Da settembre scorso è nato un nuovo progetto editoriale, un percorso che riprende uno storico marchio dell’editoria italiana, Del Maino. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, Mauro e Gaetano Del Maino diffondevano da Piacenza, attraverso le loro stampe, le idee della Rivoluzione francese e dei giacobini. La bottega degli stampatori Del Maino ha attraversato oltre un secolo e mezzo di vicende storiche e editoriali, affermandosi a Piacenza come luogo attorno al quale gravitava un vivace fermento culturale.
La nuova Del Maino nasce per iniziativa di Krèati, laboratorio creativo piacentino, sotto la direzione editoriale dello scrittore e traduttore Nicola Manuppelli. La casa editrice si articola in quattro collane: Bigfoot è dedicata alla narrativa; One Day raccoglie romanzi e storie capaci di raccontare il nostro tempo; Kraken si rivolge ai lettori più giovani; Pamphlet recupera lo spirito libero e trasversale dei pamphlet di un tempo, attraverso testi del passato e opere nuove difficili da collocare nelle categorie tradizionali.
Di seguito pubblichiamo un estratto dal romanzo Alamo di Stephen Harrigan, ringraziando editore e autore.
di Stephen Harrigan
Fece scorrere il pollice sul dente d’alligatore, graffiandosi la pelle contro la sua punta affilata e perfetta. Il dente non brillava come la sua madstone e quasi non se ne avvertiva il peso. Era opaco e fragile come un vecchio osso svuotato. Non gli piaceva. Anzi, aveva la sensazione che più a lungo lo avesse tenuto con sé, più quell’oggetto avrebbe esercitato un potere su di lui. Così, d’impulso, lo lanciò nel ruscello. Il gesto attirò l’attenzione di Professor, che fissò il punto in cui il dente era caduto e lo seguì con lo sguardo mentre scivolava lentamente sotto la superficie. L’acqua, lì, era bassa e quasi ferma, con un fondo melmoso. A Terrell venne da pensare che forse, quando era ancora vivo, proprio quel ruscello era stato uno dei luoghi frequentati da quell’alligatore, del quale ormai non restava altro che un dente.
Si lasciò andare all’indietro e rimase a riflettere se avesse fatto bene oppure no a liberarsene. Professor lo osservava come se partecipasse in silenzio a quel dibattito. Poi, all’improvviso, balzò in piedi e abbaiò verso una presenza sull’altra sponda del ruscello.
Era la ragazza dei Foley, in groppa a un vecchio mulo spelacchiato a cui mancava un orecchio. Il suo vestito di tela grezza era logoro in una mezza dozzina di punti e la tintura color noce si era scolorita fino a ricordare la tinta di una vecchia pergamena. Non portava né cuffia né cappello. I suoi occhi neri lo fissavano con l’intensità di quelli di un animale.
“Che cosa hai buttato nel ruscello?”, gli chiese.
“Un dente d’alligatore”. Per un attimo Terrell fu tentato di mentire, ma non riusciva a vedere alcun motivo per farlo.
“Un dente d’alligatore, dici?”
Terrell annuì. Edna Foley continuava a fissarlo come se fosse convinta che le stesse nascondendo qualcosa. E forse era davvero così, anche se lui non avrebbe saputo dire cosa.
“È vero, Terrell, che tua madre ha ucciso un indiano Kronk?”
“È vero”.
“Ne ho sentito parlare, ma nessuno vuole raccontarmi che cosa è successo. Nessuno mi racconta mai niente. Lo zio Con e lo zio Dennis mi hanno legata al letto con una corda fatta di crini di cavallo. Mentre lo facevano non mi hanno rivolto la parola e non mi hanno nemmeno guardata, tanta era la vergogna che provavano. Tu mi parlerai, Terrell?”
“D’accordo”.
Edna scese dal mulo, lo legò distrattamente a un ramo e con un balzo superò lo stretto ruscello, andando a fermarsi accanto a lui. Terrell aveva parlato con lei pochissime volte, anche se la conosceva fin da quando era arrivato in Texas. Durante il viaggio del colera aveva perso entrambi i genitori e suo fratello, ma era stata una ragazza strana anche prima di allora. Cupa, distratta, sempre appartata, sembrava completamente assorbita da un tormento tutto suo che nessuno riusciva a comprendere.
Adesso gli stava vicinissima, sulla riva del ruscello, e lo guardava negli occhi con un’intensità che lo metteva a disagio. Aveva il viso piccolo e rotondo, quasi sommerso da una massa disordinata di folti capelli neri. Era esile e minuta come una bambina. La sommità della sua testa gli arrivava appena al mento.
“Chi è stato a staccare un orecchio al tuo mulo?”, domandò Terrell. Fu sollevato quando lei distolse finalmente gli occhi da lui per posarli sull’animale.
“Ci hanno raccontato che è stato un giaguaro. Quando era ancora giovane, laggiù, in Messico. Adesso è vecchio”.
Si chinò ad accarezzare Professor. Il cane si girò subito sulla schiena, offrendole la pancia.
“È il cane dell’uomo che alloggia alla locanda di tua madre. Quello senza cappello”.
“Sembri sapere molte cose”.
“Osservo. Nessuno mi dice mai niente, ma ho gli occhi per vedere. Stamattina ti ho visto partire per andare a caccia e adesso ti vedo tornare con un cervo e un magnifico tacchino per la tavola di tua madre”.
“Vuoi un po’ di gallette?”
Terrell tirò fuori le gallette dalla bisaccia e si sedettero a mangiarle in silenzio, mentre Professor li osservava pieno di speranza. Terrell ne porse una al cane. Professor la annusò con aria di profondo disprezzo, la prese delicatamente tra i denti e subito la lasciò cadere nella polvere, dove rimase a fissarla con grande concentrazione.
“Ho visto seppellire il signor O’Docharty”, disse lei. “Si è ucciso per la disperazione, perché io non ho voluto sposarlo”.
“Questo l’ho sentito dire”, disse Terrell.
“Era un uomo crudele. Crudele e con un pessimo carattere. E non gli era rimasto nemmeno un dente”.
“E allora perché avresti dovuto sposarlo?”
“Non l’ho deciso io. L’hanno deciso i miei zii. Dicevano che era sempre di cattivo umore solo perché era solo e che aveva una dentiera fatta con l’avorio di una zanna d’ippopotamo. Ma non è la stessa cosa dei denti veri. E poi la metteva soltanto la domenica, perché diceva che gli faceva male alle gengive”.
Terrell si limitò a grugnire piano. Edna entrò nel ruscello senza togliersi le scarpe e l’acqua le inzuppò l’orlo del vestito. A quell’improvvisa intrusione, una miriade di pesciolini si disperse in tutte le direzioni intorno ai suoi piedi, increspando la superficie dell’acqua come se fosse la pelle fremente di un essere vivente.
“Non lo volevo come marito”, disse piano. “Mi dispiace che sia morto. Spero che abbia fatto un sincero atto di contrizione prima di morire e che adesso sia felice in cielo. Come si chiamano questi pesciolini?”
“Non lo so”.
“Forse sono così piccoli che non hanno nemmeno un nome”.
“Forse”.
“Ho visto due volte la Madonna. È venuta da me due volte”.
“Quale Madonna?”
“La Beata Vergine”.
Adesso lo stava guardando di nuovo. I suoi occhi neri brillavano, vulnerabili e intensi.
“Mi credi?”, gli chiese.
“Com’era?”
“Prima dimmi che mi credi”.
“Non ho nessun motivo per non crederti”, disse Terrell.
“La prima volta l’ho vista al calare del giorno. Pensavo che il sole stesse tramontando, ma a un certo punto sembrò fermarsi nel cielo. E lei era lì, in cima a una collinetta, che mi guardava. Era scalza e i suoi piedi non toccavano affatto terra. Mi disse: Vieni qui, bambina. E io andai da lei. Allora mi chiese: Ti sei smarrita? E io risposi: Sì, Madre. Mi trovo in una terra straniera, lontana dall’Irlanda, e tutti quelli che mi volevano bene sono morti. Allora aprì le braccia verso di me”.
Ferma in mezzo al ruscello, Edna tornò a fissare Terrell con lo stesso sguardo pieno d’attesa, lasciando che fosse lui a rompere il silenzio assorto che lei aveva creato.
“L’hai toccata?”, domandò.
“Non ne sono sicura, Terrell. Credo di no. Ma in qualche modo sentivo la sua presenza. Il suo mantello era azzurro, come sai, e lo stese intorno a me. Fu come se fosse il cielo stesso ad abbracciarmi. Un abbraccio come non ne avevo mai conosciuti. Poi mi disse: Non preoccuparti del signor O’Docharty. Non preoccuparti di nulla, bambina. Con me sei a casa. E lo sarai per sempre”.
“Ti piacerebbe vederla, Terrell?”, domandò all’improvviso Edna. “Potremmo andare fino alla collina. Non è lontana. Forse apparirà di nuovo anche a noi”.
“Non sono un gran cattolico”, rispose lui. “Ci siamo fatti battezzare solo per via delle leggi sulla colonizzazione”.
“Non credi nella Madonna?”
“Non lo so”.
“Probabilmente non apparirà a uno che non ha fede”.
“Può darsi”.
Edna rimase in silenzio per un lungo momento. Poi si sedette nel ruscello, si lasciò andare all’indietro e aprì le braccia. L’acqua era profonda appena una trentina di centimetri, ma le copriva tutto il corpo tranne il viso pallido. Vederla distesa lì, quasi sospesa, con le braccia aperte e l’acqua che impregnava lentamente il corpetto del vestito, riempì Terrell di un’inquietudine che non sapeva spiegarsi.
“Faresti meglio a uscire dall’acqua”, disse Terrell dopo un po’.
“Perché?”, domandò Edna.
“Non lo so. Se vuoi restarci, resta”.
Il sole del pomeriggio filtrava tra i rami mossi dal vento e illuminava il corpo di Edna disteso sull’acqua con lenti riflessi di luce.
“Se vuoi puoi andare”, disse Edna. “Io resto qui”.
“Resto ancora un minuto”, rispose lui. “Però poi devo portare a casa questa selvaggina”.
Edna non rispose. Rimase distesa nell’acqua, con gli occhi rivolti al cielo. Dopo poco sentirono in lontananza un coro di voci che arrivava dall’alto, una specie di squillo misto a un belato. C’era in quei richiami un disegno preciso. Terrell lo avvertiva con chiarezza, ma non riusciva a comprenderne il significato. La ragazza si voltò verso di lui con uno strano sorriso, come se stesse per accadere qualcosa che aspettava da sempre. Le voci si fecero sempre più vicine, finché Terrell capì che appartenevano a uno stormo di cigni. Un attimo dopo gli uccelli passarono sopra le loro teste. Erano migliaia e migliaia e volavano a non più di dieci metri dal suolo, lasciandosi trasportare nell’aria con i loro corpi di un bianco abbagliante, come per magia. Erano così bassi che Terrell ebbe l’impressione di poter allungare una mano e afferrarne uno. Invece si sdraiò sulla schiena e li guardò passare. Veronica batté gli zoccoli a terra, il mulo della ragazza strattonò la corda a cui era legato e Professor abbaiò per un minuto o due. Poi, però, perfino lui tacque e sembrò fissare il cielo con un muto stupore. Per più di dieci minuti continuarono a sorvolarli. Il battito delle loro ali agitava l’aria con una forza vorticosa, con un fragore così potente che Terrell ebbe la sensazione di poter soffocare nel vuoto lasciato dal loro passaggio. Poi, all’improvviso, anche l’ultima ondata scomparve e il cielo tornò limpido, così improvvisamente privo di ogni forma di vita da apparire innaturale, inquietante oltre ogni possibilità di descriverlo.
Per molto tempo né lui né Edna dissero una parola. Quando infine lei si rialzò nel ruscello, con i capelli e il vestito da cui l’acqua colava in rivoli, lo guardò come se avessero assistito insieme non al passaggio di uno stormo di cigni, ma a una manifestazione del sacro.
“Voglio che tu mi veda nuda”, disse.
Niente, in tutta la vita di Terrell, lo aveva preparato a una frase del genere. Quelle parole erano così strane e così insopportabilmente provocatorie che la sua mente si rifiutò di accettarle come reali. Per un istante ebbe l’impressione di trovarsi nel mezzo di un sogno a occhi aperti.
“Hai sentito quello che ho detto?”, domandò Edna con voce tremante.
Terrell si sentiva stordito. Gli ronzavano le orecchie.
“Sì”.
“Mi guarderai?”
“D’accordo”.
Il suo primo istinto fu di distogliere lo sguardo mentre lei si spogliava, ma Edna gli disse: “No. Guardami”. Così rimase a fissarla mentre slacciava i piatti bottoni di metallo del corpetto, poi si sfilava dalle spalle il vestito fradicio e lo lasciava cadere nel ruscello, restando in piedi con addosso soltanto la sottoveste lisa e i pantaloni di tela. Si abbassò per prima i calzoni di tela, poi, con un unico movimento rapido e inebriante, si tolse anche la sottoveste. Rimase così davanti a lui, il corpo nudo esposto in modo quasi innaturale alla luce, all’aria e alle lievi folate di vento che risalivano il ruscello dalla prateria aperta. I vestiti giacevano ai suoi piedi, nell’acqua bassa, abbandonati e dimenticati, come se non avesse mai avuto intenzione di raccoglierli e indossarli di nuovo.
“Non distogliere gli occhi”, disse. “Ti prego”.
E così Terrell continuò a guardarla, come lei gli aveva chiesto. Il corpo di una donna era più o meno come l’aveva sempre immaginato, anche se non avrebbe mai creduto che un giorno gli sarebbe apparso davanti in modo tanto nudo e assoluto.
Edna si avvicinò lentamente. Terrell si alzò quasi senza volerlo, incapace di fare altro che andarle incontro. Continuava a sentirsi stranamente leggero, come se tutto il sangue gli fosse defluito dalla testa per riversarsi con ostinazione tra le gambe. Lei gli arrivò vicinissima, tanto che lui poteva avvertire sul viso il suo respiro leggermente acido. Aveva ancora la pelle bagnata dall’acqua del ruscello e le braccia erano coperte di pelle d’oca.
“È stata lei a dirmelo”, disse Edna.
“Chi?”
“È stata la Madonna. Mi ha detto che con te non sarebbe stato un peccato, perché sei buono e ti saresti preso cura di me”.
Colto all’improvviso dall’ansia, Terrell distolse lo sguardo e lo posò sui vestiti abbandonati nel ruscello.
“Faresti meglio a rivestirti”, riuscì a dire. “Devi far asciugare i vestiti prima che faccia buio, altrimenti ti prenderai un malanno”.
“Stringimi fra le tue braccia”.
“È meglio di no”.
Si vergognava del suo membro, duro e pulsante sotto i pantaloni di tela. Se lei si fosse avvicinata ancora un poco, lei lo avrebbe sentito e il suo desiderio, così incontrollabile, le sarebbe apparso in tutta la sua evidenza.
Invece Edna fece un passo indietro. Adesso era lei a sembrare piena di vergogna, immobile, nuda e non desiderata sotto lo sguardo impietoso di quel mondo sconfinato. Cominciò a piangere. Terrell sapeva che era pazza e sapeva che quello che stava per accadere sarebbe stato una calamità. Tese una mano verso di lei e sfiorò quella sconvolgente distesa di pelle, ancora coperta di gocce d’acqua che le scivolavano addosso. Edna si strinse contro il suo petto e contro il suo sesso irrigidito.
“Oh, ti prego”, sussurrò.
Fu lei ad aiutarlo a spogliarsi e in pochi istanti rimasero nudi uno davanti all’altra. Dai tempi dell’infanzia Terrell non si era più mostrato senza vestiti a un’altra persona e in quella nudità c’era qualcosa di solenne, quasi glorioso. Eppure, si sentiva vulnerabile, indifeso, e si aggrappò a lei tanto per cercare riparo nel corpo di un altro essere umano quanto per il desiderio che lo consumava.
L’atto in sé parve a Terrell un evento di sconvolgente urgenza. Sapeva vagamente che cosa ci si aspettasse da lui, ma aveva l’impressione che avrebbe dovuto provarne un piacere più profondo, o forse una maggiore devozione. Invece gli sembrava che tutto stesse accadendo a qualcun altro. Il momento culminante lo colse di sorpresa e lo lasciò smarrito, confuso e quasi subito colmo di rimorso. Rimase disteso sopra di lei, sulla riva del ruscello. Sul volto di Edna c’erano ancora le lacrime. Quel respiro leggermente acido che solo pochi istanti prima lo aveva oscuramente attirato adesso gli dava un senso di repulsione, e gli occhi neri di lei, fissi nei suoi, lo riempivano d’angoscia.
“È stato troppo veloce”, disse Edna. “È finita troppo presto”.
“Credo che non ci voglia tanto”, rispose Terrell, alzandosi in piedi e voltandole le spalle mentre si rivestiva.
“Non rivestirti ancora”, disse lei. “Resta nudo con me”.
“Devo tornare a casa”. Si riallacciò i pantaloni e, a piedi nudi, entrò nel ruscello per raccogliere i vestiti di Edna. Li stese sui rami degli alberi e dei cespugli perché si asciugassero, mentre lei continuava a rimanere sdraiata a terra, a guardarlo.
“Ti è piaciuto, Terrell?”
“È stato bello”, rispose lui con imbarazzo. “Fra mezz’ora saranno asciutti”.
“Zio Dennis e zio Con stanotte mi legheranno di nuovo al letto, dopo tutto il tempo che sono stata in giro”.
“Mi dispiace sentirlo”, disse Terrell.
“Ma almeno avrò te a cui pensare”.
Terrell sistemò sulla schiena di Veronica la coperta da sella, poi vi posò sopra la pesante sella quadralpas. Professor, che fino a quel momento era rimasto sdraiato nella conca scavata fra le radici dell’albero, si alzò intuendo che era arrivato il momento di ripartire e sbadigliò. Terrell evitò di guardare il cane negli occhi, come se temesse di trovarvi una silenziosa condanna.
“E anche tu avrai me a cui pensare”, disse Edna.
Terrell continuò a stringere il sottopancia senza voltarsi.
“Starai bene?”, le domandò.
Edna non rispose. Gli si avvicinò da dietro, gli cinse la vita con le braccia e appoggiò il mento sulla sua spalla.
“Resta con me finché i miei vestiti non saranno asciutti. Poi torneremo insieme”.
“Devo proprio rientrare a casa. Ti lascio il resto delle gallette”.
“Posso venire a vivere da voi?”
“Credo che sia meglio se resti con i tuoi zii”.
“Verrò a trovarti. Domani”. “Domani sarò di nuovo a caccia”.
“Dove?”
“Non lo so”.
“Allora verrò a trovare tua madre finché non tornerai”.
Terrell si voltò verso di lei. Edna continuava a stringersi a lui e lo fissava negli occhi con una fame che lo riempiva di vergogna e di una disperata confusione. Tremava.
“Che cos’hai?”, le chiese. “Hai freddo?”
“Ho paura. Ho paura di restare tutta sola”.
Terrell cercò disperatamente qualcosa che potesse rassicurarla, ma nella sua mente sconvolta non riusciva ad affacciarsi nemmeno una parola.
“Se tua madre sapesse che siamo innamorati, si prenderebbe cura di me”, insistette Edna.
“Mia madre è ancora ferita per quello scontro con gli indiani”, rispose Terrell con fermezza. “Adesso non è nelle condizioni di prendersi cura di nessuno”.
“Allora potrei essere io a prendermi cura di lei”.
“È troppo orgogliosa per accettarlo. Piuttosto, perché non ti rimetti il vestito? Si asciugherà addosso. C’è ancora parecchia luce”.
“Non ti piace guardarmi così?”
“È che non sono abituato a una cosa del genere”.
Si sciolse dal suo abbraccio, montò in sella e la guardò dall’alto. Ancora nuda, Edna gli afferrò una gamba e la trattenne stretta tra i seni. Ancora una volta Terrell sentì il calore soffocante del suo corpo avvolgerlo come una trappola.
“Ritroverai la strada?” le domandò.
“Sì”.
“Starai bene?”
“No”.
Le lacrime le sgorgavano dagli occhi. Terrell scese da cavallo, prese il vestito dal cespuglio dove l’aveva steso ad asciugare e glielo posò sulle spalle, ancora umido. La strinse a sé per almeno cinque minuti, senza dire una parola, mentre il suo corpo era scosso dai singhiozzi.
“Almeno reciti un’Ave Maria con me?”, disse Edna.
“Che cos’è un’Ave Maria?” domandò lui.
L’educazione cattolica di Terrell era durata in tutto un paio di minuti ed era stata impartita da un prete ubriaco, l’unico sacerdote che suo padre fosse riuscito a trovare in tutte le colonie, steso sul pavimento di una bettola a San Felipe. Il prete aveva accettato di andare fino a Refugio per battezzare tutta la famiglia in cambio di un vecchio cavallo ronzino e di alcuni orci di marmellata.
Edna si inginocchiò e tirò giù Terrell accanto a sé. Il vestito le ricadeva mollemente dalle spalle e lei non faceva nulla per tenerlo chiuso sul davanti, così il suo corpo tornò ancora una volta a esporsi al suo sguardo turbato. Recitò la prima parte della preghiera, poi gli fece ripetere la seconda. Era una preghiera molto breve, ma su di lei ebbe l’effetto desiderato. Quando ebbe finito lo guardò con occhi insieme allucinati e sereni.
“Dovresti andare adesso”, disse Edna. “Lei tornerà da me”.
Lo baciò con trasporto. Il vestito le scivolò di nuovo dalle spalle e lei si inginocchiò, ancora nuda, assorta in una segreta contemplazione.
“Addio”, le disse Terrell, risalendo a cavallo. Ma Edna non rispose. Rimase in silenzio, con gli occhi fissi a terra e le mani giunte in una preghiera tanto intensa da sembrare feroce.
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