Un anno passato in casa si dice, un anno con gli occhi attaccati a statistiche e previsioni e a nuove norme medico legali da osservare. Un anno e più con un solo pensiero in testa e tutto il resto lasciato di lato oppure sullo sfondo. Ogni tanto qualche rigurgito: il lavoro prima di tutto, ma anche l’amore quello giovanile come quello di tutti. Un anno in cui le lacrime ci sono pesate tantissimo sugli occhi e fin sulle braccia: abbiamo pianto gli amici e i parenti che non ci sono più, ma abbiamo pianto e spesso tantissimo anche noi stessi. Le nostre già magre occasioni di festa, quelle intime come quelle pubbliche. Ci sono mancati tantissimo persino lo zio e il cognato a Natale, per non dire dell’amante a Pasqua o di quel tizio o quella tizia conosciuti il giorno prima ad un convegno o in un viaggio tra un caffè e un appuntamento che pensavamo solo di lavoro.

Quello che non ci è mai mancato è invece il ricordo, ma non più nella forma di piacevole brezza a cui eravamo abituati prima – da sempre -, ma nella più temibile e inedita apparenza di un’ombra incombente, di una mancanza assurda e mai più recuperabile.

Abbiamo riempito i giorni di passate Caterine sopra i tetti di Firenze e tenuto in vita propositi esausti e ormai svuotati: chi doveva scrivere un libro, chi fare una gita al mare e chi comprarsi una moto. Chi era pronto a tornare giovane a quarant’anni e chi a venti non vedeva l’ora di buttarsi in piscina. Per oltre un anno abbiamo aspettato che qualcuno ci riportasse il pallone finito al di là del cancello, come bambini sudati siamo rimasti in attesa che ci venisse restituito fino a dimenticarci chi è che doveva battere? Chi stava in porta?

E così in questo tentativo di riapertura, in questi giorni in cui la luce del mattino ispira una possibilità di mare mi ritorna in mente una frase semplice, sicuramente una frase che anticipa ancora di troppo i tempi. E mi viene in mente anche se non c’entra nulla e quindi c’entra.

Il 20 febbraio del 1987 è stato un giorno centrale per la televisione e anche per la democrazia di questo paese. Di tutto quello che era avvenuto prima e per anni si era fatto carico un uomo solo, un’eroe che non voleva certo essere tale e non per mancanza di coraggio, ma di prove che non stava a lui recuperare. Era un uomo colto e raffinato, ma non privo di verve. Un uomo per certi versi apparentemente antipatico e quindi profondamente simpatico. Quel giorno, quell’uomo, Enzo Tortora si presentò – anzi si ripresentò – dopo una gogna giudiziaria, carceraria e mediatica nuovamente in televisione a condurre Portobello, il suo programma. Tortora pronunciò una semplice domanda iniziale: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Ricordo il tono di voce, la fatica mista all’emozione, la lucidità (bellissima e rara oggi da vedere) scintillante dell’intelligenza che non si fa offendere. Porre quella domanda era già tutto e riguardava tutti.

Quel Dunque, dove eravamo rimasti? mi ritorna così in testa con quel medesimo tono di voce da giorni e mi sembra già la buona parte del programma che ci aspetta, ma anche l’angoscia di uno strapiombo che chissà se sapremo per davvero evitare. Vorremmo tutti ripartire da dove eravamo e come eravamo, ma là non ci siamo più e nemmeno noi – è quasi sicuro – siamo più quelli là di un anno e passa fa.

La retorica che segue la pandemia è la ricostruzione e già fa fatica anche solo immaginarla: queste date minacciose di crescita che si protraggono per anni. Il tentativo scarso di restituire una visione, una qual certa passione per Il futuro. Peccato che quelle date coincidano con l’incubo del cambiamento climatico con tutto quello che ne consegue. Si dirà, ma è proprio qui che si gioca la qualità della ricostruzione e avanti con tutti i nuovi sinonimi di resilienza ormai ridotta come una ciabatta vecchia, al punto che viene usata solo nelle provincie del centro nord a proposito dell’arredo urbano.

Dunque, dove eravamo rimasti? pretende una risposta migliore di quella che può dare un capo del governo, una commissione europea o un esame di maturità (che poi sono all’incirca sempre la stessa cosa). Questa domanda posta in termini cordiali – ricordiamo il tono di Tortora, è centrale – riporta a qualcosa che sta più nel sole e nel mare, nella sterpaglia e in quell’impossibilità dell’amore che è il prezzo e il senso dell’amore stesso (avverte un Cesare Pavese giovanissimo, ma meno inesperto del mondo di quanto lui stesso immaginasse), e non ci porta invece a ragionare di esiti e di scadenze perché esiti e scadenze non sono mai l’uscita dalla malattia, ma sono ancora la malattia. E dopo la parodia bellica, non sarà certo la parodia post bellica a salvarci.

Inutile fare l’elenco delle possibilità che abbiamo tra le nostre mani perché se c’è una cosa che non va fatta ora è fare progetti, ma non per impedirci di farli come siamo stati costretti dalla pandemia, ma per tenerci liberi di non farli. Perché quello che conta ora o fra qualche mese (si spera) sarà proprio avere le mani libere, non occupate e ancora meno pulite. Provare finalmente a fare con le proprie mani per citare chi come Enzo Mari sapere cosa voleva dire usarle con grazia e senso.

Nel 1953 Albert Camus scrive in un appunto le dieci parole per lui più importanti: le monde, la douleur, la terre, la mere, les home, le désert, l’honneur, la misere, l’été, la mer. Un elenco che disarciona – proprio per la loro messa in elenco – ogni possibile retorica, ma di quella lista incuriosisce l’ultima parola, il mare che giustamente Franco Cassano mette al centro del suo libro più famoso Il pensiero meridiano (un pensiero che oggi sarebbe salutare).

Il mare allora potrebbe essere la risposta alla domanda che tutti noi ci porremo e porremo al prossimo, il mare inteso come quel luogo in cui è possibile salvarsi e conoscersi: là dove il mondo non finisce mai e a suo modo anche il tempo si prende una pausa. Del resto tutto quello che sta accadendo in questi anni in mare non è che l’effetto dei nostri progetti e delle nostre ottuse scadenze e dei nostri pretesi e ambiziosi traguardi idioti.

Al mare sarebbe bene quindi farci un salto, andare a vedere con i nostri occhi dove eravamo rimasti. Non avremo di che rallegrarci di certo per quello che abbiamo fatto e per quello che ci siamo fatti. Le mani libere ci serviranno per pensare, sarà una gran fatica non serrare i pugni per chi afferra da una vita il vuoto, come per chi la notte è sommerso dagli incubi dei ricordi. E sarà difficile superare quell’invidia fraterna che già Pasolini individuava nella società post bellica italiana priva di padri, tutto sommato all’incirca come capiterà oggi per lutto o perché i tempi in questa serrata generale sono cambiati troppo velocemente per offrirci ancora una volta una spalla più adulta su cui poggiarci (e di cui lamentarci).

Dovremo tornare a farci delle storie, delle storie vere e quindi capaci di letteratura che ci portino così dove non sappiamo andare. Risponderemo in ultimo che dovremo cominciare come facevamo esattamente una volta come dice infine quel 20 febbraio del 1987 Enzo Tortora. Come una volta, non come prima, partire da quella volta, dall’incanto del C’era una volta che aggira da sempre i monotoni elementi dell’infelicità – sempre uguali ad ogni cambio di stagione – e ci offre uno spazio ulteriore, la possibilità di quello che Alessandro Mendini – per certi versi all’opposto di Enzo Mari e quindi fondamentale quanto lui – avrebbe definito un progetto tenero. L’unico modo per tenere a mente quello che è stato e per rimettere insieme i pezzi voluti, perduti o anche solo sognati come fossero finalmente elementi intercambiabili della nostra realtà.

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Immagine da un lavoro di Izabela Plucinska

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giacomo.giossi@gmail.com

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.

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