In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corso. A questo indirizzo le puntate precedenti.

a cura di Alice Luchetti e Laura Giorgione

Arianna ha sette anni e vive a Firenze con i nonni, in un’infanzia che sembra ancora al riparo dal mondo. Ma una domanda improvvisa incrina quell’equilibrio: restare con loro o raggiungere la madre? Da quel momento inizia un viaggio tra Parigi e Barcellona, dentro una vita segnata da fughe, traslochi continui, cambi di scuola, verità taciute e adulti che parlano per omissioni. Arianna non comprende fino in fondo ciò che sta accadendo attorno a lei, ma ne avverte il peso in ogni gesto, in ogni silenzio, in ogni spostamento. Ispirato a una storia vera, il romanzo si dipana lungo gli anni del terrorismo e della lotta armata attraverso lo sguardo di una bambina, spostando il fuoco dalle ideologie alle loro conseguenze più intime e quotidiane: la paura, lo sradicamento, il senso costante di precarietà.

In Occhi di bambina la prospettiva infantile non sembra un semplice espediente narrativo, ma una vera forma di conoscenza. Scrivere attraverso la voce di una bambina significa misurarsi con un confine sottile: far sentire ciò che vede e avverte senza attribuirle parole o consapevolezze che non possono ancora appartenerle. Come ha affrontato questo equilibrio durante la scrittura?

M.V. Quando, dopo tanti anni da quella prima volta in cui avevo ascoltato questa storia, è arrivato il momento di scriverla, avrei potuto scegliere molte strade: raccontarla in terza persona, affidarmi a una voce narrante esterna. Ma già dall’inizio della stesura ha preso forma l’idea di narrarla “al femminile”, cercando di ricostruire lo sguardo di una bambina che subisce le conseguenze di ciò che accade senza comprenderne davvero le ragioni. Mi è sembrata subito la voce più autentica, e anche il modo per me più appassionante di raccontare quella vicenda. Ho cercato di restare aderente alle emozioni della bambina: più che spiegare il perché delle situazioni, mi interessava che il lettore si mettesse al suo fianco e vivesse le sue emozioni.

Nel romanzo, i luoghi non sono mai semplici scenari: prendono forma attraverso la percezione di Arianna, la bambina protagonista, e finiscono spesso per rifletterne anche la paura, l’attesa, lo spaesamento. Nella scrittura, come ha lavorato perché lo spazio fosse insieme ambiente concreto ed esperienza interiore?

M.V. Avete colto un aspetto narrativo per me molto importante: i luoghi non si raccontano come semplici immagini, ma attraverso lo sguardo e i sentimenti dei personaggi. È solo così, secondo me, che uno spazio — una città, un quartiere, un paesaggio — riesce davvero a prendere vita. Ce lo hanno insegnato anche i grandi scrittori russi, che hanno saputo raccontare città e paesaggi facendoceli vivere attraverso le sensazioni e le emozioni dei loro personaggi.

Per Parigi è stato più naturale, perché ci ho vissuto a lungo e conosco bene quell’atmosfera. Ma, in generale, il mio tentativo è sempre quello di raccontare i luoghi attraverso gli occhi e le emozioni dei protagonisti, evitando descrizioni puramente esteriori. Mi interessa raccontare storie intime e profondamente umane; per questo anche l’ambientazione, inevitabilmente, passa sempre attraverso le persone che la vivono.

Gli anni di piombo, ovvero la stagione del terrorismo politico, fanno parte della storia recente di questo Paese e restano un tema ancora fortemente vivo nella memoria collettiva italiana. Questa consapevolezza ha influenzato la sua scrittura? Si è sentito investito di una responsabilità ulteriore?

M.V. Ho cercato di raccontare una storia vera senza concentrarmi troppo sul grande scenario storico “degli adulti”, ma piuttosto su chi, in vicende come queste, viene spesso dimenticato: i figli, bambini e ragazzi che hanno subìto conseguenze emotive, affettive e perfino geografiche senza essere direttamente coinvolti nelle scelte dei grandi. Ce n’erano molti e credo che, col tempo, emergerà sempre di più questo tema dei figli di persone costrette alla fuga o travolte dalla violenza politica di quegli anni.

In questo caso, per fortuna, “la fuggiasca” non era un’assassina, ma una donna che, per amore, si è ritrovata dentro un gruppo di persone legate alle Brigate Rosse, rimanendo coinvolta in quella vicenda. A me interessa spesso raccontare le storie in maniera laterale: osservare le conseguenze intime, quotidiane e umane degli eventi, senza affrontare direttamente un periodo storico che è ancora oggetto di interpretazioni e discussioni.

Nel romanzo gli adulti arrivano spesso ad Arianna per frammenti: frasi interrotte, mezze verità, gesti sospesi. Le interessava che il loro mondo restasse in parte indecifrabile, come se il romanzo custodisse anche la loro zona d’ombra?

M.V. Sì, mi interessava raccontare la storia restando sempre all’altezza dello sguardo della bambina. Tutto ciò che stava sopra apparteneva al mondo degli adulti. Arianna non fa domande, perché sente di non doverne fare: nessuno le spiega nulla, e lei desidera soltanto avere sua madre accanto. Quello che fa, allora, è attraversare questa tensione continua, l’angoscia della madre, senza smettere di essere una bambina. Continua ad andare a scuola, a festeggiare il Carnevale, a giocare, a fare amicizia. Riesce a vivere un’esperienza che nessuna bambina dovrebbe conoscere senza perdere la propria luce, senza lasciarsi soffocare dal mondo degli adulti che la circonda. È la magia che hanno spesso i bambini: la capacità di salvarsi, di preservare una parte intatta di sé anche nelle situazioni più difficili.

Uno degli aspetti più notevoli del libro è che la sua limpidezza non coincide mai con la semplificazione. Come ha costruito, sul piano della lingua, questa misura capace di restare insieme semplice, intensa e sorvegliata?

M.V. Una bellissima storia, se non trova la scrittura giusta, non funziona. Per me conta più lo stile della trama: lo sguardo sulle cose, il modo di raccontarle. Lo stile non si progetta. È un risultato che si vede alla fine del percorso, quando si prova a raccontare una storia con sincerità, cercando le parole più giuste senza preoccuparsi di fare bella figura o di dimostrare qualcosa, ma semplicemente trovando la lingua adatta per quel romanzo. Ogni romanzo, per me, porta con sé una lingua da esplorare. Mi piace pensarmi come un esploratore della narrazione: ogni volta che entro in atmosfere che non ho mai frequentato, sento il bisogno di cercare anche una lingua nuova, diversa da quelle già attraversate. La strada diventa così una scoperta, un percorso di conoscenza della narrazione e delle possibilità della scrittura.

Si ha l’impressione che in Occhi di bambina una parte importante della riuscita passi anche attraverso la tenuta complessiva del libro, dei suoi equilibri, delle sue scelte. Quanto ha contato, in fase di editing, il dialogo con l’editor? Le ha dato anche la possibilità di tornare su alcuni aspetti del romanzo e guardarli con maggiore nitidezza?

M.V. Il lavoro dell’editor è delicatissimo. Io ho la fortuna di confrontarmi con un’editor che è anche un’amica, Laura Bosio, che tra l’altro mi ha proposto al Premio Strega. Scrivo seriamente da molti anni e le sue osservazioni, oltre a restituirmi il modo in cui ha letto e percepito la storia, sono sempre estremamente preziose. Quando qualcosa non funziona, riesce subito a individuare una frase “non mia”, cioè non coerente con la mia scrittura. A volte, scrivendo, si sbanda e viene fuori qualcosa che stona: lei ha il dono di riconoscerlo immediatamente, di capire che quella frase non appartiene davvero al testo. Per il resto, interviene poco, ma se dovesse dirmi che un romanzo non funziona accetterei il consiglio e, se necessario, sarei disposto a riscriverlo da capo.

La storia di Arianna, come lei specifica all’inizio del suo romanzo, si basa su fatti realmente accaduti ad una sua amica, che ha avuto l’occasione di ascoltare in prima persona. Lavorare su storie vere che impongono il confronto reale con la persona direttamente interessata presuppone una capacità ricettiva e di mediazione molto affinata. Secondo lei, qual è per uno scrittore il modo giusto di porsi di fronte ad un lavoro simile? Come ha gestito la stesura di una storia che non è sua ma è anche, simultaneamente, molto intima?

M.V. Secondo me ogni scrittore instaura un rapporto diverso con la propria storia. Nella narrativa letteraria non esistono regole, citando Calvino nelle Sei lezioni americane: “Ci sono tre regole fondamentali per scrivere un bel romanzo, ma nessuno le conosce”. È una battuta, certo, ma contiene una verità profonda: i romanzi sono fatti di tantissime variabili che si combinano insieme nel corso della scrittura. È un po’ come cucinare: metti insieme gli ingredienti e, se riesci a dosarli nel modo giusto, viene un buon piatto; basta sbagliare una dose e tutto perde equilibrio.

Io conosco molto bene questa persona. Quando, tanti anni fa, ascoltai per la prima volta la sua storia, le chiesi il permesso di raccontarla, ma lei ebbe bisogno di tempo. Ne sono passati molti, e solo quando è arrivato il momento giusto per tutti ho iniziato davvero a lavorarci. Sono partito da un canovaccio molto semplice, una quindicina di pagine in cui gli eventi erano messi in fila in modo essenziale. Poi è iniziato il lavoro del romanzo, sono entrato nelle pieghe della sua vicenda personale, cercando di rispettare la storia, di rispettare lei e i lettori. Per ricostruire certi momenti sono passato anche attraverso le mie emozioni infantili. Uno dei commenti che mi ha fatto più piacere, da parte di lettori e lettrici, è stato: “Ho rivissuto la mia infanzia”.

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