di Christian Raimo

Nella Metafisica Aristotele dice: inchiodali al loro linguaggio. Parla dei sofisti di basso livello, dei Megariti, di quella gente che non argomenta in modo preciso, che cerca di buttare tutto in caciara, il cui unico scopo è la delegittimazione dell’avversario. In questi ultimi tempi la battaglia delle truppe cammellate berlusconiane sta mandando in campo i riservisti: dopo la fanteria d’assalto degli yes-man, degli uomini-eco, i Bondi e i Quagliarello, c’è stato il tempo dei cecchini, i Feltri, i Lavitola, i Sallusti, quelli che sparavano ad altezza uomo ripetutamente, qualunque fosse il Boffo di turno da affondare. Ora la strategia sembra più raffinata: sono tornati da qualche settimana a questa parte a aver voce gli intellettuali sedicenti. Un Giuliano Ferrara che prende per il culo Umberto Eco su Kant, un Antonio Ricci che si riscopre debordiano e fa il verso alle femministe sul Corpo delle donne, detournando il documentario di Lorella Zanardo con un filmatino mandato in onda a Matrix, la cui tesi era: anche Repubblica usa le tette per vendere. Se è questo il livello, il conflitto viene da dire è finalmente culturale.

Dopo che l’opposizione parlamentare (il Pd in primis) ha fallito nell’arginare la sua deriva populista, dopo che quella istituzionale (la nuova destra di Fini, la morale comune) è stata miseramente azzoppata, ora tocca a noi, a chi crede che il berlusconismo sia soprattutto una malattia del capitalismo avanzato, un virus che avremmo inoculato comunque anche se Berlusconi ipse non fosse ancora al governo con una maggioranza di 320 parlamentari. Del resto è anche lui stesso, in prima persona, che in questi giorni è tornato a pugnare, tutto preso in una lunga sessione di tecniche di rovesciamento. Va ovunque ci sia da ribaltare, in una specie di tour da guitto per le piazze di paese. Uomini, donne, correte: è arrivato l’attorino! Ha fatto il numero d’“er mejo paraculo de’ Testaccio” alla Fondazione Zeffirelli (altro intellettuale redivivo) – ente neonato grazie a cinque milioni e mezzo di fondi sganciati dalla Regione Lazio che serviranno a costruire un mausoleo mentre ancora il Maestro Zeffirelli è in vita, mentre tutto il cinema della capitale (Centro sperimentale, Casa del Cinema, Metropolitan…) annaspa per la mancanza di finanziamenti. Con un Gianni qualunque (Letta, in questo caso) a fargli da spalla, Pinotto Berlusconi butta là facezie per tutti i palati. Dice: “Oggi sono entrato in Parlamento e anche la sinistra voleva venire al bunga bunga. Che poi sa cosa vuol dire? Andiamo a divertirci andiamo a ballare, andiamo a bere qualcosa…”. Ride in faccia al giornalista di Sky che l’ha invitato a un confronto tv, paragonandosi al generale Franco, che se ne fregava delle richieste democratiche.

Poi va nel teatrino dei cristiano riformisti, e rispolvera il repertorio contro i comunisti, spara a zero contro la scuola “che inculca valori diversi da quelli della famiglia” e “contro le adozioni ai single”, racconta quando Mamma Rosa lo investì della missione di salvare l’Italia e quando un fantomatico sacerdote russo a dodici anni lo illuminò sul Male rappresentato dal comunismo. Cosa ottiene? Il solito. Le reazioni pavloviane che si aspetta. Da una parte, applausi da stadio: dei claquer i cui bassi istinti di risentimento va a vellicare. Dall’altra, l’indignazione (il giorno dopo): da parte di chi costretto a ribadire l’ovvio, da Bersani a Bocchino, dai blogger degli insegnanti agli editorialisti di Repubblica. Tutti a tenere il punto sul minimo comun denominatore di una società democratica, sul valore fondante della scuola pubblica.

Sembrano i colpi di coda di un dittatore assediato nel bunker, si diceva in questi giorni. Sarà anche la sindrome dell’assediato, ma queste mosse berlusconiane non sono per nulla deliranti. Anzi, sembra che abbia una strategia chiara nell’affondare il coltello nella piaga proprio nelle contraddizioni della sinistra. Per dire: può permettersi di urlare contro la scuola pubblica e trovare chi lo osanna, proprio perché nell’opinione pubblica di sinistra ci sono state almeno un paio di settimane nelle quali si è dato un incredibile spazio (interviste a tutto campo, ospitate da Fabio Fazio…) al libro sfascista di Paola Mastrocola sulla scuola. Scusate, ma la paginata di Cesare Segre sul Corriere contro Don Milani e Rodari, contro la scuola dell’uguaglianza, l’ho vista solo io? Scusate, ma l’endorsement del nichilista de’ noantri Pietro Citati su Repubblica in cui dice che l’Occidente è il luogo del vuoto e del niente, e che nessuno sa più leggere e scrivere, l’ho letto solo io? Se qualcun altro semina, Berlusconi raccoglie. E se delira, almeno non è il solo. Non è solo nemmeno quando si scaglia contro le adozioni ai single. Su coppie di fatto, tutela dei diritti dei single e degli omosessuali, la sinistra dell’ultimo governo è inciampata ripetutamente, e anche mettiamo che vincesse le elezioni alla prossima tornata, saprebbe proporre un progetto sociale diverso da quello razzista dei machisti oggi al governo?

Ma la tecnica di rovesciamento berlusconiana è studiata fino in fondo. E il giorno dopo, come volevasi dimostrare, arrivano le dichiarazioni stampa in cui si lamenta che è stato travisato: “Non ho mai attaccato la scuola pubblica”, “L’insegnamento libero ripudia l’indottrinamento”, “Ho solo denunciato l’influenza deleteria dell’ideologia”, “Il mio Governo ha avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell’Università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli in cambio di stipendi ancora oggi assolutamente inadeguati”. Da folle arringapopolo, da puttaniere con il culo flaccido, da millantatore di fidanzate mai apparse, a pacato thatcheriano: eccolo quel fregolismo à la Zelig che conosciamo, quello che ti fa dire che da piccolo volevi fare il carabiniere quando vai alla festa dell’Arma. Mentre il giorno dopo le dichiarazioni della sinistra sono ancora aggrappate al Berlusconi della maschera prima.

Il linguaggio di Berlusconi è performativo, attoriale, ha bisogno di pubblico, di una scenografia: il senso è ancora una volta solo l’effetto, non le intenzioni. Ergo, il suo messaggio per essere contrastato va preso nell’interezza dell’atto performativo. Ritrattazione compresa. E allora, che strategia contrapporre? Inchiodali al loro linguaggio, diceva Aristotele. Quando dicono tutto e il contrario di tutto, quando smentiscono quello che hanno appena detto, fagli riconoscere che esiste il principio di non-contraddizione. Ma se non ammettono nemmeno il principio di non-contraddizione? Beh, in questo caso è Platone che ci viene in soccorso. Anche lui si era trovato molto spesso davanti al problema di chi non gioca su un piano logico del discorso. Capita, perché la nostra anima è tripartita, dice l’inventore della dialettica occidentale: c’è un’anima concupiscibile (l’istinto) che risiede nel ventre, c’è un anima irascibile (la volontà) che risiede nel petto, e c’è un’anima razionale (la ragione) che risiede nella testa. I cattivi politici fanno leva sull’anima concupiscibile per aizzare l’anima irascibile. La politica che dobbiamo praticare può fare il percorso opposto: usare l’anima razionale per generare passione.

Ma usare l’anima razionale vuol dire essere capaci ogni giorno di essere autocritici oltre che critici, avere il coraggio di elaborare le contraddizioni (sul ruolo della scuola, sulla laicità, sull’uso della donna nei media, etc…) qui, dalla nostra parte, altrimenti possono cadere mille Berlusconi, ma a essere sconfitti saremo sempre noi.

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12 commenti

  1. Mi pare di ricordare che però per Aristotele di fronte a chi viola o addirittura non conosce il principio di non contraddizione non c’è scampo (lo stagirita fa l’esempio della pianta) E Aristotele viene dopo Platone. Forse più che il principio di non contraddizione occorrerebbe di più riferirsi a un altro principio da esso derivato logicamente: quello per cui tertium non datur. Una cosa cioè o è vera o è falsa, non c’è una terza possibilità di una cosa che sia nel contempo vera e falsa. Tale principio richiama a una logica di verità e al conseguente schierarsi o dall’una o dall’altra parte, o pro o contro, senza transigere più in nulla. Molta intellighenzia anche e spesso di sinistra non usa però tale limpida logica aristotelica e con falsi giri di parole e sofismi tiene il piede in due scarpe.

  2. Mi fa orrore un presidente del consiglia che cita il garrotista franco…mi fa orrore un presidente del consiglio che aborre gay e “singoli”, mi fa orrore un giornalismo (vedi Alessio Vinci) al servizio del re, mi fa orrore che l’Italia sia governata da un simile fenomeno da baraccone, mi fa orrore chi pensa di allearsi con la lega che è legata mani e piedi al dittatorello di arcore, mi fa orrore stare in Italia in questo periodo….fino a quando??????
    Mariateresa da Bari

  3. Raimo, ti seguo e ti stimo e mi trovo, quasi sempre, d’accordo con te. Anche per questo non ho mai lasciato commenti sul vostro interessante blog. Questa volta non me la sento di tacere di fronte agli attacchi, a mio parere gratuiti, alla Mastrocola e a Citati. Davvero ti senti di accostare le loro considerazioni e posizioni (che per sicurezza ho ricontrollato) a quelle di Berlusconi e dei berlusconiani? Possibile che Christian Raimo, per giunta in un articolo che propugna l’uso della logica come arma, faccia di tutta l’erba un fascio tra chi smantella scientemente l’istruzione e chi ne denuncia il pessimo stato, spesso con l’ovvio intento di svegliare le coscienze e rinnovare l’interesse sul tema?
    Detto come l’hai detto tu, a me suona più o meno: “Citati e la Mastrocola e altra gente di sinistra criticano la scuola pubblica quindi è autorizzato a farlo anche Berlusconi”. È evidente che questo ragionamento non ha senso. È vietato dire che la scuola pubblica oggi, per mille motivi, fallisce troppo spesso nei suoi intenti? Mi piacerebbe che spiegassi il tuo punto di vista e le tue impressioni per non lasciare che sembrino solo uno sfogo superficiale e male argomentato.

  4. hai letto il libro “La scuola è di tutti” di De Michele. Bene! Però almeno citalo visto che almeno la metà delle idee che esponi sono prese da lì!

  5. Ben detto… ma il nodo cruciale, a mio avviso, è che noi Berlusconi ce lo meritiamo. E’ tutto molto triste, questa mediocre realtà italiana è triste. Se fossimo un popolo degno del concetto di nazione, avremmo sicuramente un rigurgito patriottico per la nostra reputazione vilipesa. La cosa maggiormente demoralizzante e destabilizzante è il servilismo del giornalismo e dell’informazione in toto, che mi fa ripetutamente sobbalzare sulla poltrona e mormorare schifata “Se ero io quel giornalista mi avevano arrestato”, (per quel che vale un arresto in Italia). Tante sarebbero le cose da dire… ma in questo Paese (forse sarebbe meglio una “p” minuscola) qualsiasi cosa sembra inutile. Forse per liberarci da un “cancro” simile, toccherà aspettare l’arrivo dell’ineluttabile morte.

  6. @ Davide:
    non ho citato il libro di De Michele solo per eleganza, lavoro a minimum fax, coordino la collana in cui è uscito “La scuola è di tutti”, che è un libro che ho voluto fortemente che Girolamo scrivesse, che ho curato e che sono strafiero di aver pubblicato. Forse il mio pudore ha delle colpe. Ma sicuramente sono contento di riconoscermi debitore.

    @ Filippo:
    dire che Berlusconi è un tumore per il tessuto connettivo sociale italiano è sacrosanto. Andrò a qualsiasi manifestazione contro di lui e la sua idea di scuola e società. Ma credo che altrettanto fondamentale sia l’autocritica di quei comportamenti teorici e intellettuali che per certi versi hanno a che fare con la retorica classista di Berlusconi. Siamo su altri livelli, ovviamente. Ma è interessante chiedersi il perché di questa eco.

  7. Più che di “cancro” o di “tumore”, parlerei di infezione virale. Il problema sta nel riuscire a tirare fuori dei validi anticorpi e un adeguato vaccino. Ma introdurre un vaccino significa fare propria la malattia, assumerla, lasciare che ci avveleni almeno un po’, per imparare a riconoscerla e neutralizzata fino a sconfiggerla. Il problema dell’attuale opposizione è stato questo: si è ritenuta immune da ogni affezione. Il male era il berlusconismo, tutto il resto era Bene e Purezza, e nel frattempo il Male faceva il suo corso, contaminava tutto e tutti, fino a piegare l’intero Paese. Trovare una cura non sarà facile fino a quando non saremo disposti ad ammettere a noi stessi quanto siamo un po’ tutti compromessi. E a proposito di autocritica: la scuola italiana naviga in brutte acque ormai da anni e il punto di svolta per l’attuale deriva risiede nell’introduzione dell’autonomia scolastica, bella solo a parole, ma che di fatto ha introdotto nelle scuole una mentalità capitalistico-aziendale che vede il prestigio di un istituto scolastico nel numero degli iscritti e non nella reale formazione degli alunni. I dirigenti sono stati improvvisamente investiti di poteri impensabili in precedenza che molto spesso hanno convertito in pressioni enormi sui docenti, frequentemente costretti ad ignorare certi atteggiamenti da parte di alunni e famiglie, per evitare di “allontanare l’utenza”. Per non parlare di tutti quegli assurdi progetti, spesso prossimi all’avanspettacolo, di cui si sono dotati molti istituti pur di attrarre “clienti”: lo show è spesso l’unica possibilità vagliata per “dare visibilità all’istituto nel territorio”, perché è questo che troppo spesso prediligono i genitori. Vedere la propria figlia che sgambetta sul palco di un auditorium è più emozionante che saperla impegnata in qualche maratona matematica o letteraria. Non mi dilungherò oltre perché non è la deriva scolastica l’argomento dell’articolo, tengo solo a sottolineare che l’introduzione dell’autonomia scolastica reca la firma di Berlinguer, non di una Moratti o di una Gelmini, come tutti preferiremmo sapere.

  8. Hai perfettamente ragione sulla necessità di non fermarsi alle affermazioni, sull’opportunità di cogliere l’intero «atto performativo».
    Io, però, vedo un problema successivo.
    Successivo in termini di logica, dico.
    Chiunque volesse mettere Berlusconi di fronte all’esistenza del principio di non contraddizione o alla questione del tertium non datur non ha luogo in cui farlo.
    Non se vuole farlo alla presenza di Berlusconi.
    Lui si sottrae alle interviste, alle domande, alle interlocuzioni, e noi giornalisti l’abbiamo accettato.
    Ora è troppo tardi per metterlo all’angolo con le domande.
    Non c’è più nessuno a cui mostrare il principio di non contraddizione.
    Siamo costretti a dircelo fra noi.
    Magari serve, eh.
    Però a lui non possiamo più dir niente, nemmeno per mettere noi stessi in scena una qualche forma di efficace «atto performativo».

  9. Approvo ciò che dice Sgaggio e rilancio. Il problema è veramente cruciale. L’abitudine a buttare tutto in caciara sembra ormai una costante della comunicazione politica odierna. Le tecniche di rovesciamento, tese a ribaltare l’ordine morale delle questioni ed a inquinare tutto attraverso l’annichilimento delle differenze, sono così istintive e rodate da non meritare più il nome di “tecniche”. Chi si trova a dover reagire ad un’obiezione puntuale riguardo l’operato della destra berlusco-leghista non ti concede l’onore di scendere al livello del dibattito e dell’argomentazione ragionevole; nessun rispetto per la logica aristotelica, nessun rispetto per la durezza inconfutabile dei fatti. Nell’agorà odierno, nei posti in cui cittadini e loro rappresentanti s’incontrano, la logica è extracomunitaria. Tutto è opinabile così come tutti sono insultabili e trascinabili nella melma. Non possiamo inchiodarli alla forza del principio di non contraddizione, perché è totalmente altro il piano sul quale si combatte.

    L’anima concupiscibile dello spettatore preferisce credere che sapere e se vede, anche se non sa quello che vede, dice di sapere; così viene condotta ad assentire, magari con liberi scrosci di applausi. L’anima concupiscibile dello spettatore non sa cosa siano i luoghi comuni, non verifica le vociferazioni, non si attarda nel metodo e nella gnoseologia, asserisce questa cosa e quell’altra “perchè se lo sente”, elegge a verità il sentito ripetere. La dialettica come rimedio toglie i calli ma non cura l’infezione. “Argomenta bene e sarai giusto, sii giusto e argomenterai bene”, disseppelliamo la proposta socratica? Sì, buonanotte, Socrate non vide mai Striscia la notizia o la pseudosatira di certi comici sanremesi, Studio Aperto ed Mtv; noi non ne siamo incolumi. Il cittadino sovrano non esiste più, esiste uno spettatore de-civilizzato che è il risultato delle pratiche di soggettivazione messe in atto dalla sottocultura della violenza verbale e della castroneria-smentita.

  10. Il mito della caverna?
    Immaginiamo che un gruppo di uomini sia vissuto fin dall’infanzia in una caverna sotterranea, collegata all’esterno da una galleria piuttosto lunga…
    Nella caverna, il vecchio mondo? E all’esterno?
    Banche etiche? Finanzia solidale? Commercio equo e solidale? Cesar Chavez? Gruppi d’acquisto solidale? Permacultura? Energie rinnovabili? Agenda 21? Imprenditori sociali e innovatori? Ashoka? RSI? Triple Bottom Line? Scuole che adottano la pedagogia della lumaca? Don Milani? Ospedale che cura gratis 2 pazienti su 3? Giornalisti della non violenza? Cittadini consapevoli? Consumatori critici?…Insomma sta nascendo un’altra civiltà?
    Adesso immaginiamo che gli abitanti della caverna, seduti con la schiena rivolta verso l’apertura, abbiano catene al collo e alle gambe e quindi non possono girarsi verso la luce…
    Simone Weil, osservava: «Noi nasciamo e viviamo nella passività. Non ci muoviamo. Le immagini passano davanti a noi e noi le viviamo… Ciò che viviamo, a ogni istante, è ciò che ci è offerto dal presentatore di marionette… I cinema sonori somigliano abbastanza a questa caverna. Ciò mostra quanto noi amiamo la nostra degradazione».
    Oggi, le uniche pareti che gli uomini, incatenati dalla passività, possono vedere, sono la Tv e la stampa. Per gli uomini inchiodati a questa visione delle cose, una banca etica, non esiste oppure è per forza come le banche della caverna. Per lo più, per quelli che hanno cominciato a girare la testa ma senza approfondire, è una cosa stranissima quasi extraterrestre.
    Francamente, in quale realtà vogliamo vivere?
    Vogliamo continuare a guardare quello che non va nel vecchio mondo o vogliamo cominciare a girare la testa verso il mondo fuori dalla caverna?
    Essere dei meccanici ostinati a riparar (o criticare) un motore che ha un errore di concezione o essere ostetriche che si attivano a partorire un’altra generazione?
    Fuori della caverna ci sono persone che contribuiscono alla nascita di altri modelli e immagini?
    Nella maggior parte, coloro non sono né Premio Nobel, né Star, né sulla Scena Politica, né Re…Non sono sulla parete della caverna. E tutti quelli che sono seduti la schiena rivolta verso l’apertura non le vedono. Infatti, sono donne e uomini che, senza fare tanto chiasso e spesso nel più assoluto silenzio, sono riusciti semplicemente a costruire il mondo che sognavano invece di subire quello esistente.
    Nel suo articolo “Critici e autocritici per vincere Berlusconi”, il giornalista Christian Raimo scrive nel quotidiano Il Manifesto:
    “Ma usare l’anima razionale vuole dire essere capaci ogni giorno di essere autocritici oltre che critici, avere il coraggio di elaborare le contraddizioni (sul ruolo della scuola, sulla laicità, sull’uso della donna nei media,…etc…) qui, dalla nostra parte, altrimenti possono cadere mille Berlusconi, ma essere sconfitti saremo sempre noi.”
    Avere il coraggio di elaborare le contraddizioni?
    Allora cominciamo a guardare la prima e forse l’unica contraddizione da elaborare: Noi.
    “Noi ci troviamo in una contraddizione permanente a intrattenere e nutrire quello che desideriamo abolire. Abbiamo creato una specie di ghetto del pensiero secondo criteri che non rimettiamo più in questione. Come se il sistema generasse il suo pensiero e pensasse al posto degli uomini.”. (Pierre Rabhi)
    Noi siamo diventati banali servitori di questo sistema e, di fatto, siamo complici, certo in modo inconsapevole, ma la nostra complicità non è per questo meno efficace.
    Tutti banali servitori? Anche i redattori dell’informazione?
    Vogliamo elaborare le contraddizioni sul ruolo della stampa?
    Immaginiamo ora un video montaggio che riprende su l’arco di un anno titoli e immagine di apertura del nostro quotidiano.
    Adesso guardiamo questa proiezione che distilla l’essenza di quello che consumiamo nell’arco di un anno, giorno per giorno.
    Quali parole possiamo associare a questa visione delle cose?
    Innovativo? Alternativa? Propositivo? Costruttivo? Educativo? Formativo? Non violenza? Pace? Biodiversità? Pluralismo?…
    Nell’atto di informare le finalità sono tante:
    Sviluppare la creatività? Far uscire della passività? Spingere a esplorare altri mondi? Stimolare a essere altro o semplicemente se stesso? Permettere di partorire pensieri o idee alternativi? Proporre una cultura nuova? Coltivare “graines de possibles” (Pierre Rabhi)?
    La finalità prioritaria di una redazione non è implicita nel titolo e l’immagine di apertura del suo giornale?
    Avere il coraggio di elaborare le contraddizioni qui, dalla nostra parte? Altrimenti possono cadere mille Berlusconi?
    Nel mito della caverna, la galleria che collega la caverna all’esterno è piuttosto lunga.
    Per forza, questo percorso assai lungo è un’autoanalisi!
    Anche se non piace, siamo pronti a intraprendere questo processo che permette di non essere di nuovo sconfitti?
    Con solidarietà

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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