trovare nella magia un semplice residuo del passato significherebbe fraintenderne la funzione. Mary Douglas, in Purity and Danger, ci ha mostrato come ciò che definiamo “impuro” non indichi tanto una qualità intrinseca, quanto una violazione del confine, un ingresso in territori liminali in cui ciò che dovrebbe stare da una parte si ritrova dall’altra. È impuro tutto ciò che non è al posto giusto: un corpo che ammalandosi perde coerenza, un sentimento che sfugge al controllo, un evento inatteso che irrompe in una routine. La superstizione, quindi, non è un insieme di credenze ingenue, ma un modo sofisticato di reinstallare ordine dove l’esperienza ne introduce troppo poco.

Le storie ciociare, osservate da questa prospettiva, sono mappe simboliche che rimettono le cose al loro posto. La figura della strega temuta, ad esempio, non rappresenta tanto una persona reale quanto la possibilità del disordine: la donna che si muove fuori ruolo, l’adulta che infrange le aspettative sociali, l’individuo che non si lascia definire. Il racconto della strega che scioglie i bambini nel pentolone è, in fondo, una narrazione sul pericolo di non rispettare i confini — non solo geografici, ma morali, affettivi, comunitari. Rimettere queste figure in circolazione significa ricordare alla comunità che l’identità collettiva ha bisogno di limiti per potersi raccontare.

Se Douglas ci aiuta a comprendere la logica interna del disordine, Malinowski ci conduce invece nei territori dell’incertezza. Per l’antropologo polacco, la magia nasce nelle crepe della vita quotidiana, nei momenti in cui il sapere tecnico non è più sufficiente a rassicurare. Anche in Ciociaria, la magia non compare nei giorni sereni, ma quando qualcosa minaccia la stabilità: una malattia inspiegabile, una gravidanza fragile, un raccolto che rischia di fallire, una gelosia improvvisa. Il gesto rituale — un filo stretto attorno al polso, una formula pronunciata sottovoce, una visita alla guaritrice — non serve a spiegare ciò che accade, ma a dare al turbamento un contenitore. È il rito, non la razionalità, a gestire il vuoto tra ciò che si può controllare e ciò che ci supera. Ed è forse questo uno dei motivi per cui il magico persiste: perché accompagna laddove la tecnica non consola e la scienza non risponde.

C’è poi un livello ancora più intimo, quasi poetico, nella funzione culturale del magico, e qui la lezione di Clifford Geertz diventa preziosa. Per Geertz, i riti non servono soltanto a ottenere un effetto nel mondo, ma a raccontare il mondo in una forma che la comunità possa riconoscere come propria. La guaritrice che passa la mano sulla fronte di un bambino non sta semplicemente tentando di curare; sta trasformando un malessere opaco in una storia che lo rende pensabile. Ogni gesto rituale è un piccolo racconto che assegna ruoli, chiarisce relazioni, dà agli eventi un inizio e una fine. I simboli non sono solo strumenti: sono drammaturgie, messe in scena dell’ordine possibile. Così, nella Ciociaria, come altrove, la magia opera soprattutto come linguaggio: una forma simbolica attraverso cui le persone articolano paure e speranze che altrimenti resterebbero mute.

Alla luce di queste prospettive, ciò che emerge dal tessuto narrativo delle storie familiari non è un deposito di credenze arcaiche, ma un sistema culturale raffinato che si rinnova continuamente. Il racconto dell’albero squarciato dal fulmine e del tesoro rivelato in sogno non è soltanto una leggenda di briganti: è un modo per interpretare la relazione tra l’umano e il paesaggio, tra la visione e il destino. La fiamma blu che appare sul monte non è solo un fenomeno atmosferico, ma un segnale che affiora nel punto in cui la comunità riconosce il mistero. Le fate buone e cattive che popolavano la fantasia dei bambini di una volta non hanno smesso di esistere: si sono trasformate nelle nuove figure che delimitano l’insicurezza contemporanea, dalle paure urbanizzate alle ansie digitali, in una metamorfosi che conserva intatta la logica originaria del racconto.

Così, pagina dopo pagina, ci accorgiamo che le forme del magico non scompaiono: migrano. Si spostano dai campi ai telefoni, dalle cucine alle pagine online, dai rituali delle nonne ai linguaggi algoritmici dei social. Cambia il supporto, non la struttura. La necessità di rendere abitabile l’ignoto resta identica, e ciò che chiamiamo superstizione continua a operare come un sistema semiotico condiviso, capace di dare forma all’invisibile.

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