Pubblichiamo un estratto da “Eros il dolceamaro” di Anne Carson, pubblicato da Utopia Editore, che ringraziamo. La traduzione del libro è a cura di Patrizio Ceccagnoli.

 

Presa di potere

«Nei confronti della sua vita aveva lo stesso atteggiamento di uno scultore rispetto alla propria statua o di un romanziere rispetto al proprio romanzo. Uno dei diritti inalienabili di un romanziere è quello di poter rielaborare il proprio romanzo. Se prende in antipatia l’inizio, può riscriverlo o cancellarlo per intero. Ma l’esistenza di Zdena privò Mirek della sua prerogativa autoriale. Zdena insistette per rimanere nelle pagine di apertura del romanzo. Si rifiutò di essere espunta».

Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio

Platone presenta Lisia come un uomo che si crede capace di controllare tutti i rischi, i pericoli e le ebbrezze dell’eros grazie a un prodigioso calcolo emotivo. La strategia di Lisia sulla vita e sull’amore si avvale, nella sua applicazione agli eventi erotici reali, di una serie di tattiche che ormai ci sono familiari. Il non-amante di Lisia si affranca dal fluire vitale del suo amato e si colloca in una posizione di distanza estetica. È il punto di vista privilegiato dello scrittore. Le intuizioni di Lisia sull’eros sono quelle di uno scrittore e la sua teoria del controllo considera l’esperienza amorosa alla stregua di un testo cristallizzato a cui si può dare inizio da qualsiasi punto e che si può leggere al contrario, senza che il suo significato muti. È un brutto discorso, e il non-amante risulterebbe così un ἐραστής noioso. Eppure una volta quel discorso sedusse Fedro. Lo lesse più e più volte, come fosse innamorato delle parole. C’è un terribile potere nel λόγος di Lisia. Di cosa si tratta?

Il testo di Lisia offre ai suoi lettori qualcosa a cui chiunque sia stato innamorato non vorrebbe rinunciare: l’autocontrollo. In che modo eventi apparentemente esterni entrano nella psiche di qualcuno e ne assumono il controllo? Questa domanda, soprattutto nelle sue declinazioni erotiche, ossessionava i greci. Abbiamo visto come Omero inquadrasse la questione nella sua Iliade: un incontro tra Elena e Afrodite sulle mura di Troia. Afrodite si materializza dal nulla, nel bel mezzo di un pomeriggio altrimenti ordinario, e impone a Elena il desiderio. Elena oppone un breve turbinio di resistenza; Afrodite lo disperde con una sola minaccia. Il desiderio è un momento senza via di uscita. In tutta la lirica greca, così come nella poesia della tragedia e della commedia, l’eros è un’esperienza che assale l’amante dall’esterno e procede prendendo il controllo del suo corpo, della sua mente e di ogni aspetto della sua vita. Eros viene dal nulla, alato, per travolgere l’amante, per privare il suo corpo degli organi vitali e della sostanza materiale, per indebolire la sua mente e distorcerne il pensiero, per sostituire le normali condizioni di salute mentale con la follia. I poeti rappresentano l’eros come un’invasione, un malessere, una pazzia, un animale selvatico, un disastro naturale. L’eros non fa che sciogliere, abbattere, addentare, bruciare, divorare, logorare, turbinare, pungere, trafiggere, ferire, avvelenare, soffocare, trascinare via o ridurre l’amante in polvere. Durante il suo assalto, Eros impiega reti, frecce, fuoco, martelli, uragani, febbri, guanti, briglie e morsi. Dall’Inno omerico a Ermes alla poesia di Saffo, da Sofocle a Euripide, fino al Simposio di Platone: non è dato sconfiggere Eros. Assai pochi intuiscono il suo arrivo. Da qualche parte, getta su di noi una luce che ci è estranea e, non appena lo fa, diventiamo prigionieri, cambiando radicalmente. Non si può resistere al cambiamento, non lo si può controllare, né si può scendere a compromessi. In generale è un cambiamento peggiorativo, al meglio un’ambigua fortuna («γλυκύπικρον», come dice Saffo). Questo è l’atteggiamento comune e il convincimento dei poeti.

Rivolgendosi a un pubblico del quinto secolo, istruito in materia di poesia, Platone scrive per uomini imbevuti di questo convincimento. Lisia stesso rappresenta la tradizione poetica, dal momento che, nel dimostrare quanto dannoso possa essere l’eros, si muove dal presupposto che l’ἐραστής tipico sia un uomo fuori controllo:

«Καὶ γὰρ αὐτοὶ ὁμολογοῦσι νοσεῖν μᾶλλον ἢ σωφρονεῖν, καὶ εἰδέναι ὅτι κακῶς φρονοῦσιν, ἀλλ᾽ οὐ δύνασθαι αὑτῶν κρατεῖν».

«For indeed lovers themselves admit that they are sick not sane, and know they are not in their right minds, but they are not able to control themselves».

«Infatti gli stessi amanti ammettono di essere malati e non sani, sanno di aver perso il senno, ma non sanno controllarsi».

L’amante dominato dall’eros non può rispondere dei suoi pensieri o delle sue azioni. Da questa condizione, che i greci chiamano follia erotica o μανία, deriva la pericolosità dell’amante.
Non appena l’eros entra nella sua vita, l’amante è perduto, perché impazzisce. Ma qual è il punto di ingresso? Quando ha inizio il desiderio? Si tratta di un istante molto difficile da individuare, almeno finché non è già troppo tardi. Quando ci si innamora è sempre già troppo tardi: δηὖτε, come dicono i poeti. Saper isolare il momento in cui l’amore inizia, e quindi bloccarne l’ingresso o evitarlo del tutto, ci permetterebbe di controllare l’eros. Il non-amante di Lisia afferma di aver raggiunto un simile controllo. Eppure non rivela come e la sua pretesa rimane inattendibile dal punto di vista psicologico. Il suo λόγος ignora il momento in cui l’eros ha inizio; parla dalla fine della storia d’amore come qualcuno che non è mai stato in preda al desiderio. I non-amanti sono persone che rimangono «padrone di sé».
Socrate nega che un controllo simile sia veramente possibile, o perfino desiderabile, per gli esseri umani. Ne parla come di un’economia della morte:

«Ἡ δὲ ἀπὸ τοῦ μὴ ἐρῶντος οἰκειότης, σωφροσύνῃ θνητῇ κεκραμένη, θνητά τε καὶ φειδωλὰ οἰκονομοῦσα, ἀνελευθερίαν ὑπὸ πλήθους ἐπαινουμένην ὡς ἀρετὴν τῇ φίλῃ ψυχῇ ἐντεκοῦσα».

«The intimacy of the nonlover is mixed with a mortal self-control which disburses itself in mortal miserly measurings and engenders in the beloved soul that spirit of begrudgement commonly praised as virtue».

«La frequentazione del non-amante è mista a un autocontrollo mortale che si dispensa in misure mortali e misere dopo aver generato nell’anima dell’amato quello spirito di avarizia comunemente lodato come virtù».

È un’avarizia mortale quella con cui il non-amante elude il desiderio. Misura le proprie emozioni come un avaro che pesa il proprio oro. Non corre alcun pericolo nella sua transazione con l’eros perché non investe nell’unico momento aperto al rischio, il momento in cui il desiderio inizia, l’ora. L’ora è il momento in cui esplode il cambiamento. Il non-amante rigetta il cambiamento con lo stesso successo delle cicale, racchiuse in un carapace di σωφροσύνη. È sicuro delle proprie scelte narrative sulla vita e sull’amore. Sa già come finirà il romanzo, e con determinazione ne ha cancellato l’inizio.

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