Pubblichiamo un reportage uscito domenica scorsa su Repubblica, poche ore prima del voto americano, un voto che ha scardinato ogni previsione. Il viaggio di Giorgio Vasta è stato condiviso con il fotografo Ramak Fazel. Abbiamo stabilito che, come si dice in gergo, il pezzo non è per niente invecchiato. Buona lettura.
Glenn ha quarantacinque anni e vive a Sulphur, Louisiana, in una camera a due letti del Red Roof Inn, la finestra del motel che si affaccia sull’interstate. Quando lo incontriamo – le sei del mattino ed è ancora buio – Glenn ha appena staccato dal lavoro alla raffineria, ha addosso il giubbotto giallo fluorescente, il ricetrasmettitore appeso sotto lo sterno, i jeans impolverati e le scarpe da lavoro. Ci racconta che ogni mattina, prima di andare a dormire, si siede davanti al motel – una sigaretta e qualche lattina di Bud Light – a fare due chiacchiere con gli altri operai che hanno finito il turno, aspettando che poco a poco la luce si strutturi e arrivi l’alba.
Glenn ha combattuto in Somalia – e si tocca la schiena nel punto in cui è penetrata la pallottola che l’ha tenuto fermo per mesi – e in Afghanistan (e nel dirlo aggiunge of course, ma sottovoce, come se aver combattuto in Afghanistan, per lui che è stato un soldato, fosse implicito). La vita militare, dice, è stata un imprinting. Nel senso che lo ha abituato alla fatica e alla transitorietà, a non sapere cosa accadrà domani. E dunque vivere in un motel, lavorare di notte e dormire di giorno non gli pesa, come non gli pesa usare buona parte di quello che guadagna per mantenere l’ex moglie e le due figlie in Florida; della cicatrice che gli divide il naso in due – ciò che resta della notte in cui correndo dietro a due donne venne pestato e rapinato da due uomini – è persino orgoglioso.
«I’m an American», dice mostrandoci Ranger tatuato su una spalla, e questo non è in contraddizione con il fatto che Glenn l’8 novembre non andrà a votare; per lui c’è stato solo JFK (il suo cognome – quello della famiglia che l’ha adottato quando aveva otto anni – è proprio Kennedy): da Reagan in poi, per l’America è stato solo un lungo declino.
«Se vincerà Hillary sarà la fine», dice Bobby Bennett – sessant’anni, ex edile, il viso scaleno, gli occhi piccolissimi – ricevendoci asciutto se non ostile sul portico della sua casa a Easleyville, a nord di Baton Rouge; intorno, il prato perfetto di Blue Velvet, la statuina di un procione, lo stendardo rosso e blu degli Stati Confederati. «Non sono razzista», spiega, «ma questa bandiera è la mia origine», e intanto se ne sta con le mani affondate nelle tasche a fissare un punto lontano. Quando poco dopo ci mostra l’ordine rigoroso del suo backyard – la rimessa pulitissima, le scale a pioli allineate –, il risentimento laconico con cui ci aveva accolto si ammorbidisce, Bobby si avvicina a una pianta di rose, ne stacca una e torna indietro: «It’s a confederate rose», dice allungandocela.
Con il fiore sul cruscotto della Saab comprata a Houston all’inizio del viaggio arriviamo a casa di Antoinette Harrell, a Kentwood, la cittadina di duemila abitanti dove è nata Britney Spears. Cinquantasei anni, Antoinette è un’attivista che lavorando sul campo e negli archivi ricostruisce le genealogie degli schiavi africani (durante il nostro incontro, sullo screensaver del suo computer si materializzano vecchie foto di famiglie di colore che scorrono dal basso in alto, decine di volti e di corpi, il moto silenzioso delle stirpi).
Il suo, chiarisce, non è un lavoro sulla memoria ma sul presente. Perché da queste parti la schiavitù non è mai finita. Semmai si è evoluta: se un operaio nero di Fluker, a due passi da qui, guadagna sei dollari l’ora nella fabbrica locale perché, non avendo una macchina e non essendoci mezzi pubblici, non può raggiungere la fabbrica dove ne guadagnerebbe sedici, questo si chiama asservimento: l’unica metamorfosi è quella della catena. Quando – in cerca di un nesso e di un bilanciamento – le regaliamo la rosa di Bobby Bennett, Antoinette ci dice che a spaventarla non è che Trump possa vincere, ma le conseguenze della sua campagna elettorale: «Quell’uomo ha legittimato gli istinti più bassi di questo Paese». La stessa percezione di Chesha Lewis, studentessa a Tougaloo, un «historically black college» a nord di Jackson, nello stato del Mississippi.
Mentre ci fa visitare le sale studio, la biblioteca, la caffetteria, i dormitori, la camera – oggi riconvertita in aula – dove Martin Luther King si fermò a riposare durante la March Against Fear del ’66, Chesha, che ha ventun’anni e sogna di giocare nella Nba femminile, ci spiega che sì, è chiaro, voterà per Hillary, ma purtroppo, al di là dei risultati dell’Election Day, queste sono le elezioni di Trump: considerato quello che è riuscito a fare al Paese, anche se perde, vince.
Quando la sera del 29 ottobre a Chicago i Cubs giocano contro i Cleveland Indians nella finale della World Series di baseball, la grammatica sportiva si mescola a quella politica. Le scritte sui cartelli – It’s Gonna Happen – e sulle t-shirt – Wait Till This Year – non alludono solo a una vittoria che Chicago attende da oltre cento anni, ma a ciò che si spera succeda da lì a poco.
Al «fantasma» di Harry Caray – o meglio al sosia di quello che è stato il più popolare «annunciatore» della squadra locale, scomparso nel 1998 – domandiamo chi tra i due candidati svanirà dopo le elezioni. La risposta autoironica del fantasma è netta: «Trump è uno spettro: appena si dissolverà diventeremo adulti».
Il giorno dopo Tony Wilson – il meccanico che ci ricarica la batteria quando in Illinois la Saab decide di lasciarci a terra – osserva che a lui questi candidati non piacciono per niente: «Keep Obama in», dice già rimpiangendo il suo presidente. Il 31 ottobre Trump tiene un comizio a Warren, nel Michigan; davanti al Macomb College il tifo si articola per formule: «Stop Evil Clinton Machine», «Hillary for Prison», «Trump: the rest are apprentices». Tra la folla si aggira anche un fake del candidato – la complessione robusta, il doppiopetto, la parrucca sgargiante –, non è chiaro se sia un fan o qualcuno che lo prende in giro. Colpisce – e all’inizio sembra un’incoerenza – la partecipazione di tante persone di colore.
Michael, ventotto anni, ci spiega che non c’è nulla di strano: molti afroamericani votano il tycoon perché esasperati dall’ipocrisia delle politiche assistenzialiste dei democratici. Anche per loro Trump risponde a un bisogno viscerale – più che a un desiderio – di cambiamento. Non importa se non c’è un vero progetto, se non c’è una visione: basta cambiare.
Nel parcheggio del Macomb College incontriamo Madelyne, diciannove anni, il suo lavoro è portare da mangiare agli anziani, ma adesso un’agenzia di Chicago ha visto le sue foto e vuole lanciarla come modella. «I’m not a political person», precisa: se vota Donald è per tradizione familiare, per istinto, perché quello che pensa la fa sentire protetta. Perché – di nuovo – le cose devono cambiare (poi di colpo Madelyne ci fa un cenno di saluto, ha fretta di tornare a casa: «You know, it’s Halloween», dice sorridendo e sparisce tra le macchine).
Percorrendo gli Stati Uniti da sud a nord e poi da ovest a est il paesaggio è molteplice: se le superfici orizzontali prevalgono tenaci, a partire dal Missouri i campi di grano e di cotone sono punteggiati dagli aceri rossi e dalle querce color ruggine, da silos bianchi a forma di fungo – e a un certo punto, sotto i portici delle case, si accende l’arancione delle zucche. Molteplice è anche il paesaggio elettorale: repubblicano nel Deep South, appena più democratico nel Midwest.
Ci sono i supporter più convinti – the base – ma tanti sono gli indecided (lo Yes We Can del 2008 ha lasciato il posto a una specie di We Really Don’t Know), così come chi sentendosi forgotten, dimenticato, o unseen, non percepito, ha trasformato l’amarezza in un’indifferenza calma e pragmatica. Come Jason che a Blytheville, in Arkansas, mentre al di là di una grata metallica svuota il self-storage dove per 40 dollari al mese ha stipato la sua roba, ci racconta che si è iscritto ai registri elettorali ma l’8 non sa ancora cosa farà, non ci pensa, in realtà non gli importa: «I’m not involved», dice continuando a svuotare il suo deposito.
Durante le presidenziali del 1984 lo spot elettorale di Ronald Reagan mostrava un’alba che – al contempo concreta e metaforica – tingeva di rosa la cupola del Campidoglio, a Washington, mentre la voce off recitava fiduciosa: «It’s Morning Again in America». All’alba del 9 novembre di trentadue anni dopo, terminato il suo turno Glenn Kennedy andrà a sedersi davanti al motel dove abita – qualche lattina di Bud Light, la sigaretta accesa – a chiacchierare con gli altri operai della raffineria. Sarà il 9, certo, e in America ci sarà un nuovo presidente, ma potrebbe essere il 7 oppure il 6, il 2015 o già il 2017.
Perché dal punto di vista di Glenn – che poi è quello di tanti americani – la Storia è solo storia, rumore di fondo, quello che al limite succede agli altri; una cosa che – se anche è reale, se addirittura è il presente che diventa futuro – può lo stesso non riguardarti. Per Glenn l’unica cosa certa è che dopo la notte viene l’alba. Per lui però questo non è la metafora di niente, è solo il modo in cui passa il tempo.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).








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