«Non so come siano andate veramente le cose. Certe decisioni paiono salti bruschi, scatti della volontà, e invece tutto è stato preparato da tempo senza che ce ne accorgessimo. La volontà non c’entra affatto. Per questo credevo alle cartomanti». Scrive così Lisa Morpurgo, nata Elisa Dordoni, nel suo Madame andata e ritorno, debutto narrativo per Longanesi nel 1967, dopo vent’anni di attività già trascorsi nei corridoi di via del Borghetto 5 come traduttrice e responsabile dei diritti esteri. La casa editrice milanese, all’epoca all’apice della sua parabola editoriale, le dà ancora fiducia e pubblica il primo dei suoi tre romanzi (gli altri arriveranno nel ’75 e nell’88 per altri editori), dopo i primi due saggi astrologici su cui l’autrice cremonese edificherà la sua cangiante reputazione futura come lettrice del cosmo e delle stelle.

Lisa Morpurgo è una donna e scrittrice sommersa, e questo suo primo romanzo occultato dal tempo una piccola gemma sepolta, una perla occulta – definizione che forse a lei sarebbe piaciuta, dato il suo amore per le perle, anche in virtù del suo bell’ascendente in Cancro. Madame andata e ritorno riaffiora infatti dalla polverosa tradizione del romanzo italiano anni settanta, che con buona fortuna si sta esercitando a sfidare l’oblio opponendosi a quella che Ilaria Gaspari chiama «dimenticanza» nella prefazione a Gli angeli personali di Brianna Carafa.

Romanzo dimenticato, o meglio comprensibilmente tralasciato, è l’impalpabile storia di un libertinaggio femminile anticonvenzionale e allo stesso tempo terribilmente borghese, che come scrive Flavia Piccinni nella sua postfazione alla nuova edizione Atlantide, «anticipa l’aria di libertà erotica e sentimentale del tempo». La sua protagonista è una donna inquieta, sposata ma indifferente alle convenzioni matrimoniali, attorcigliata a una relazione adultera, libera nelle intenzioni e al tempo stesso schiava dei propri slanci fisici e sentimentali. Di mestiere fa la segretaria per Filippo, un giovane ricco e annoiato che dipinge e vive con la madre in un castello sui Pirenei, un aristocratico impelagato nei capricci delle sue troppe amanti, evanescente e indifferente alle disgrazie delle donne che lo circondano, anche quando queste lambiscono il suicidio e poi lo toccano. L’amore, o ancor meglio la tematica del legame, è centrale nel libro, benché non segua affatto traiettorie regolari; struggente o superficiale che sia, nelle sue varie manifestazioni finisce ogni volta per suscitare una domanda cruciale: amare è una forma di prigionia o di liberazione?

Morpurgo, però, non sembra affatto voler rispondere davvero alla questione; appare se mai più preoccupata di allestire intorno ai suoi personaggi uno scenario intrigante ed effimero, molto in accordo ai salotti della Milano dell’epoca, e probabilmente anche con quelli europei – che di certo conosceva grazie ai suoi tanti viaggi a Francoforte, nonostante una nota di avvertimento al romanzo sottolinei che «tutti i luoghi e città, sebbene indicati dagli atlanti, sono descritti in modo arbitrario perché l’autrice non vi ha mai messo piede».

Il libro lambisce trame differenti e generi diversi, senza però mai approfondirli davvero: da un lato si lancia nel tentativo di allestire un mistero e nel mettere in scena la sua risoluzione frequentando i meccanismi narrativi del noir – quando un devastante incendio condiuce al castello l’ispettore Sedan, che indaga senza successo né convinzione sulla morte di una delle amanti di Filippo –, dall’altro addirittura la fantascienza, dove l’esorcismo della morte passa da un esperimento di crioterapia temporanea (quella di Andrea, il marito della protagonista) che sembra rispondere al suo bisogno di congelare per un istante i suoi obblighi di donna sposata.

In Madame andata e ritorno si esplicita di continuo, più che una trama logica o coerente, nient’altro che lo squisito esoterismo dei legami; perché se per divorziare «occorre avere temperamento», d’altro canto alla sua protagonista non sembra appunto un volo così assurdo dimenticare il marito in una clinica svizzera e costringerlo a una falsa morte, per consentirsi, dopo una serie di altri incontri amorosi, il legame struggente ed erotico con Boris, un malinconico funzionario del Ministero delle Belle Arti. I personaggi di Morpurgo qui sembrano tutti «destinati a sopravvivere», e nel limbo peggiore di tutti, cioè quello del capriccio del destino. A ricordare gli imprevedibili movimenti del caso, l’autrice lascia apparire e scomparire sibilline cartomanti, infermiere che fanno i tarocchi, vecchie aristocratiche coi loro solitari. Il suo è un bestiario umano tanto affascinante quanto assurdo, squisito nell’apparenza, e anche quando un po’ freddo e vanesio nella sostanza, sempre ricco di simboli e seduzioni (come lo zoccolo di legno battuto contro la porta per scacciare il malaugurio). E questi personaggi, appena casuali ma comunque attraenti, anche in virtù della loro levità, si passano il testimone in una danza di morte che dalla morte però cerca sempre una via di fuga. Perché nelle parole di Morpurgo questa morte non è mai truce, se mai sorniona, giocosa, seduttiva. Scrive infatti: «Andrea non tollerava l’idea della morte, che a sentir lui gli stava sempre accanto, vezzeggiata e odiata come un’amante indispensabile». La morte è l’amante indispensabile che si avvicina e poi scompare, incoraggiando le figure del romanzo, e in particolar modo lei che scrive, ad abbandonarsi ancora di più a un caos calmo soltanto in apparenza, perché l’ibernazione – come metafora di quella paralisi del tempo e del sentimento che ci permette di inventare trame alternative alla nostra storia – «è soltanto il primo passo verso l’immortalità. E la morte va battuta coi suoi mezzi sul suo terreno».

Volontariamente inconsistente e vagamente vanesio – come del resto era anche Morpurgo in molti suoi tratti caratteriali, dall’amore per i gioielli e per i tessuti, all’attaccamento agli oggetti più che agli affetti – questo primo libro è un romanzo molto borghese per caratteristiche e intenti, che esprime bene il vezzo tipico e un po’ annoiato della classe abbiente dell’epoca, per cui l’occulto diventa quasi un esercizio di stile, una sorta di strumento di potere o di intrattenimento, un po’ ammantato di sterile estetismo. E però appunto irresistibile, perché descrive il mondo visibile e quello sconosciuto come se i suoi aspetti più magici e sfuggenti fossero del tutto naturali; un fulmine caduto nell’ordinata stanza di un soggiorno meneghino. La lingua è pure lei, oltre che elegante ed esoterica, molto adelphiana, in debito con la voce letteraria del romanzo a lei contemporaneo, che molto spesso infatti si sviluppa nel contesto borghese e ne racconta le noie, le preoccupazioni, gli amori e le faccende; una lingua magica e intrigante anche quando svela il banale, fatta di un’inconsistenza meravigliosa sempre tesa in voli e in azzardi, in sperimentazioni delle intenzioni più che della parola; un romanzo conservatore e naif allo stesso tempo.

Scrivendolo, Morpurgo ricorda che credere alla volontà è un esercizio inutile – perché in fondo «è il dubbio che muove il mondo»: esiste un destino che guida le persone; un destino che probabilmente è scritto in stelle sconosciute che agiscono senza conoscenza né consenso; e suscita una domanda cruciale: la scrittura è una sintesi della realtà o il suo specchio deformante? Profetizzando forse il destino di quest’esperimento letterario, lei stessa scrive nel suo libro: «Avrei scelto la strada sbagliata e la vicenda si sarebbe conclusa con un sacrificio inutile». Ma l’esercizio della bellezza, quando riesce, non è mai vano. Come non lo è stato il breve e rapido passaggio di questo libro quasi cinquant’anni fa, simile a certi transiti planetari, che anche quando sono velocissimi esercitano influssi e lasciano effetti profondi, e che ancora oggi, tornando a risplendere, possono destare un’abissale fascinazione.

 

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1 commento

  1. Le tue recensioni inducono sempre ad acquistare il libro. E questo è l’obiettivo principale !!!

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tarini@minima.it

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 ed è editor e libraia. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Ha fatto parte delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto e nel 2024 ha fondato a Milano Supernova, un bookclub che parla di antropocene, insieme a Ferdinando Cotugno.

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