Chi non ha mai letto Dick probabilmente faticherà a immaginarlo, ma anche chi lo conosce bene potrebbe non essersene mai reso conto: nei suoi romanzi, sebbene siano presenti astronavi, colonie nel sistema solare, macchine volanti, androidi, alieni e via dicendo, quasi tutto ciò che conta per la progressione della trama avviene a livello mentale. In altre parole: prima del mondo, viene sempre un soggetto che lo percepisce, lo interroga, lo interpreta. Se dovessi indicare una cosa sola che rende Dick unico, è proprio questa. Chiunque scriva opere di fantascienza non può iniziare dalla storia o dai personaggi, deve prima fare un passaggio in più: costruire un mondo. Dick lo fa in un modo particolare: costruisce mondi che cadono a pezzi.

Il filosofo francese David Lapoujade, ex allievo nonché studioso di Gilles Deleuze, nel saggio di critica letteraria “Mondi che cadono a pezzi”, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Claudio D’Aurizio, parte proprio da questo dato per affrontare l’opera di Dick. Mentre quasi tutti i suoi colleghi costruiscono mondi che – per quanto strani o bizzarri o futuristici – son dati una volta per tutte, perlomeno nella finzione letteraria, in Dick la realtà è sempre messa in discussione. «Voglio svelarvi un segreto: a me piace costruire mondi che cadono a pezzi. Mi piace osservarne lo scollamento, e vedere come i personaggi dei romanzi affrontano il problema», scriveva in “Se vi pare che questo mondo sia brutto” (Feltrinelli, 1999).

Il riferimento ai personaggi, per quanto scontato, è un’indicazione preziosa: la percezione della realtà è sempre soggettiva. Noi abbiamo un’innata – e sana – tendenza a non pensarci troppo, ma il mondo lo vediamo semplicemente con i mezzi che abbiamo a disposizione. Ci sono animali in grado di percepire l’ultravioletto, l’infrarosso, il campo magnetico della Terra, la luce polarizzata, e non c’è motivo di credere che la loro esperienza del mondo sia meno corrispondente alla realtà rispetto alla nostra. Questa dimensione soggettiva viene sfruttata da Dick, in maniera quasi metaletteraria, dando al lettore il punto di vista dei personaggi come unico mezzo di accesso al mondo dei suoi libri.

«I suoi romanzi adottano una successione di lunghezze focali ben definite per posizionarsi “nella testa dei personaggi”. Il racconto segue un primo personaggio, poi un secondo, un terzo, poi ritorna al primo, e così via», scrive Lapoujade. Alla fine, in teoria, non c’è molta differenza tra quanto accade “nella testa dei personaggi” e i dubbi che possono attanagliarci. Anche noi possiamo indugiare su tante questioni: la facilità con cui scambiamo per realtà i sogni, ad esempio, non depone troppo a favore della nostra capacità di discernimento quando siamo svegli. La stessa idea di continuità, sia della realtà che del nostro io, si basa sulla memoria, vale a dire su uno degli strumenti meno affidabili in assoluto tra quelli di cui disponiamo.

Anche la nostra capacità di razionalizzare può rivelarsi una cattiva consigliera. Amo molto questa breve storiella che Enzo Melandri racconta a titolo di esempio in “Contro il simbolico” (Quodlibet, 2022): un dottore ipnotizza un uomo e poi gli chiede di aprire una finestra. Dopo che lo ha fatto, lo sveglia dall’ipnosi e gli domanda per quale motivo l’abbia aperta. «Perché avevo freddo», risponde l’uomo. Ecco quanto è semplice credersi liberi quando si è invece marionette nelle mani di un burattinaio. Tutto sommato, nella pratica, possiamo comunque vivere in relativa serenità. Questo genere di interrogativi in Dick viene invece portato all’estremo, perché i suoi personaggi si trovano in situazioni decisamente più urgenti.

Basti pensare ai personaggi di “Ubik”, che vedono il mondo regredire nel tempo sotto i loro occhi, o al protagonista di “Scorrete lacrime, disse il poliziotto”, catapultato da un giorno all’altro in un mondo in cui lui non è mai esistito. Naturale allora che si faccia molto più impellente la necessità di rispondere alla domanda: cos’è reale? «Molti personaggi di Dick possiedono una fantasia di onnipotenza; sognano di vivere esclusivamente nel loro mondo, un mondo in cui decidono tutto, in cui esercitano una sovranità piena e completa sulle apparenze, alla maniera di un dio. Accade lo stesso quando questi mondi sono creati dalla collaborazione di più psichismi. È il caso delle imprese, degli apparati di stato, delle organizzazioni religiose: creare collettivamente un mondo di cui fissare i limiti e di cui controllare le apparenze», nota Lapoujade.

Ecco quindi il proliferare di mondi che si trovano sotto il controllo di un artefice, popolati da soggetti ignari, oppure in trappola; ecco il moltiplicarsi di realtà che sono allucinazioni, sogni o simulazioni di qualcun altro. Per i personaggi di Dick diventa perciò importante porsi pure un altro interrogativo: chi sono io? È quanto accade al cacciatore di androidi che sospetta di essere lui stesso un androide in “Gli androidi sognano pecore elettriche?”, o all’infiltrato della narcotici a cui viene dato l’incarico di indagare su sé stesso in “Un oscuro scrutare”.

Si capisce bene come, alimentando simili dubbi, sia più facile diventare paranoici che filosofi. Occorre resistere alla tentazione di considerare Dick un autore che porta in letteratura concetti tipo “il mondo come rappresentazione” di Schopenhauer: questo saggio in effetti dimostra, con grande chiarezza, come la sua fantascienza abbia a che vedere non tanto con la metafisica, quanto con il delirio. Si rivela cruciale, di nuovo, l’utilizzo della prospettiva dei personaggi: «poiché molti racconti sono condotti dal punto di vista di paranoici, di psicotici, di androidi, di tossicomani, di extraterrestri, la distinzione fra mondo “oggettivo” e mondo “soggettivo” non può più essere mantenuta», avverte Lapoujade.

Poiché ogni autore è sempre figlio del proprio tempo, nella dimensione paranoica è possibile scorgere il riflesso degli anni in cui vengono scritte queste opere: «Se in Dick ci sono così tanti paranoici è innanzitutto in ragione del clima di paranoia che si è instaurato durante la guerra fredda, dal maccartismo fino all’affare Watergate, ma anche in ragione dei cambiamenti sociali che l’hanno accompagnata. Dick anticipa a modo suo le analisi di Stuart Ewen, secondo cui l’invasione della pubblicità ha favorito la paranoia nella costruzione del sé. Non avete un aspetto un po’ trasandato? Come vi sentite con il vostro vecchio modello? Non vi sentite superati?».

Un grande pregio del lavoro di Lapoujade è la densità: contiene tanto (11 capitoli) in poco spazio (176 pagine). Questo ne fa un libro utile tanto per i cultori di Dick in cerca di approfondimento, quanto per chi voglia un’introduzione alla sua opera. I primi troveranno una serie di riferimenti già noti, ma ben collegati tra loro e accostati a tante altre suggestioni, provenienti dalle opere e dal pensiero di autori come Foucault, Jameson, Lem, Ballard o Deleuze. I secondi invece potranno trarre beneficio da una migliore conoscenza del contesto – magari attraverso la biografia scritta da Carrère, “Io sono vivo, voi siete morti” (Adelphi, 2016) – e trattare poi questo saggio come una mappa: il punto da cui partire, e a cui tornare dopo ogni spedizione, per proseguire nell’esplorazione dei mondi di Dick.

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Autore

g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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