Nella letteratura sudamericana ci sono un sacco di tesori seminascosti, o nascosti del tutto. Scrittrici e scrittori di grande rilevanza per la formazione del canone letterario di un dato periodo, ma meno noti di altri, meno tradotti, vuoi perché più difficili da restituire a un pubblico vasto, vuoi perché il corpo della loro opera è esiguo e sfuggito ai grandi gruppi editoriali. È accaduto per esempio alla scrittrice cilena María Luisa Bombal, una delle più importanti del Novecento sudamericano, che per fortuna torna disponibile per i lettori italiani con le sue opere complete, tradotte dalla sempre bravissima Francesca Lazzarato, per edizioni Sur. Ed eccoci in questo primo scorcio di 2026 a leggere L’ultima nebbia, che consta di due romanzi e di una manciata di racconti fulminanti e strepitosi. Che bellezza. Che freschezza di passo e di idee, eppure parliamo di quasi cent’anni fa, e che importa? Che importa se la lingua di Bombal suona, se le sue frasi seguono un ritmo che ci trova, se le donne protagoniste delle sue storie ci pare di vederle, di riconoscerle. Non importa, infatti, non importa.

Il temporale della notte precedente aveva smosso le tegole della vecchia casa di campagna. Quando arrivammo, la pioggia gocciolava in tutte le stanze.

Il volume comprende, come detto, due romanzi: L’ultima nebbia e Avvolta nel sudario che, inseguendo il luogo d’invenzione dell’autrice cilena, paiono fondersi in un’unica immagine, qualcosa che si intravede, di non troppo nitido, qualcosa che sparisce, qualcosa che confonde. Questo è il campo da gioco in cui si orienta María Luisa Bombal, amata da Borges e, più modestamente, da chi scrive questo pezzo. Borges, tra le altre cose, scriveva che l’America non avrebbe dimenticato, forse non ci ha preso del tutto, forse qualcuno l’ha mancata, non l’ha letta. Ma Borges conosceva la forza della letteratura che non si esaurisce; allora se qualcuno ha dimenticato questa scrittrice, se tanti non l’hanno ancora intercettata sono ancora in tempo a leggerla, a fare memoria, a viaggiare nel suo mondo e da lì cominciare a ricordarla.

Neppure la malattia e la morte li unirono con il vincolo della sofferenza.

Di cosa scrive Bombal? Dell’universo femminile, attraversando il mondo interiore delle donne, il loro rapporto col desiderio e con il piacere, il modo di stare nelle relazioni, nel tempo e nelle vite. Siamo negli anni Trenta, Quaranta, la società è patriarcale, naturalmente, molto tradizionalista, chiusa e vagamente cupa. Formalismi, regole, obblighi. E in quella nebbia dell’inizio, schiene di donne che si voltano e ci raccontano le loro storie più contemporanee che mai. Storie d’amore ma anche di disamore, che è potente uguale, denso di sfumature, di contorni e confini che si dilatano. Un mondo di dubbi, di sogni, che tendono a infrangersi sulle convenzioni ma poi a oltrepassarle, di illusioni, di coraggio, di determinazione. La grammatica di Bombal oscilla tra il realismo e l’onirico, tra il concreto e il fantastico. In questo ondeggiare capiamo l’amore di Borges, sentiamo la magia che solo la letteratura sudamericana, ai suoi vertici, ci sa regalare.

Un rancore, di cui sovente si confessa, persiste nel suo cuore nonostante le decine di rosari e le numerose penitenze che il suo confessore le impone.

Il passo dei due romanzi (specie del primo) fa pensare a Rulfo e anche a certe prose di Mark Strand, per quel modo dell’autrice di oscillare tra sogno e veglia, tra oblio e orizzonte da raggiungere. Magia, speranza, senso di perdita e musica. Le parole suonano e così hanno viaggiato per tutti questi anni, così fanno i classici. E queste donne. Chi ritorna alla vita dopo una notte d’amore con uno sconosciuto O una come Brígida prigioniera del suo matrimonio che trova scampo a contatto con la natura. Yolanda, come in una nebbia, appare e scompare, come fanno le isole lungo la costa, come una Fata Morgana, come certe donne in altri racconti di Silvina Ocampo. Oppure Ana María, la mia preferita, che rivede la propria vita da morta, non ha più niente da perdere e forse nulla da guadagnare, ma a quel punto non conta più. Un’altra donna, Maria Griselda, di una bellezza che le renderà la vita impossibile, irrealizzabile. E altre, e altre storie, perfettamente in equilibrio, che non somigliano a niente. Ci resteranno in testa chissà per quanti anni come frammenti di un vestito appartenuto a qualcuna che abbiamo molto amato, come certe preghiere che non capivamo. Torneranno come quando torna il vento dopo molti giorni, facendoci voltare la testa di colpo.

Bombal ipnotizza, ci porta in una dimensione dove il tempo e lo spazio non esistono, o che comunque non somigliano al modo in cui li concepiamo e non è già tanto? E non è questo che dovrebbe fare la letteratura? Regalarci storie da strappare, portarci in Cile adesso e cent’anni fa senza farci spostare dal nostro divano preferito.

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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