La mamma morì quando avevo otto anni e io la seguii quattro anni dopo. Questo è il ricordo della mia breve esistenza moscovita. Il resto non sono che memorie fugaci, fiorite troppo tardi.
Ancora una volta un dissidente, ancora una volta uno scrittore i cui libri sono vietati in patria ma – prima quasi sottobanco e poi in maniera sempre più limpida e naturale – sono diffusi in tutto il mondo. Ancora una volta la capacità di trasfigurare la realtà e darle nuova forma. Trasformarla dalla cosa da raccontare all’oggetto metafisico della trama. La realtà giace sul fondo dei campi, corre lungo i binari, sale come una nebbia, ma sempre di sfuggita. Non è il centro della vicenda, ma lo sfondo, e poi la conseguenza e – per forza di cose – l’antefatto.
Ancora una volta Utopia editore ci regala un romanzo che ha il sapore della grande letteratura, quella che attraversa le frontiere, il tempo e lo spazio. Ci regala un libro che non può fare altro che restare anche dopo di noi, anche molto dopo di noi. Si tratta de Il figlio del sottosuolo di Hamid Ismailov, tradotto dal russo da Nadia Cicognini – che aveva curato anche La fiaba nucleare del bambino, l’altro libro di Ismailov presente nel cataologo di Utopia –; entrambi i libri sono sì dei romanzi ma che attingono moltissimo dal regno delle regole fantastiche delle fiabe, Sono favole quelle che usa Ismailov per dirci il male e il bene del mondo, per mostrarci le storture dei giorni e cercare, al loro interno, il frammento, il minuscolo ingranaggio felice. Che bellezza.
[…] perfino nel sottosuolo c’è sempre una via che conduce ancora più in basso….
Ismailov è nato nel 1954, è uzbeko, e dagli anni Novanta è stato costretto a lasciare il suo paese, perseguito dal regime. Ha vissuto poi nel Regno Unito, ha lavorato a lungo per la BBC e ha svolto un lunghissimo e accurato lavoro di mediazione culturale e di traduzione. È uno scrittore bravissimo, fuori dal comune, che non muove i suoi personaggi con il linguaggio, non si accontenta di questo; nei fatti, i suoi personaggi e i luoghi che attraversano sono il linguaggio, la grammatica da trasportare ove possibile, la sintassi umana da salvare. Sfogliamo le pagine come quando osserviamo un paesaggio. Ne siamo attratti, siamo un poco spaventati, molto curiosi, ci avviciniamo, entriamo in quello scenario e dopo ne facciamo parte. I lettori diventano parte del gioco, della fiaba. Leggiamo e siamo paesaggio.
La storia in breve. Figlio di un atleta africano e di una donna siberiana, il piccolo Mbobo cresce tra i corridoi e le sale delle più celebri stazioni della metropolitana di Mosca. La sua breve esistenza solitaria copre lo stesso arco temporale della decadenza e del crollo dell’Unione Sovietica, e ha per sfondo l’intricato schema della metropolitana, corpo sotterraneo della città e proiezione inconscia del sistema sovietico. Un regno sotterraneo fiabesco, stregato. Pieno di sfarzo, opulenza, magnificenza, ma la sua bellezza, spesso, è inquietante. Il ragazzino, abbandonato sia dal padre (prima della nascita) che dalla madre è avvolto in questo sottoterra labirintico. Se il mondo è crudele, angosciante, indifferente, bisogna rifugiarsi sotto, dove si snodano e corrono i binari. Il bambino vede senza dire, capisce senza conoscere, sente il dissolvimento di ciò che sta in superficie, il senso di perdita e di sgomento che provano i cittadini di Mosca, in lui è atavico. Lui è nato e i suoi prossimi, il suo mondo era già dissolto.
Io, con una paura animalesca, percepii che non si trattava di un semplice treno notturno che viaggiava da chissà dove verso chissà dove, ma di tutta la mia vita […]
Lui che è stato concepito durante i Giochi di Mosca del 1980, si inventa una vita dentro a un altro gioco. Lui non è della terra, è del sottoterra. Lui scrive dal tempo a venire, da dopo la sua morte e da laggiù racconta la sua breve vita. I capitoli si intitolano come le stazioni della metropolitana e le parole sembrano muoversi sotto i nostri sguardi. Mbobo è la voce che ci dice tutto, dalla violenza all’alienazione, dalla tristezza più cupa alla più profonda commozione. E poi, razzismo, bullismo, rapporti complessi con gli adulti, ferite che nulla potrà saturare.
Così Mosca svanisce, come se si perdesse nelle sue stesse cavità. A noi arriva lo sguardo limpido di Mbobo che mostra le cose per quelle che non sono, per quelle che dovrebbero essere, per ciò che non saranno mai,
Alla fine fummo portati via nell’oscurità, a bordo di treni, e la stazione restò deserta alle nostre spalle.
L’equilibrio tra ciò che sta sopra e ciò che corre sotto è sottile, è precario. Eppure, nel sottosuolo, dove tutto dovrebbe essere più cupo si aprono miracolosi squarci di luce, piccoli sogni, movimenti in divenire. Istanti di sollievo, tra una stazione e l’altra, ogni tanto, dalla voce di Mbobo suona qualcosa che rimanda alla speranza. Illusoria, ovviamente, ma profondamente lirica.
Ismailov segue la tradizione del grande romanzo russo e, come accade in quella meravigliosa letteratura, non dimentica mai di far suonare la prosa come se fosse poesia.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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