Caro Collettivo Trickster, ho letto con grande interesse il pezzo di Matteo Colombani attorno a La verità su tutto (e a La ragazza eterna di Andrea Piva) e oltre a ringraziare voi e l’autore vorrei prenderlo come spunto di dibattito, dato che pone una questione che reputo rilevante all’interno di un dibattito, come quello sul “Rinascimento psichedelico”, che, vista la situazione in cui vive la più parte del mondo, va per forza di cose a inscriversi all’interno di quello sul proibizionismo e sulla sua auspicata fine. Tale questione è sintetizzabile in una domanda: gli psichedelici sono “ontologicamente differenti” rispetto alle altre sostanze?
Attorno a tale questione ho scritto anni fa un romanzo, o almeno ho scoperto di averlo scritto: quando scrivevo Gli interessi in comune ero troppo inesperto per sapere di cosa stessi scrivendo o quali fossero i “temi sottotraccia” del mio romanzo; lo scrivevo e basta, cosa che a volte può esser pure un ottimo metodo, ma questo è un altro discorso… Ciò che conta in questa sede, è che anni dopo, quando il romanzo è stato ripubblicato da Laterza, un presentatore radiofonico disse appunto che quel romanzo, uscito in origine nel 2008, “anticipava il Rinascimento psichedelico” (cosa vera solo in parte, visto che convenzionalmente questo Rinascimento lo si fa nascere nel 2006, in occasione del primo forum psichedelico mondiale di Basilea, ma è pur vero che il romanzo era stato scritto tra il 2004 e il 2005) e “raccontava la storia di alcuni ragazzi che scoprivano che gli psichedelici erano ontologicamente differenti dalle droghe.” Non diceva neanche “dalle altre droghe”; ergo, suggeriva che gli psichedelici non fossero nemmeno ascrivibili alla categoria. Lo spunto era interessante.

Il manifesto del primo forum psichedelico mondiale di Basilea


Ora, forse è proprio la categoria “droghe” (o, peggio, “droga”, termine dall’etimologia rispettabile reso ormai inutilizzabile da decenni di giornalismo allarmistico, in cui il suo uso è immancabilmente volto ad appiattire tutte le droghe verso l’alto – verso la droga per eccellenza, l’eroina) che va ormai rifiutata, per quanto le alternative risultino a loro modo semanticamente insufficienti (“sostanze psicotrope” o “sostanze psicoattive” sono termini validi – anche nel loro portare a includere droghe non sempre considerate tali nella vulgata, come alcolici o caffè – ma troppo lunghi; anche per questo gli si preferisce spesso il più neutro e semplice “sostanze”, che tuttavia risulta debole per il banale fatto che molte altre cose sono “sostanze”): del resto è una semplificazione, e le semplificazioni, quando si trattano argomenti complessi, sono sempre perniciose. Ma anche la questione terminologica è un altro tema, per quanto appassionante (con il suo sottotema: se “psichedelici” è sicuramente scientificamente più acconcio di “allucinogeni”, che dire di “enteogeni” e di altri nuovi termini? Per chi è interessato, due righe sul perché facciamo bene a tenerci “psichedelici”, le ho scritte in questo pamphlet uscito l’anno scorso da Einaudi): se ci chiedessimo – che so – se gli enteogeni sono ontologicamente differenti dalle altre sostanze, il succo della domanda non cambierebbe.
Generalmente, quando si vuole affermare la loro differenza, si parte da una riflessione ancor oggi imprescindibile della “trimurti eretica di Harvard”, ovvero Timothy Leary, Richard Alpert e Ralph Metzner: il fatto che il loro effetto è determinato in modo essenziale dal set e dal setting, ovvero dallo stato interiore del soggetto e dal contesto in cui avviene l’assunzione (compagnia compresa). Set e setting condizionano ovviamente l’effetto di ogni sostanza (bere troppo vino in compagnia di cari amici e in un momento di buon umore avrà effetti certamente differenti dal farlo in compagnia di gente che non sopportiamo mentre si è tristi), ma nel caso degli psichedelici arrivano a determinare gli effetti anche più del dosaggio o della sostanza in sé, e a far sì che la sostanza produca esperienze anche del tutto

Ralph Metzner, Timothy Leary, Richard Alpert

differenti tra loro.
La seconda caratteristica che mette facilmente fuori gli psichedelici dal generico calderone delle droghe in cui il proibizionismo li ha voluti ficcare, è la loro atossicità e il fatto che non danno dipendenza. Ora, è chiaro che esistono altre sostanze contemporaneamente psicoattive e relativamente atossiche (il tè, la camomilla, ecc.), in genere dagli effetti abbastanza blandi; allo stesso modo esistono sostanze psicoattive dagli effetti molto intensi ma prive di dipendenza (l’MDMA ad esempio), quindi forse è più corretto dire che gli psichedelici si distinguono dalle altre sostanze per il fatto di essere atossici e non dare dipendenza a fronte di effetti molto intensi (e infatti atossico non vuol dire innocuo: uno psichedelico assunto in set e setting sbagliati può ovviamente diventare pericoloso).
C’è infine una terza caratteristica, decisiva nel contesto preso in analisi da Colombani e raccontato, sia pure in ambiti diversi quanto possono esserlo le comunità spirituali e le cure palliative, da romanzi come La verità su tutto e La ragazza eterna: il fatto che gli psichedelici possano scatenare esperienze mistiche. Non tutte le esperienze psichedeliche sono esperienze mistiche e non tutte le esperienze mistiche hanno come catalizzatore gli psichedelici, ma se siamo entrati nell’era della riproducibilità mistica dell’esperienza mistica, è in virtù della facilità con cui queste chiavi biochimiche rendono disponibili stati di coscienza prima rarissimi, ottenibili solo tramite lunghe e complesse pratiche (da affrontare senza alcuna garanzia di risultati), o per ancor più rara predisposizione naturale.
Anche di questo ho avuto occasione di parlare in modo esteso altrove, ma invece di ribadire quanto già detto, qua voglio fare l’avvocato del diavolo, e notare che la storia umana è piena di esempi in cui una valenza mistica è stata assegnata a sostanze sì psicotrope ma certamente non psichedeliche… Viene subito in mente Dioniso a cavalcioni di un tino pieno di mosto, ma non dimentichiamo che la prima preghiera della storia dell’umanità – o almeno, la prima di cui abbiamo memoria – è una ricetta sumera per fare la birra, e si può continuare nella direzione che si vuole: il tabacco per i popoli amazzonici, la coca per gli Incas, il khat nella tradizione sufi


Anche uscendo dagli usi tradizionali, è evidente che gli stati alterati di coscienza, e gli “sfondamenti” che possono portare, hanno sempre una valenza gnoseologica e quindi iniziatica; ma è altrettanto evidente che questa valenza è enormemente più elevata negli psichedelici: l’uomo che ritorna dalla Breccia nel Muro non sarà mai proprio lo stesso dell’ uomo che era andato, eccetera1. E giunti a questo punto, mi piace riprendere un concetto, quello del framing, che ho sviluppato in Dopo il rinascimento psichedelico e mi sono permesso di affiancare agli storici e imprescindibili set e setting. Si dirà framing il contesto storico-sociale in senso ampio: è evidente che assumere psichedelici nel 1964 ad Haight-Ashbury è diverso da assumerli nel clima paranoico e repressivo degli USA di dieci anni dopo, e diversissimo da assumerli a un free party europeo degli anni ’90 o degli anni Zero, anche al di là degli specifici setting; e certamente è diverso assumerli nel Novecento rispetto ad assumerli durante durante l’ascesa dell’impero Azteco. Sebbene l’utente non abbia granché controllo sul framing (a differenza di quello che ha su set e setting), anche la particolare reattività al framing è caratteristica distintiva degli psichedelici. Se ho tirato fuori questo termine non è tanto per accostarmi indebitamente a Leary, Alpert e Metzner, bensì perché il framing ci permette di aprire un fronte concettuale decisivo: a ben pensarci, la ragione per cui gli psichedelici vengono tenuti assieme alle altre droghe, è proprio una ragione di inquadramento all’interno del framing vigente durante la prima rivoluzione psichedelica, su due piani opposti ma in questo senso analoghi: li ha voluti “droghe” il proibizionismo (sappiamo che l’LSD e con esso gli altri psichedelici furono resi illegali per colpire la cultura hippie e quindi anche il pacifismo, la contestazione, ecc.), ma li hanno inquadrati così anche l’underground e la controcultura, dato che li avevano avvicinati e integrati nelle proprie pratiche dopo aver sperimentato con altre sostanze (la canapa su tutte, ma anche la benzedrina2 per i beat, senza dimenticare che i primi “trip report” nacquero a partire dall’oppio con De Quincey, eccetera).

Haight-Ashbury visto da Robert Crumb


Cosa succede, allora, se il frame si sposta – nel caso dei nostri anni, verso una sorta di “egemonia del salutismo” –, e all’interno di tale processo si rende possibile anche un riposizionamento degli psichedelici3? È effettivamente possibile che – come suggerisce Colombani – un simile spostamento di queste sostanze dalla zona delle droghe a quella delle medicine le conduca a perdere alcuni connotati squisitamente controculturali, e forse a ritrovarsi persino “addomesticate”, per riprendere un fortunato concetto elaborato da Giorgio Samorini in Droghe tribali4, fino a perdere i loro tratti “ribelli”; forse, in un determinato framing (e all’interno di setting progettati in tal senso), le loro caratteristiche di amplificatori possono addirittura rendere gli psichedelici uno stabilizzatore sociale, più che un sovvertitore dei costumi. Se prendiamo per buona l’ipotesi di Hofmann, Ruck e Wasson sui Misteri Eleusini, quel rito psichedelico, col suo ciceone a base di ergot, ha in fondo solidificato per duemila anni quella che è stata poi la base della nostra cultura. Platone era un iniziato ma non era certo un outcast, e figuriamoci Augusto, Cicerone o Adriano… Pure, chi usciva dall’iniziazione usciva diverso, proprio nello stile descritto da Huxley, che si era auto-iniziato con la mescalina. Così Cicerone: “…e d’altra parte nulla di meglio di quei Misteri, che ci hanno affinati e addolciti da una vita rozza e feroce a una cultura umana, e le iniziazioni (initia), come vengono chiamate. Così in verità abbiamo conosciuto i princìpi della vita e non solo abbiamo ricevuto con letizia la ragione del vivere, ma anche con una speranza migliore quella del morire”5. Se leggendo queste parole viene alla mente anche il fatto che il primo uso terapeutico autorizzato per l’LSD in questo nuovo “Rinascimento” è stato quello svizzero come coadiuvante alle cure palliative e “preparatore all’esperienza della morte”, non è certo un caso. Che gli psichedelici riducano o annullino la la paura della morte, rendendo più facile figurarsela in chiave relativa, o come parte per nulla allarmante di più vasti cicli, è ovvio per qualunque iniziato (e ormai pure provato); né è un caso che i soliti Leary, Alpert e Metzner, dovendo trovare un quadro simbolico utile a organizzare le esperienze psichedeliche da parte di chi le stava vivendo, ricorsero al Bardo Thodol, quel Libro tibetano dei morti che altro non è che un manuale d’istruzioni per quel momento decisivo che passerebbe tra la morte e la reincarnazione.
La tradizione tibetana ci porta così alla questione della meditazione e delle sue “affinità e divergenze” con gli psichedelici: anche qui si possono riportare dei dati: da quando abbiamo a disposizione le tecnologie di brain imaging, si è visto che alcuni tipi di meditazione, come il mantra yoga o il chakra yoga, 
“abbassano” il Default Mode Network in modo analogo – ancorché meno netto – all’LSD o alla psilocibina; allo stesso modo c’è un accordo, anche questo ormai pacifico, circa il fatto che le due pratiche, psichedelia e meditazione, hanno tra loro anche una fortissima sinergia. Dove ci può condurre questa sinergia probabilmente continua a dipendere dal set, dal setting e dal framing – e, per usare un termine caro ai fricchettoni, anche dall’intenzione… E se allora vogliamo che gli psichedelici, una volta depenalizzati o legalizzati, non perdano la loro valenza controculturale e la loro capacità di far saltare in aria i costrutti culturali, la prima cosa da fare è proprio… Volerlo.

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[immagine di testata: Brian Blomerth, da Mycelium Wassonii, WOM edizioni]

  1. sarà più saggio ma meno presuntuoso, più felice, ma meno soddisfatto di sè, più umile nel riconoscere la sua ignoranza, eppure meglio attrezzato per capire il rapporto tra parole e cose, tra ragionamento sistematico e Mistero insondabile che egli cerca, sempre invano, di comprendere. ” (Aldous Huxley, Le porte della percezione) ↩︎
  2. leggi: speed. ↩︎
  3. Si noti: è proprio ciò sta facendo il Rinascimento psichedelico, che trova così tanto consenso anche fuori dall’underground proprio proponendo uno slittamento da droghe a farmaci, peraltro non senza il consenso di chi rivendica prima di tutto l’uso conoscitivo, mistico e ricreativo di queste sostanze: il modello politico è quello delle battaglie per la legalizzazione della canapa, che hanno conosciuto un successo ormai inarrestabile proprio grazie alla promozione della canapa medica come ariete (“Se cura… non fa così male.” Concetto se vogliamo lontano da “È la dose che fa il veleno” e falso per diverse sostanze ma certamente vero per canapa e psichedelici, e soprattutto molto spendibile nel discorso corrente). ↩︎
  4. Per il tabacco in primis, considerando la differente considerazione, ma anche i differenti effetti, che ha in Occidente e nelle culture amazzoniche tradizionali ↩︎
  5. Sulle leggi, 2, 14, 36 ↩︎
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4 commenti

  1. Spunti interessanti, l’uso medico non deve mai mettere in secondo piano il discorso generale antiproibizionista….

  2. Su questi argomenti consiglio il libro “Manuale di Psichedelia” di Rick Strassmann edito da Spazio Interiore

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Autore

vanni.santoni@gmail.com

Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L'età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

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