Prima di “E.R.”, di “Grey’s Anatomy”, di “Dr. House”, c’era Bulgakov.

Memorie di un giovane medico, recentemente ripubblicato da Marcos y Marcos con la traduzione e la cura di Paolo Nori, è una raccolta di racconti del grande scrittore russo, definita un “romanzo involontario”. Pur restando tutte autoconclusive infatti, le otto storie sono accomunate dalla voce narrante, dall’ambientazione e da alcuni personaggi ricorrenti.

Il protagonista è il dottor Bomgard, personaggio in cui non è difficile riconoscere lo stesso Bulgakov. L’autore infatti si laureò in medicina nel 1916 e fu inviato all’ospedale di Nikols’koe dove per qualche anno rimase l’unico medico del circondariato. Per esasperare la solitudine del suo alter ego, Bulgakov spedisce il dottor Bomgard in un villaggio di campagna isolato e funestato dalle tormente di neve, costringendolo a lavorare in una struttura fatiscente, con personale al minimo.

Come appare subito chiaro, non siamo di fronte al Bulgakov più noto, quello che gioca tragicomicamente con il fantastico. Le pagine di Memorie sono palpabili, auscultabili, ispezionabili come un corpo (forse) malato, quello dello stesso Bulgakov-medico che, nell’atto stesso del raccontarsi, sembra assumere gradualmente la consapevolezza che la sua strada sarà un’altra, che il suo destino, o la sua cura, è diventare Bulgakov-scrittore. L’uso della narrazione in prima persona ci permette di entrare nei pensieri di un ragazzo in preda alle sue insicurezze: “E se arriva un’ernia strozzata?”, “E se arriva un parto?”, continua a chiedersi, certo di non avere le competenze necessarie per affrontare casi del genere. Sa che ci sono malattie più “facili”, ma sa anche che nessuno affronterebbe un lungo viaggio nella neve per un semplice raffreddore. Difatti, a bussare alla sua porta sono uomini e donne in condizioni difficili, addirittura disperate. In un pattern narrativo che si ripete in quasi tutti i racconti, Bomgard/Bulgakov attraversa veri e propri attacchi d’ansia, salvo poi trovare una forza dentro di sé, quasi una possessione, una voce “altra” nella testa, che al momento giusto gli dice cosa fare, cosa dire, come muoversi, dove tagliare, perfino quale tono di voce usare. Il suo istinto vince sull’insicurezza e il paziente, molto spesso, guarisce.

Ecco perché più che un romanzo involontario, Memorie è un antenato dei medical drama, ne ha tutti gli ingredienti pur se in salsa letteraria (ma senza stucchevoli storie d’amore tra colleghi di reparto), e come le serie tv non ci racconta solo la preoccupazione dei pazienti ma anche l’umanità dei medici, un’umanità fatta di paure, ma anche d’insperato coraggio. Chiunque abbia avuto a che fare con malattie proprie o dei propri cari sa bene quanto un medico possa essere percepito, a seconda delle contingenze, come un eroe o un assassino, un santo o un incapace, un messaggero di buone notizie o foriero di sciagure. Bulgakov ci racconta che a volte sono gli stessi medici ad avere una percezione ambivalente di sé stessi.

Bomgard, pur diventando celebre e stimato da tutti dopo il miracoloso salvataggio di una ragazza caduta in una macchina per maciullare il lino, non smette di sentirsi fuori posto, la sindrome dell’impostore non lo abbandona mai. Una sensazione descritta in modo così insistito da incutere nel lettore il sospetto che sia stata uno dei motivi principali dell’abbandono della professione medica da parte di Bulgakov, insieme ovviamente alle vicissitudini personali e soprattutto politiche in quello scenario un tantino movimentato che fu la Russia dei primi del Novecento. Le interferenze tra medicina e politica sono peraltro protagoniste dell’ultimo racconto, Io ho ucciso, dove la voce narrante di Bomgard lascia spazio al racconto di un collega. Eccoci dunque catapultati nel 1919 a Kiev – peraltro città natale di Bulgakov – quando era ancora un governatorato russo occupato dagli indipendentisti ucraini di Symon Petljura. Troviamo una città stanca delle violenze, che non ama i soldati ucraini ma attende una sospirata “liberazione” da parte dei bolscevichi. In questo contesto il medico racconta, con agghiacciante freddezza, la sua scelta “di coscienza” di uccidere un colonnello ucraino anziché curarlo. Rileggendo questo racconto oggi, in una situazione politica completamente ribaltata, ci rendiamo conto ancora una volta – e Bulgakov ce lo ribadisce inconsapevolmente – che la guerra non è una questione di fazioni, e se pure le parti in gioco cambiano, l’orrore resta immutato.

In guerra come in pace, dunque, essere medici significa fare delle scelte, cercando un punto d’equilibrio tra paura e coraggio. Viene a questo punto da chiedersi su quale piatto della bilancia vada collocata la scelta drastica di Bulgakov-medico in favore di Bulgakov-scrittore. È un atto di forza o di debolezza? E andando ancora oltre, potremmo porci una domanda forse oziosa, perfino fuori luogo eppure in qualche modo irresistibile: quale delle due strade è oggettivamente più nobile? È più importante curare chi ha bisogno o scrivere romanzi immortali? Vale di più Il Maestro e Margherita o le vite che Bulgakov avrebbe salvato se non l’avesse mai scritto? Quesiti, dicevamo, probabilmente sciocchi. Eppure, ne siamo certi, sia il giovane medico che il vecchio scrittore se li saranno posti più di una volta.

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Autore

a.vertorano@tin.it

Armando Vertorano, classe 1980, è autore televisivo, scrittore e sceneggiatore. Quando non scrive quiz e domande per il piccolo schermo, collabora con riviste culturali online come minima&moralia, Snaporaz e Limina. Ha pubblicato due raccolte: una di racconti (Dindalé) e una di testi teatrali (Materiali di scena), e ha all'attivo due podcast, Cover the top e Se telefonando.

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