L’elogio del fallimento che prende forma tra le pagine del nuovo libro di Francesco Permunian (Anime farfuglianti nella notte, Palingenia) è l’esito di uno studio sulla natura immonda del potere che ha come scenario d’elezione l’editoria italiana contemporanea. Memore dei consigli risoluti di Maria Corti e dell’esortazione rivoltagli da Andrea Zanzotto a scrivere con il ricordo delle lacrime, Permunian matura negli anni una voce letteraria divergente spesso incompresa e costata al principio numerosi rifiuti editoriali prima di ottenere l’attenzione di editori come Rizzoli, Quodlibet, ilSaggiatore, Nutrimenti, Ponte alle Grazie, Chiarelettere, Italo Svevo, tra gli altri.

Avvezzo a nutrire un tormento evocato dai recessi della memoria, lo scrittore di Caverzere rincorre in prosa e in poesia quei “calchi penosi di tragedie d’altri tempi” che “s’aggirano queruli e smarriti tra i meandri del presente”. La cifra del dispositivo stilistico di Permunian si rivela nell’invito a riconoscere in tale carosello la misura della natura abietta dell’individuo attraverso un continuo gioco di rimandi (storici e immaginari) a vicende tragicomiche utili a comporre un complesso congegno narrativo definito nella coralità di voci, nell’interconnessione sotterranea e nelle diversioni linguistiche.

Per descrivere il fatale processo di ‘carnevalizzazione’ della letteratura italiana, Permunian alterna l’io monologante calandosi in due storie di fallimento: uno scrittore mancato riconvertito in editor, disgustato dall’industria editoriale vista come ‘un chiassoso pollaio di pennuti nevrastenici e incontinenti’ e amareggiato per un senso di ereditarietà del fallimento paterno; un anonimo slavista ex allievo di Angelo Maria Ripellino, illuso di ritrovare Il Messia, il manoscritto a cui stava lavorando Bruno Schulz prima di essere ucciso dai nazisti.

Sfila sulla pagina il bizzarro campionario umano caratteristico della letteratura di Permunian, con figure soggiogate dalle chimere della fama o attraversate da una vocazione che le conduce a perdere la lucidità e a lambire la follia. In comune il senso di disfatta che investe anche quanti inizialmente speravano di fare fortuna, reinventandosi editor prima in colossi poi in piccole realtà che stanno a galla con autori disposti a pagare pur di vedere pubblicati i loro manoscritti. Aleggia il generale rimpianto per un modo di fare editoria (con consulenti del calibro di Salvatore Silvano Nigro e Giuseppe Pontiggia) destinato a scomparire per un disegno insostenibile e culturalmente povero, retto su un perverso meccanismo di sovrapproduzione di scarsa qualità e ‘fru fru paraletterario’ che ha reso l’editoria un “formidabile ingranaggio commerciale che tutto divora e tutto ricrea”.

Tra interrogativi senza risposta, lo scrittore mancato riconosce nel fallimento una salvezza, la sola e unica opera d’arte alla sua portata: attuare astuzie sempre nuove per adescare futuri autori per la casa editrice che lo stipendia, Bellas Letras (il cui vero obiettivo è rilanciare Rulfo e Gombrowicz attraverso l’acquisizione di una dozzina di piccole sigle editoriali a prezzi stracciati).

Con satira pungente e gusto parossistico, Permunian denuncia la carenza di tutele per gli operatori del comparto editoriale, acuite da fenomeni di familismo, abusi di potere, molestie, licenziamenti in tronco per esternalizzazione delle redazioni. Come in altre sue opere, non rinuncia a compiere una sferzante critica al sistema insidioso delle scuole di scrittura, del ‘passaggio obbligato’ dalle agenzie letterarie per ‘mendicanti delle patrie lettere’ che cercano una via per espiare il tradimento di un’epoca e della modernità, con un senso di ripugnanza dal tono caustico verso intellettuali avvezzi al vittimismo e saltimbanchi che calcano i palchi di festival e ‘sagre letterarie’. Lo fa ancora una volta esaltando il paradosso per amplificare la sua visione del reale, con figure ai margini, patetiche, squallide, mosse da impulsi primari, irrimediabilmente corrotte, comiche e disperate al contempo. Anche chi si discosta da tale fiera – come fa il suo protagonista nel rifuggire ogni sorta di esposizione mediatica per ritirarsi sul Garda a lavorare per Bellas Letras – si mostra in fondo disinteressato a favorire un cambiamento radicale, per adattarsi a quel grande inganno e perpetuarlo. L’ateismo militante che infiamma le pagine trova voce nello slancio di chi arriva a licenziarsi per dedicarsi (con l’aiuto di Alberto Ravasio) a un progetto letterario anticlericale ispirato al pensiero di Slavoj Žižek e Richard Dawking.

Le Anime farfuglianti che mette in scena Permunian palesano la loro veste ridicola nel tentativo di salvaguardare i loro torridi aneliti. Tra le pagine si può incappare in figure emblematiche che per trent’anni hanno inventato nuove mode letterarie riuscendo abilmente a saccheggiare manoscritti diversi e assemblarli a certi personali manufatti romanzeschi per pubblicarli contando su ‘quell’endemica viltà che è una costante del sottobosco letterario nostrano’. O ci si può imbattere in editrici sospettate di essere agenti della CIA sotto copertura, infiltrate tra gli esuli cileni che avevano trovato riparo in Italia dopo il colpo di Stato contro Allende (abili nel doppio gioco al punto da pubblicare persino le canzoni degli Intillimani per strizzare l’occhio alla Sinistra italiana). A soccombere a tale gretta regia sono aspiranti scrittori ingenui e visionari, folgorati da progetti monumentali da far invidia a Joyce, come quello di un autore di Caracas alle prese con la composizione di un testo intitolato Almas balbuceantes en la noche, dove in una babele di lingue e dialetti ispanici le voci di personaggi latinoamericani illustri si alternano a quelle popolari e proletarie del quartiere El Cementerio.

Nell’irresistibile galleria di tipi umani di Permunian si susseguono sfortunati fotografi, noti per la leggendaria caccia alla Madonna che negli anni Cinquanta appariva e spariva a intermittenza tra i campi di granoturco della Bassa bresciana; insegnanti in pensione che trafugano le tombe dei congiunti per riappropriarsi di liriche vedovili da autopubblicare con il supporto obbligato dei frequentatori dell’Auser; francesisti finiti nel girone dantesco dei poligrafi che per sopravvivere inventano slogan pubblicitari per detergenti intimi; dentisti che per un’improvvisa chiamata divina abbandonano trapano e sonda parodontale per farsi strumento di redenzione  dei reietti; gemelli che si intrufolano ai funerali fingendosi parenti dei defunti per illudersi di procrastinare il giorno della loro dipartita.

L’alterità della letteratura di Permunian risiede anzitutto nella lingua, nel tono farsesco usato per insinuarsi nelle pieghe del noto e ridefinirlo nel surreale. La tensione generata dalla forma zibaldone, eletta da tempo per lacerare il reale e trasfigurarlo nell’assurdo, nel burlesco e nel grottesco, è regolata da un sapiente studio storico e linguistico di lemmi che rimandano a definizioni e correnti mutate nel tempo, infarcite da retroscena di svariata natura che rappresentano una sorta di racconto parallelo. La dorsale che attraversa l’opera è la fascinazione per la parodia nell’epica, una ricerca inquieta dell’ombra tragicomica nascosta dietro ogni grande impresa destinata al fallimento.

Ogni opera di Permunian assomma a sé le precedenti e si rinnova di continuo. Palesa una voce letteraria dissacrante, tra le poche realmente dirompenti nel panorama italiano contemporaneo, nutrita da riferimenti fondamentali – Proust, Kafka, Bernhard, Schopenhauer, Calvino, Parise, Flaubert, Rulfo, Ibargüengoitia, Monterroso, Schulz, Gombrowicz, Bolaño, Manganelli, Ripellino, Trevisan, Kertész, Jauffret, Arbasino – che nel tempo hanno forgiato la visione letteraria di quell’“impenetrabile ossimoro” – come lo ha definito Luigi Mascheroni – convinto che la vera letteratura non sia mai “un ballo di gala, bensì un grumo di vergogna sempre impastato di lacrime e sangue ”.

Pur cambiando scenari e vicende, ancora una volta le vere protagoniste sono le tenebre, le ossessioni, le figure spettrali che risalgono da recessi paludosi e tormentano chi non ha mai requie, destinato a cedere al richiamo crepuscolare di macabre fanfare tra latrati di cani randagi e risate luciferine, illuminato dalla sola consapevolezza dell’inutilità dell’umano e dell’insensatezza del vivere.

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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