«Tre mesi dopo, la figlia trans di Don Sosa e La Grace, ovvero io – nella scrittura è inutile mascherare una prima persona perché i testi cominciano a soffrirne dopo tre o quattro capoversi -, debuttava con lo spettacolo Carnes tolendas. Perché oltre a piacermi fare la puttana, mi piaceva il teatro».

Esistono i racconti che hanno a che fare con il quotidiano, con quella che definiamo realtà, e poi ci sono quelli che hanno a che fare con il fantastico, con il sogno, con l’incubo. Esiste poi una terza categoria che riguarda le storie brevi, quella in cui reale e fantastico viaggiano insieme, quella in cui l’immaginario di chi scrive non fa altro che portare l’ordinario su un altro livello, distorto e poi raddrizzato al punto giusto, al punto in cui alle lettrici e ai lettori è dato comprendere che la cosa narrata esiste, che faremmo meglio a sentirla, a vederla; che le possibilità di trasferire immaginario e linguaggio su una pagina scritta sono pressoché inesauribili, e sono tutte interessanti e, se siamo fortunati, meravigliose.

A questa terza categoria appartengono i nove racconti raccolti in Sono una pazza a volere te di Camila Sosa Villada, editi da Sur, con la traduzione di Giulia Zavagna. Abbiamo imparato a conoscere la scrittrice argentina leggendo Le cattive (sempre Sur, sempre Zavagna), un romanzo molto bello, la storia di Camila e di un gruppo di donne trans che diventerà la sua famiglia, ognuna con una vicenda sulle spalle, ognuna sfuggita a qualcosa, ognuna con la determinazione di essere chi si è, prima ancora di chi si vuole. Le cattive sorprendeva, commuoveva e divertiva, per questi e altri motivi si attendeva un nuovo libro di Sosa Villada; in più, si era curiosi perché la prova del racconto è forse più difficile di quella del romanzo, occorre più attenzione, scegliere quando chiudere, incidere con gli incipit, saper essere sintetici, poetici. Occorre che chi scrive lasci più spazio all’immaginazione del lettore: è accaduto qualcosa prima della storia che leggiamo, qualcosa accadrà dopo l’ultima parola. I racconti, particolarmente riusciti, vorrebbero alla fine sempre un punto e virgola al posto del tradizionale punto. Ai bordi delle nove storie che Camila Sosa Villada scrive ci sono incipit che colpiscono e punteggiatura da dilatare nel finale.

E quando osò alzare le mani su Antonia non riuscì più a smettere, Gli piaceva prenderla a schiaffi, con la mano aperta, perché aveva lavorato troppo, per gelosia, perché la bambina piangeva o perché il River era retrocesso.

Camila Sosa Villada è stata molte cose, ma poi sempre una, ovvero sé stessa. È stata prostituta, venditrice ambulante, addetta alle pulizie e poi attrice, cantante. Tutto questo insieme è confluito nella sua scrittura, rendendola una delle voci più interessanti della letteratura argentina di questi anni. Basti pensare che Le cattive è stato tradotto in venti paesi e ne verrà tratta anche una serie Tv.

Sosa Villada scrive maneggiando con sicurezza vari registri, passa dal comico al drammatico in un battito di ciglia, o d’ali, se preferite. È commovente e luminosa, sposta il punto di vista continuamente costringendo chi legge, non più a mettersi nei panni dei personaggi, ma nel loro corpo, così da guardare con gli occhi di chi sta attraversando la storia. Non è poco, non è una cosa che si può fare senza talento.

Mia nonna diceva sempre di avere due nipoti e una disgrazia. Ero la macchia di sugo sul vestito da sposa, la mosca nel latte, il capello nella minestra.

Cosa sono queste storie. Si parla di famiglie, di genitori che non capiscono le figlie, che non ne arrivano a comprendere i desideri al punto di raccomandarsi a strane sante, madonne di seconda mano. Bambini di particolare sensibilità, nonne che all’ora della merenda danno lezioni di vita, di futuro. C’è una famiglia, un’altra, che tenta in modi goffi e stralunati di rimettersi in sesto dopo la fuga della madre. Madre che scappa perché non riesce a vivere più sotto la pressione e le violenze del marito. Sotto la sua ignoranza. Incontreremo due parrucchiere trans sconvolte / strabiliate / innamorate dall’incontro con Billie Holiday in una fumeria di Harlem. Una donna che si guadagna da vivere facendo la fidanzata ufficiale di uomini gay della società bene, che ancora hanno bisogno di una facciata, di un’apparenza. Uno straordinario racconto, l’ultimo del libro, che attraversa di nuovo il corpo, le sue definizioni e cambiamenti, con l’unità di misura della distopia. Del resto, noi e Sosa Villada abbiamo imparato che la distopia è dietro l’angolo costantemente.

L’autrice cambia sovente il punto di vista, lo sguardo di chi narra, il luogo, lo scenario, il tempo, si muove dagli anni Novanta al passato coloniale al futuro (o presente distopico). Ha il dono della scrittura versatile e quell’altro – sempre importante – della leggerezza, ed è con quel soffio che riesce a raccontare le questioni più importanti dei nostri tempi, parte di certo dal corpo, lo fa quasi sempre, ma poi ogni corpo lo mette in relazioni alle convenzioni / condizioni sociali, allo spazio nel quale si muove. Un corpo che cresce, un corpo seduto su una sedia, un corpo che corre, uno che balla, uno che muta, uno che muore e che l’attivo dopo rinasce. Un bambino, una bambina, una ragazza, un uomo, una vecchia sono tante persone, sono la stessa persona. Sempre somigliano alla vita per Camila Sosa Villada, speriamo anche per noi.

 

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giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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