Questo articolo contiene spoiler, benché non troppo espliciti, dall’ultima stagione di BoJack Horseman.
Ho scoperto BoJack Horseman per caso, anni fa, esplorando il catalogo di Netflix alla ricerca di qualcosa di nuovo da vedere. Era uscita da poche settimane, e senza troppo clamore, la prima stagione, e la mia attenzione venne subito catturata dallo stile grafico e dai toni acquerello dei disegni animati. Già nei primi episodi emergevano poi una scrittura per niente timorosa di affrontare temi controversi e impegnativi e un protagonista complesso, sfaccettato: un attore in crisi, con tendenze autodistruttive, spesso alterato da farmaci, alcol o droghe. La formula funzionava bene soprattutto grazie al contrasto tra la gravosità della scrittura di Raphael Bob-Waksberg e la leggerezza delle coloratissime illustrazioni di Lisa Hanawalt.
È dalla collaborazione tra i due, legati da un’amicizia risalente ai tempi del liceo, che nasce la serie: come ricostruisce The Ringer, tutto iniziò quando lui le presentò BoJack, the Depressed Talking Horse – questo il nome provvisorio dato al progetto a cui stava lavorando. Un titolo rivelatore: descrive BoJack innanzitutto come un cavallo parlante, secondo la tradizione che dalle favole di Esopo ai cartoni animati Disney ama conferire agli animali la facoltà di proferire parola – con tutte le incongruenze del caso, basti pensare al cane Pippo, il miglior amico di Topolino, e al cane Pluto, semplicemente il cane di Topolino.
Intorno a BoJack c’è poi una variegata fauna che viene utilizzata come una fonte infinitamente rinnovabile di battute e gag visive. Se il ruolo di queste trovate si è rivelato prezioso nel bilanciamento del tono complessivo della serie è per via del secondo attributo principale del protagonista: BoJack è anche un cavallo depresso, che inoltre – soprattutto nella prima metà della serie, decisamente incentrata su di lui, mentre in seguito la narrazione si fa via via sempre più corale – viene caratterizzato come un antieroe negativo e detestabile. È stata la stessa Netflix, in occasione del lancio della terza stagione – quella in cui BoJack tocca il fondo, rendendosi responsabile della morte di Sarah Lynn, l’attrice che da bambina aveva lavorato con lui nella serie-nella-serie Horsin’ Around – a proporre alcuni precisi punti di riferimento, accostando in una locandina quattro nomi: Soprano, Draper, Underwood, Horseman. Tutti antieroi troppo centrali nelle rispettive storie perché lo spettatore possa evitare di identificarsi con loro, ma tutti troppo disprezzabili per riuscire a farlo fino in fondo.
Al pari delle serie citate, il tema di Bojack Horseman – corrispondente all’inconfessabile desiderio dello spettatore – allora appariva essere fondamentalmente uno: una persona può cambiare? Possiamo diventare persone diverse da quelle che siamo? Underwood in House of Cards non sembrava averne le potenzialità, ma il giudizio su di lui è rimasto in sospeso, sconfinando nella realtà e travolgendo direttamente Kevin Spacey che lo interpretatava. I Soprano al contrario una risposta la dava, ed era chiaramente negativa. All’inizio dell’ultima stagione Tony Soprano usciva dal coma scoprendosi più riflessivo e più posato. Le circostanze lo riportavano comunque alla violenza dei regolamenti di conti tra famiglie mafiose rivali, finché l’ultima sequenza della puntata conclusiva, la più elegante e potente nell’intera storia della serialità televisiva, chiusa da quei celebri dieci secondi di schermo nero interpretabili come una soggettiva della sua morte, non arrivava a confermarci che per lo showrunner David Chase non c’era alcuna redenzione, né alcun futuro possibile per lui. Nella scena finale di Mad Men, altrettanto memorabile, Don Draper sembrava invece sul punto di cambiare davvero. Un enigmatico sorriso legato a un’improvvisa illuminazione compariva sul suo volto durante una seduta di yoga, ma subito dopo il montaggio proponeva allo spettatore il famoso spot I’d like to teach the world to sing (in perfect harmony) della Coca-Cola: si intuiva allora che l’epifania di Don Draper non riguardava se stesso, ma il modo in cui avrebbe potuto mettere a frutto nel settore della pubblicità l’ondata hippie di fine anni Sessanta. Per il creatore della serie Matthew Weiner, dunque, nemmeno Don Draper sarebbe diventato una persona diversa.
Con BoJack Horseman arriva invece la prima risposta affermativa, per mezzo di due tra i principali comprimari. Anche se all’interno della serie i personaggi vengono descritti come animali antropomorfi, ho sempre trovato più naturale e più utile pensarli, al contrario, come umani zoomorfi. Il loro aspetto animale in molti casi sembra infatti essere una trasparente rappresentazione dei limiti caratteriali che li rendono infelici: è la loro maschera, la loro costrizione, la maledizione da cui devono liberarsi per poter esistere pienamente. Così il cane Mr Peanutbutter non può fare a meno di cercare compagnia, di evitare o di appianare qualsiasi conflitto, di provare a piacere al prossimo e di compiacerlo; e la gatta Princess Carolyn allo stesso modo sembra condannata ad anteporre in ogni circostanza e ad ogni costo l’indipendenza, l’autonomia e la carriera lavorativa a qualsiasi altro aspetto della vita. Entrambi nel corso dell’ultima stagione riescono a imprimere una svolta al proprio percorso, e tutto sembra suggerire che anche BoJack Horseman potrà farlo, rivelando a se stesso e agli altri una persona più empatica, meno egoista, finalmente libera dalle dipendenze, e magari anche dalla depressione. È vero, si tratta di un sì più possibilista che definitivo, ma ce lo faremo bastare: avremmo fatto troppa fatica ad accettare un’altra risposta negativa.
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.
