di Luca Todarello

A fine agosto, mentre gli algoritmi di mezzo mondo lavoravano alacremente per sottoporci la preview di un celebre videogioco che ha portato alle estreme conseguenze il concetto di third-person, la visuale in terza persona alle spalle del personaggio e libera di ruotare intorno a lui, è uscito un romanzo che dalla prima persona – quella del narratore – vorrebbe fuggire visceralmente. E non si tratta di un cliché narrativo, di un espediente scrittorio rude e acerbo, ma di una scelta obbligata dalla materia stessa del racconto.

Il protagonista di Furgonauta, esordio di Andrea Pauletto, vincitore del Premio Calvino 2025 e pubblicato da 66thand2nd, trascina il lettore dentro una condizione claustrofobica e vincolante, restituita con un’ammirevole abnegazione scrittoria per il soggetto descritto. L’anonimo autista di veicoli da trasporto commerciale che seguiamo per quasi duecento pagine lungo le strade di mezza Italia ci trascina dentro la sua allucinata esperienza di lavoratore della strada: un racconto crudo e allo stesso tempo mai iperbolico, capace di far percepire la puzza di cherosene sulla pelle, la nausea che fende lo stomaco dopo ore e ore di guida ininterrotta e, insieme, le scorie psicologiche –  sempre più tossiche –  prodotte da turni di lavoro massacranti e alienanti.

Il protagonista si rivolge al lettore in una seconda persona tremendamente invadente, attraverso un “tu” urtante e respingente, quasi a costringerlo a occupare il suo stesso posto: al volante – potente e rapido divoratore dell’asfalto, come se quello fosse l’unico universo possibile – e nel mondo, dove insiste solo come uno scarto, un reietto, un consumato, un divorato dentro.

Uno dei pregi indiscussi di Furgonauta sta nel metterci sotto gli occhi, come dovrebbe fare qualsiasi lavoro letterario in grado di tenere fede alle sue promesse, quello che non possiamo (o non vogliamo) vedere. La catena di comando del Furgonauta è invisibile ma stritolante; salvo rari casi che durano pochissimi minuti, nessun lavoratore vede mai negli occhi il suo superiore e le informazioni di carico, il vero oro della filiera logistica che pervade tutto il romanzo come una nebbia impossibile da diradare, percorrono indisturbate tutta la catena umana necessaria a convertirle in valore. Niente può ostacolarne il transito, neanche alcuni lavoratori che un giorno decidono di scioperare: il blocco granitico del sistema li inghiotte e li risputa come corpi estranei, rifiuti metabolici del grande organismo capitalista del trasporto commerciale. Lo stesso protagonista, attratto dalla possibilità di far sentire finalmente (e per davvero) la sua voce, non è capace di lasciarsi integrare da quella piccola massa tumorale che vorrebbe distruggere il sistema dall’interno. Ecco allora che cooperazione, sensibilizzazione e compartecipazione diventano definitivamente inutili.  

In Furgonauta non c’è consolazione: Pauletto non lascia aperto alcuno spiraglio di salvezza e insiste, anzi, sul logoramento nervoso che corrode progressivamente il protagonista, rendendolo percepibile attraverso il corpo prima ancora che con la psiche. I lineamenti si gonfiano, le emicranie diventano croniche, compaiono tremori e inappetenza; la pelle si squama, i capelli si diradano, il volto si scava fino a restituire alla voce narrante un’immagine di sé sempre più estranea e deformata.

La privazione del sonno accelera questi processi, invecchiando il Furgonauta e trasformando il tempo necessario a recuperare le energie perdute nell’ennesimo furto di ore di vita. Quel corpo, infine, stremato, svuotato, indirizzato senza scampo verso l’abuso di droghe, non sembra più avere spazio neppure per l’affetto. La relazione con Marika deflagra fino a coinvolgere il piccolo Aurelio, che arriva a non riconoscere più suo padre negli improvvisi accessi di violenza gratuita che, da un momento all’altro, sembrano poterlo travolgere.

In un passaggio assai significativo, al ritorno dall’ennesimo turno sfibrante, il Furgonauta trova Marika sdraiata nella stanza degli ospiti con Aurelio tra le braccia. Vorrebbe salutarla, parlarle per davvero, ma è così stanco – per non dire disintegrato – da andare a coricarsi senza neppure passare dal bagno.

Dopo aver messo il cellulare in carica, in attesa di una chiamata che potrebbe arrivare da un momento all’altro per comunicargli dove, quando e che cosa dovrà prendere in carico nel turno successivo, lo posa, anzi «lo posi – perseverando in quel “tu” coercitivo fino all’ultima pagina («Ritorni alla realtà, disgustoso mondo da cui hai sempre voluto distaccarti») – in cima alla pila di libri che oscura la luce fioca della lampada sul comodino».

Il dettaglio è particolarmente efficace perché il lavoro viene materialmente collocato “sopra” i libri, fino a schermare la luce necessaria per leggerli. È come se il compito del Furgonauta venisse anteposto a tutto, persino a una delle scelte più potenti che potrebbero riattivare la sua personalità, ormai relegata sul fondo di ogni altra incombenza: la lettura.

Al contrario, per chi si immerge nel ritmo feroce e psichedelico di Furgonauta, leggere significa fare i conti con un rimosso profondo: quello di un lavoro che consuma corpi, relazioni e tutto ciò che siamo ancora abituati a definire “umano”, reso a poco a poco irriconoscibile dentro un sistema governato dall’imperativo della consegna “certa” e “a ogni costo”.

***

Di seguito un estratto dal romanzo di Andrea Pauletto. Ringraziamo editore e autore.

Qualità.

Se la si guarda con attenzione è di ottima fattura, la strada. Soprattutto l’Autostrada del Sole, a tuo avviso. Di notte è an­cora meglio, esatta. L’asfalto somiglia a una roccia magmatica lavorata a fresa. Gli operai in bilico sui ponti o aggrappati alle pareti delle gallerie è come se ti proteggessero. Un tempo dai cavalcavia i ragazzi lanciavano i sassi la notte. Ora no. Asfaltisti e manutentori notturni emigrati da chissà dove vigilano sulle arterie di tutto il paese, attenti a non lasciarsi sfuggire nemme­no un granello di sabbia. Ti piacerebbe passare del tempo con loro, mangiare prosciutto e frutta secca in corsia di emergen­za o a cavalcioni sul jersey, guardare tutto da un altro punto di vista, coi loro occhi, gli occhi dei figli della Madonna di Orte, protettrice dei viaggiatori.

Chissà cos’hanno nella testa mentre stendono il catrame o ciondolano dall’alto. Si svuotano delle preoccupazioni e, come te in pieno stato allucinatorio, a un passo dal delirio psicotico, si nascondono nel loro personalissimo mondo interiore. Tu rifletti sia in corsia di sorpasso che in piazzola di sosta mentre ti svuoti la vescica contro la fiancata del Man. Pensi senza un attimo di tregua a quello che sei stato e a quello che sei diven­tato, un utile idiota. A volte sembra ti manchi una porzione di cervello. Sbatti le nocche sulla testa come fossi stato partorito da un macchinario industriale. Somigli ai personaggi ebeti dei telefilm o a quelli dei cartoni animati – ancora più scemi – che ammiravi da piccolo quando fingevi di avere la febbre e te ne stavi a casa da scuola senza rotture di palle, solo e beato.

Segui i tornanti, superi il cimitero ai piedi di una delle col­line dietro casa. È inquietante visto da sopra, con le fiammelle delle candele che ondeggiano come soffiate dalle anime dei morti. I lampioni illuminano a giorno il paesaggio, escluse le lapidi e le croci di marmo che sovrastano le tombe delle fami­glie più ricche della zona. La maggior parte di loro si è fatta una nomea di livello grazie al mercato nero, al contrabbando e ad altre cose di cui è meglio non parlare. Certe cose è giusto che stiano tra i campi, i rami degli alberi e i morti.

La dogana è deserta. Le sbarre sono alzate, sia di qua che di là. Ci potrebbe passare chiunque e in qualunque momento. Non trovi il coraggio di varcare la soglia. Guardi il cellulare: ora di tornare, prepararsi e ripartire. Hai fatto tardi e il responsa­bile, che non si è ancora fatto sentire, ti ammonirà quasi sicu­ramente o, come dice lui, segnalerà ai piani alti il ritardo e tu non dirai o farai un beneamato cazzo. Abbozzerai e, se neces­sario, ti farai licenziare accontentandoti del miserabile assegno di disoccupazione; almeno sarai finalmente libero da questa situazione avvilente, come diceva tua nonna quando le galline non facevano le uova e l’insalata faticava a crescere: «Avvilita! Avvilita! Sono avvilita, caro il mio figlio dell’uva!».

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