Autofiction, memoir o autobiografia sono alcune delle categorie che possono venire in mente leggendo Niente di vero di Veronica Raimo (Einaudi), un romanzo che ha per protagonista una donna chiamata Veronica, di cui seguiamo la crescita dall’infanzia all’età adulta, il suo rapporto con la famiglia, gli amici e la geografia dei luoghi che, come emerge bene dal libro, connotano in maniera così netta la nostra percezione del mondo. Ma c’è anche il titolo a mettere in crisi il lettore: niente di vero significa ciò che suggerisce o è uno schermo per non fare i conti con la realtà o fingere di non farlo? Uno dei motori della letteratura contemporanea non è forse quello di sottolineare come tutto sia falso mentre si convince il lettore del contrario? Inoltre il libro, che permette al lettore di seguire le trasformazioni fisiche e psicologiche di Veronica, potrebbe forse suggerirci di trovarsi dalle parti del romanzo di formazione? L’impressione finale è che il modo più centrato per provare a definire Niente di vero, sia semplicemente “romanzo”.

Si tratta probabilmente di una questione oziosa, eppure dare i nomi alle cose è un modo per delimitare gli spazi della nostra percezione del mondo («I nomi fittizi che ci eravamo date per renderci irriconoscibili agli occhi altrui avevano già provocato un certo distanziamento da noi stesse, un primo meccanismo di autofiction» scrive Raimo) e definire quindi “romanzo” Niente di vero certo funzionerà come ingrediente ulteriore per godersi un libro che mescola con abilità registri diversi e osserva con acume, sarcasmo e ironia le varie situazioni, comiche e tragiche, che la vita può presentare. L’esperimento affiora anche nella struttura del romanzo perché ci sono alcuni luoghi dove Raimo parla direttamente del mentire e delle bugie: in un frangente in particolare, dove riflette sulle funzioni narrative della menzogna, Raimo riconosce la difficoltà nel costruire delle storie false che funzionino in ogni loro aspetto, ma riconosce anche come lei sia sempre stata in grado di farlo, in una sorta di aperta dichiarazione di metodo: «Ho sempre trovato fallace il detto: “Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”; nella mia esperienza le menzogne hanno l’intrinseca qualità di generare coerenza, nessi causali, inferenze. […] Questa è la mia teoria: basta lasciarlo lavorare in pace e il diavolo fa sia le pentole che i coperchi».

La pista segnata dal mentire (dalle bugie che Veronica dice ai genitori a quelle che costellano le relazioni adulte) è interessante anche per comprendere la natura di questo libro: la protagonista, che ricordiamo si chiama come l’autrice e condivide molti aspetti della sua vita, racconta di come non avesse l’idea da bambina di diventare una scrittrice, mettendo anche alla berlina certe predestinazioni improbabili, ma anche di come i suoi sforzi scrittori fossero indirizzati sin dall’inizio verso la menzogna. Scrive Raimo: «Anche se non sentivo ardere il fuoco sacro della scrittura, da bambina per un certo periodo ho tenuto un diario. Non mi interessava conservare a futura memoria i miei patimenti infantili ma depistare mia madre. Sapendo che lei l’avrebbe letto – cosa che infatti faceva – le regalavo una versione di me a suo uso e consumo». Ecco che allora anche l’origine della Veronica-scrittrice è segnata dalla bugia e quindi se, come ha riassunto Lavagetto parafrasando Kafka, «confessarsi è mentire», il gioco romanzesco messo in piedi da Raimo si inserisce pienamente tra le pieghe più complesse e pericolose della letteratura e lo fa sfruttando uno dei caratteri più autentici, e rischiosi, della menzogna, l’ironia. In Niente di vero infatti tutto passa attraverso un tono ironico-sarcastico che pervade ogni frangente raccontato da Raimo (la scoperta del sesso, le situazioni famigliari, il lutto e la sua elaborazione o le difficoltà delle amicizie) perché se la vita svela spesso i suoi caratteri più tragici e incomprensibili, riderne è uno dei modi per anestetizzarne i momenti e non prendersi mai troppo sul serio in una vita che è, tutto sommato, come tante. In effetti i temi su cui si concentra questo romanzo sono quelli che caratterizzano le forme delle narrazioni più o meno autobiografiche contemporanee che nonostante il registro, anzi forse proprio grazie a questo, qui non perdono nulla del loro carattere più autentico.

Centrale in questo romanzo è per esempio il ruolo della famiglia, un luogo di affetto sicuramente, ma anche un universo ricco di disfunzioni e generatore di incomprensioni e sofferenze. Le figure genitoriali per esempio sono perfettamente caratterizzate da Raimo che riesce a costruire dei veri e propri personaggi romanzeschi (ancora, ha senso chiedersi cosa ci sia di reale e cosa no?), una madre sempre in apprensione, soprattutto quando il fratello non risponde al telefono, che ascolta la radio e che è l’incubo di ogni amico e fidanzato di Veronica per le sue chiamate atte a verificare che tutto vada bene, e un padre che vediamo sin dall’inizio impegnato nel costruire muri su muri in una casa già piccola («Mio padre aveva la smania di dividere le stanze, senza alcun motivo. Semplicemente ci costruiva dentro un muro. Costruiva muri nelle stanze, non si può dire in altro modo»), ma anche incapace di accettare di avere dei sottoposti a lavoro tanto da pensare di non meritarsi un’auto aziendale. Ma la famiglia è anche composta da parenti più lontani che mostrano le storture di questo ineguagliabile e inveterato modello di società e che reclamano un suo superamento, come sembra suggerire implicitamente Raimo con la costruzione di una rete di amici che sopperiscono a queste storture e possono, davvero, far sentire al sicuro. La famiglia è il luogo della memoria, lo spazio in cui gli anni si assommano e vanno a formare un archivio di ricordi che però dopo un po’ perde la sua natura veritiera e pian piano scivola nella confusione tra realtà e immaginazione: «Nella mia famiglia ognuno ha il proprio modo di sabotare la memoria per tornaconto personale. Abbiamo sempre manipolato la verità come se fosse un esercizio di stile, l’espressione più completa della nostra identità. Talvolta ci accordiamo quantomeno il beneficio del dubbio rispetto ai nostri sabotaggi, conserviamo dentro di noi un piccolo spiraglio per ristabilire l’esattezza degli eventi, ma è molto più frequente il contrario: dimentichiamo la menzogna iniziale o il fatto stesso che si tratti di una menzogna». Sta qui, forse, uno dei passaggi decisivi per comprendere la scrittura di Niente di vero, dove la memoria sembra sempre sul punto di essere sabotata, quando questo non è già avvenuto e chiaramente illustrato, e la messa in crisi riguarda probabilmente tutto ciò che abbraccia la consapevolezza di conoscere con sicurezza ciò che accade.

Anche la ricerca più genuina, come per esempio quella raccontata nel romanzo riguardo al tentativo di scoprire un segreto paterno, si deve scontrare con i vicoli ciechi della verità, così come Raimo deve far fronte alla sua personale costruzione dove, pur con le migliori intenzioni, una selezione viene fatta e portata avanti, spalancando vuoti, spazi bianchi, che la scrittura prova a riempire. In Niente di vero Raimo prova con successo a sperimentare le forme attraverso le quali i ricordi possono essere scritti o riscritti, per ordinarli o per confonderli ancora di più, per narrare la propria vita o immaginarsene una completamente diversa, per divertirsi raccontando.

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Autore

matteomoca@minimaetmoralia.it

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L'indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie "Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett",  "Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi" e "Un'esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico"

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