(Fotografia di Lucia Russo)

La giornata di studi «Le architetture del linguaggio», tenuta il 23 settembre alla Treccani di Roma, offre un punto di partenza per ragionare su come la forma poetica interroghi il presente. Da Rosselli e Magrelli ai nuovi saggi su Alda Merini e Dario Bellezza, un percorso tra ritmo, voce e lavoro critico, per leggere ciò che il racconto delle biografie lascia in ombra.

Una tastiera può restare un «ostinato silenzio» anche quando produce parole. Nei versi di Margherita Guidacci scelti da Matteo Bianchi per aprire «Le architetture del linguaggio», giornata di studi che si è svolta lo scorso 23 settembre alla Treccani di Roma, il problema non è trovare qualcosa da dire, ma riuscire a trattenere ciò che si è intravisto: «le immagini afferrate», «già credute / nostre», sono «in un istante / ridivenute nebbia». La pagina offre quattro margini; l’esperienza non si lascia delimitare con la stessa facilità. La scrittura comincia in questo disaccordo, che nessuna abbondanza di parole risolve da sola.

Il sottotitolo della giornata di studi – nata dalla collaborazione fra Samuele Editore, casa editrice della rivista, l’agenzia creativa AT45, l’associazione culturale «Gruppo del Tasso» e Ritratti di Poesia – Fondazione Roma, «Poesia come architettura in divenire, il testo poetico come una scatola del ritmo», suggerisce di guardare alla forma come a qualcosa che interviene nel pensiero mentre si scrive. Che cosa accade a un’esperienza quando entra in un verso? Che cosa ne resta fuori? Il confronto sui limiti dei linguaggi contemporanei, soprattutto con l’affermarsi dell’intelligenza artificiale, acquistava senso a partire da qui: dalla necessità di capire quale rapporto le parole instaurino con ciò di cui parlano.

«La pietra resta pietra, / il foglio una frusciante / assenza, la tastiera / ostinato silenzio»: Il vuoto e le forme di Guidacci non concede alla scrittura il possesso del mondo. La poeta fiorentina, vissuta a lungo a Roma, dove insegnò, tradusse e morì nel 1992, descrive chi insegue e lotta «sull’orlo invisibile» della pagina. È una posizione scomoda anche per la critica: prendere sul serio questa fatica significa rinunciare all’idea che basti ricondurre un testo al suo argomento, o alla vita di chi lo ha scritto, per averlo compreso.

Bianchi, direttore del semestrale «Laboratori critici» e fondatore del Centro Studi «Roberto Pazzi» di Ferrara, ha affrontato la questione attraverso Amelia Rosselli. La sua «metrica sistematica chiusa» può sembrare, nella definizione, un sistema che impone al verso una misura già decisa. La lettura proposta da Bianchi insiste invece su ciò che quella misura mette in movimento: lo spazio scritto, il tempo dell’enunciazione, la voce. «Per Rosselli, di cui ricorre il trentennale della scomparsa, dalla sagoma nera dei versi sul foglio bianco si passa a una struttura tridimensionale fatta di spazio scritto, tempo dell’enunciazione e voce. In sostanza e parafrasando Florenskij, la sua poesia si rivela un edificio abitato dalle parole e tenuto in piedi da una tensione interiore. D’altronde, il valore di ogni raccolta poetica, oltre il florilegio delle singole composizioni affiancate una all’altra, sta nell’equilibrio tra il dato stilistico e la spinta interna come chiave di visione del mondo»

L’immagine dell’edificio aiuta a capire perché una raccolta non coincida con la somma delle sue poesie. L’ordine, i rapporti fra i testi, il ritmo che li attraversa partecipano alla visione del mondo che il libro rende possibile. La forma ha conseguenze sulla lettura prima ancora che il lettore sappia nominarle.

Con Valerio Magrelli, di cui Bianchi ha discusso Bel passato (Manni, 2026), la questione si sposta sulla distanza. Un contenuto sociale o tecnologico può chiedere al poeta una struttura arcaica proprio perché gli è troppo vicino. «Magrelli racconta in prima persona, ogni volta che affronta un tema sociale o tecnologico, come arretri deliberatamente verso soluzioni metriche arcaiche e vincolanti. Ha scritto della televisione usando il sonetto e, per fare due esempi calzanti, del computer imbastendo una sestina spuria. Si tratta di un’architettura scelta apposta per creare distanza, quasi una maschera formale davanti a contenuti percepiti dal poeta come troppo “scoperti”. Dunque la scelta architettonica non è mai neutra, ma porta con sé un effetto retorico preciso»

Il sonetto per la televisione, la sestina spuria per il computer: il vincolo metrico modifica il modo in cui il presente può essere osservato. Nella scelta di una struttura c’è già una presa di posizione, un effetto retorico. Per questo discutere di linguaggio nell’era dell’IA richiede anche un’attenzione alle forme: la facilità con cui un discorso viene prodotto non dice ancora che cosa quel discorso permetta di vedere.

La discussione romana ha messo accanto a questo problema la voce, l’incontro con chi ascolta, il punto in cui la logica sembra non bastare più. A confrontarsi diversi studiosi e studiose: Marco Amore, Piero Boitani, Arnaldo Colasanti, Piero Dominici, Paolo Febbraro, Sonia Gentili, Filippo La Porta, Antonella Antonia Paolini, Laura Pugno e Guido Vetere.

Il passaggio ai saggi su Merini e Dario Bellezza porta la discussione dentro un problema concreto di lettura. Quanto spazio lasciamo alle poesie di un autore di cui crediamo di conoscere già la storia? I due libri inaugurano la collana i saggi di Samuele Editore, curata da Bianchi e nata dal lavoro di «Laboratori critici», che si sposta di provincia in provincia per confrontarsi con chi vive le radici letterarie del proprio territorio. La tappa romana, dopo Pordenonelegge e prima di BookCity, è stata l’occasione per presentarli. «Il nostro obiettivo è coniugare rigore critico e apertura interpretativa, mantenendo al centro il testo in versi quale margine di relazione e interrogazione del presente. Ogni saggio si inserisce così in una prospettiva più ampia di lettura, mappatura e valorizzazione dell’opera poetica presa in esame. Del resto, se Montale poteva affermare che la poesia non sia mai consolatoria, essa richiede strumenti capaci di misurarsi con la sua irriducibile complessità, senza essere addomesticata».

Nel caso di Merini, l’ostacolo è la familiarità con il personaggio. La leggenda biografica può rendere un’autrice riconoscibile e insieme dispensare dal leggerla. Della santa e della sanguinaria. Alda Merini e la gazza ladra (Samuele Editore) di Emiliano Sciuba affronta questa sproporzione prendendo avvio da una raccolta precisa: La gazza ladra, del 1985, poi confluita in Vuoto d’amore (Einaudi, 1991). Le venti poesie-ritratto dedicate a figure letterarie e familiari in cui Merini si riconosceva permettono di ripercorrerne la parabola biografica e poetica attraverso i suoi «alter ego»: Saffo, Archiloco, Gaspara Stampa, Emily Dickinson, Silvia Plath, Montale, Turoldo, fino alla pulsione tanatocentrica teorizzata da Manganelli.

Il metodo dichiarato è «comparativo-genealogico». La tesi, formulata fin dall’introduzione, cambia il rapporto di causa ed effetto con cui Merini è stata spesso letta: la sua poesia precede il manicomio. La follia avrebbe offerto alla critica un alibi per derubricare a folklore una maniera orfica di disciplinare il dolore. Restituire alla scrittura questa anteriorità significa riconoscerle un lavoro proprio, che il racconto della sofferenza non esaurisce.

Sciuba sviluppa l’argomento in quattro capitoli, con oltre centosettanta note e una bibliografia estesissima, meriniana e critica. La rete delle fonti va da Eraclito a Bhāmaha, da Seneca a Cioran, da Rimbaud a Gregorio di Nissa. Questo percorso erudito, quasi filologico, restituisce a Merini uno statuto letterario pieno, sottraendola al recinto del personaggio massmediatico. Resta, nel libro, una partecipazione che a tratti si fa apologetica: il desiderio di difendere la poeta è anche una forza che orienta lo studio.

Per Bellezza, la sproporzione assume un’altra forma. Il corpo, l’omosessualità dichiarata e lo scandalo esistenziale sono materia della scrittura; eppure la loro evidenza biografica non ha garantito un’attenzione analitica altrettanto precisa. Ferito e diverso testimone. Scritture e letture di Dario Bellezza (Samuele Editore) di Stefano Bottero lavora su questa lacuna. Parafrasando la domanda posta da Blanchot in epigrafe a Il libro a venire (1959), cosa resta di un’opera quando la parola che l’ha generata porta in sé la propria «chance di annullamento»?

Bottero risponde con un’ontologia che definisce «del rogo», in cui corpo, voce e intertesto si avviluppano come i tre versanti di un’unica ferita. Concepito durante un progetto di dottorato discusso a Ca’ Foscari, il volume si articola in cinque capitoli: dall’«incarnazione batailliana» del corpus di Bellezza al rapporto tra tradizione letteraria e identità omosessuale, con attenzione alla storia del movimento italiano di liberazione gay e al lessico queer. Le Prospettive sono in gran parte dedicate a un affondo filologico su Invettive e licenze (1971), l’esordio ricostruito attraverso varianti d’autore, riviste disperse e materiali finora inesplorati.

Rispetto alla comparazione erudita di Sciuba, Bottero procede attraverso un lavoro d’archivio verificabile. Le varianti permettono di seguire il «processo» della poetica bellezziana, senza fermarsi a un «esito» efficace; il dialogo con le ricerche recenti, tra cui quelle di Franco Buffoni e Roberto Deidier, ricolloca l’opera del poeta romano nella poesia italiana del secondo Novecento, in una prospettiva meno aneddotica e più sedimentata.

È qui che l’idea di architettura trova una verifica. Leggere una variante, ricostruire una relazione fra testi, osservare la scelta di un metro significa accorgersi che una poesia avrebbe potuto essere diversa. La sua forma è il risultato di un lavoro e ne conserva le tensioni. La biografia può aiutare a riconoscerle; quando pretende di spiegarle tutte, smettiamo di ascoltare ciò che accade sulla pagina.

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gpborghese@minima.it

Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.

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