La letteratura ha bisogno di conti che non tornano. E di più storie come quella di Giusi Palomba, Frammenti di un discorso di classe. Racconto di vite e di conti che non tornano, appunto, uscito da poco per la collana Maverick di Einaudi, che cerca di raccontare dove si apre la faglia e come ricucirla.
Giusi Palomba è una delle migliori scrittrici che abbiamo. Lo aveva già dimostrato con La trama alternativa, un libro bello e importante, che grazie all’acume di minimum fax ha illuminato la stagione saggistica del 2023, un anno ancora fortemente contaminato dalle inquietudini della pandemia di Corona virus, in cui però, serpeggiavano anche nuovi impulsi, proposte per una rinconfigurazione della realtà. Una letteratura del possibile, di cui faceva parte anche quel libro, dedicato alla giustizia riparativa. Ora, nei Frammenti, Palomba racconta una storia diversa, ma ugualmente importante. E anche stavolta lo fa con un approccio aperto, fresco e geniale. Il lavoro di una scrittrice di cui semplicemente dovremmo parlare di più.
Il libro si apre con una giovane coppia che acquista la prima casa, che nel giro di pochi mesi crollerà durante il terremoto che sconvolgerà l’Irpinia nel 1980. Una faglia, appunto. Che non inghiotte solo persone, cose e macerie, ma anche speranze di rinascita e riscatto, lasciando dietro di sé una disillusione che prima di tutto è personale, e poi, insieme al sogno infranto del miracolo economico italiano, anche collettiva.
Prosegue, poi, su due piani. Il primo è proprio quello che riguarda la storia familiare, in cui Palomba, con l’esattezza e la semplicità di una Natalia Ginzburg, mira al cuore di una condizione sociale. Un nonno ingegnere pieno di talento e tormentato dalla rabbia, un universo di malie e segreti, di storie taciute, intuite e piccole vergogne. L’ossessione per il corpo delle ragazze e i suoi cambiamenti che non si possono raccontare. La repulsione per il dialetto che svela le origini, l’ordine al silenzio. Una madre che lavora sodo e non ha tempo per i libri se non in tarda età, quando viene conquistata, sebbene tiepidamente, da Elena Ferrante.
Il secondo si muove invece in Scozia, dove l’io narrante trasforma, come nel primo libro, l’esperienza di un’expat in un saggio politico sulle tensioni sociali e urbanistiche della città, sui suoi spazi collettivi, e su figure come quella dello scrittore Alasdair Gray, che col suo Povere creature ha ispirato un bel film di Yorgos Lanthimos. Il film però, come qualcuno ha fatto notare, trascura molto del significato più politico di quel romanzo invece diverso, intenso e intelligente, che Palomba invece recupera, per parlare dell’artista-attivista. Sono vicini, Gray e la persona che scrive i Frammenti, perché i conti non tornano per nessuno dei due, ed entrambi, politicamente, sanno che la scrittura serve quantomeno a renderli visibili.
Anche gli spazi in cui lo fanno è importante. La biblioteca, per esempio. Che è un presidio pubblico, salvifico, popolare. Ma né Gray, all’epoca, né Palomba qui, cercano il pietismo nel racconto di una classe tormentata dal vittimismo, una classeche continua a generare uno specifico senso di colpa, quello che minaccia sistematicamente i suoi figli con una dolorosa sindrome dell’impostore. Perché al cuore del libro c’è anche questo: il desiderio di raccontare le storie, di tenere in vita una memoria con tutte le sue forme, e di conseguenza sentirsi sempre ospiti nella scrittura, fare i conti col permesso di dire che succede proprio lì dove tutto si ingarbuglia. Come scrivere senza risultare posticci, come fare a rendersi credibili? Solo un’osservazione empatica, esatta, e senza pretesa di sensazionalismi, può farlo.
Non è semplice scrivere tenendo le redini di due racconti così distanti, indicandoci tutti i punti in cui diventano tangenti; ma Palomba ne è capace, con la forza, la disinvoltura e infine la grazia di chi modella una treccia: una trama, appunto, alternativa, che non è solo quella che parla di argomenti complessi e nuovi, ma anche che germoglia in luoghi che tendiamo a osservare di meno, dove sbocciano voci tanto incredibili e le racconta; voci come quella di Alberto Prunetti in Amianto, o di Ferdinando Cotugno nel più recente Tempo di ritorno, due libri che parlano di famiglia, classe e tensioni calate in mondi che bruciano, crollano e cambiano, e dove i conti, di nuovo, faticano a tornare.
«Scrivo», dice Giusi Palomba nei Frammenti, «per sabotare quell’omertà», quella di donne e uomini troppo orgogliosi, o sconfitti, per costringere gli altri a prendere atto della propria fatica, delle loro cadute e delle loro ascese. La letteratura e la scrittura sono storie di crolli e ricostruzioni. Sono storie di rivoluzioni, e rivoluzione è una parola onnipresente qui, perché il cambiamento, da inevitabile, può diventare necessario. Manuel Delgado, citato da Palomba, dice che lo spazio pubblico è «il terreno dove si articolano le differenze di classe». Oggi forse ci sembra che il concetto di classe sia superato, ma non è vero; soprattutto perché restano i figli e le figlie di quella classe che vuole entrare con forza nel dibattito pubblico, che può farlo col suo particolare modo di guardare il mondo. Per ricostruirlo. Per reincantarlo.
Questo libro, diversamente da tanti, e forse diversamente dai molti che vengono fraintesi quando a scriverli è chi non appartiene ai salotti letterari, non ha la pretesa di insegnare niente, né di imporre una visione. Si interroga, si mette in discussione, si riplasma dentro le sue stesse inquietudini. Propone una visione di realtà, racconta un mondo domestico pieno di luci e ombre, di persone a disagio nella propria condizione, che lottano col desiderio di un privilegio da conquistare, che sia quello del lavoro fisico o intellettuale. Ma forse è proprio l’appartenenza a quel mondo a rendere questa scrittura vera, urgente, scrostata di qualunque pretesa.
Sono stata a Bologna ad ascoltare Giusi Palomba di recente, e mi ha stupito sentirle dire che di questo libro, uscito già da un mese, la critica letteraria non si è troppo accorta. Mi chiedo perché. Forse c’è ancora una resistenza verso questa letteratura cosiddetta working class, un termine che avrà stancato prima di tutto chi scrive, e poi anche chi sa che tentare di imbrigliare la scrittura in un genere serve a poco, se non a creare fittizi e inutili confini. Se è vero che tutto quello che facciamo è politico, che la vita stessa è politica, dev’essere così anche la scrittura e lo sforzo di chi la pratica, mediando, come in questo caso, tra mondi (solo apparentemente) lontanissimi. A quelle persone non serve né etichetta né genere, servono solo pubblico e ascolto.
Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 ed è editor e libraia. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Ha fatto parte delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto e nel 2024 ha fondato a Milano Supernova, un bookclub che parla di antropocene, insieme a Ferdinando Cotugno.
