Sapevamo già che Benjamin Markovits fosse un narratore di grande talento, ma il suo ultimo romanzo, Il resto della nostra vita, finalista al Booker Prize 2025, pubblicato nelle scorse settimane da Einaudi con la traduzione di Federica Oddera, sembra trasmettere meglio di molti altri titoli più acclamati quella subdola e asfissiante disperazione che coglie alla sprovvista soprattutto le esistenze più tranquille e pedisseque nel seguire i dettami del sogno americano.

Dopo aver accompagnato all’università sua figlia Miriam, Tom Layward, un professore di diritto cinquantacinquenne, ricorda la promessa fatta a se stesso dodici anni prima, quando scoprì l’infedeltà di sua moglie Amy: una volta che entrambi i suoi figli se ne fossero andati di casa, anche lui sarebbe stato libero di andarsene. Così dopo aver lasciato Miriam a Pittsburgh si mette a guidare verso ovest, dormendo su letti di fortuna, facendo visita a suo fratello, a vecchi amici e a un’ex fidanzata, accumulando chilometri lontano da casa nella speranza di trovare una risposta ad una domanda esiziale: e adesso? Come affrontare il resto della vita non più gravato dalle responsabilità dei figli?

Markovits ha scritto un grande romanzo sul matrimonio, sulla genitorialità, sui cinquant’anni e sull’inesorabile crisi di mezza età, sul politically correct e sull’America in caduta libera di oggi, ricco di riflessioni illuminanti sul collante limaccioso che tiene unite quattro persone, caratterizzato da una prosa che sa essere sobria ma spiazzante, malinconica ma sottilmente ironica.

Ne Il resto della nostra vita analizzi con estrema meticolosità le esitazioni, le abitudini, i silenzi, le piccole ossessioni e il lessico sentimentale di un matrimonio. Ne emerge un quadro piuttosto pessimistico e immagino non fosse tua intenzione edulcorare nulla.

«Sì, è assolutamente vero. Ma non volevo nemmeno tralasciare gli aspetti positivi. Tom passa molto tempo a parlare con Amy nella propria testa. Cerca di spiegarsi e di capire cosa sia andato storto, e questo, a mio avviso, è un gesto fondamentalmente amorevole.»

Durante il suo viaggio, infatti, capita spesso che Tom desideri avere la moglie dall’altra parte della linea telefonica. Dunque il matrimonio non è totalmente un inganno?

«Non credo che sia un inganno, ma Tom e sua moglie si conoscono molto bene e questo a volte può complicare la comunicazione anziché facilitarla, dato che ogni cosa che si dice è collegata a tante altre e c’è così tanto sentimento in gioco che risulta difficile essere sinceri. È solo quando sono lontani che lui riesce ad avere con lei la conversazione che desidera, dentro la propria testa.»

Il tuo romanzo dimostra che i pilastri del sogno americano — una famiglia, una casa di proprietà, un buon lavoro — non sono affatto un antidoto all’infelicità?

«Non saprei: l’ultima parola del libro è casa, anche se non è chiaro a quale tipo di casa possano tornare i protagonisti dopo tutto quello che è successo. E il momento in cui, nel romanzo, lui si avvicina di più all’idea di una vita diversa — quando soggiorna dalla sua ex a Las Vegas — chiama in causa proprio molte di quelle cose di cui parlavi: un altro matrimonio, un’altra casa, persino un altro figlio. La prima volta queste cose non hanno risolto i suoi problemi, ma non sono sicuro che farne a meno lo avrebbe reso molto più felice.»

Collegandomi a quest’ultimo punto: per Tom, che viene descritto come un uomo che spesso getta la spugna, perseguire le proprie ambizioni e i propri sogni con maggiore determinazione – un tema forse molto americano – avrebbe davvero cambiato le cose? A cinquant’anni non avrebbe comunque dovuto fare i conti con la distanza tra l’uomo che è diventato e quello che pensava di diventare?

«Sono d’accordo. Ed è proprio questo il tema: anche Tom ne è consapevole, e questo è uno dei motivi per cui ha rinunciato a diverse ambizioni lungo il cammino (il basket, la scrittura, gli studi letterari). Anche se non vorrei nemmeno esagerare nel parlare dei suoi fallimenti: non è facile diventare professore di diritto.»

Il resto della nostra vita è anche un romanzo sulla genitorialità, e in particolare sull’essere padre. Quanto è difficile raccontare la paternità e cosa volevi che il lettore cogliesse nel rapporto tra Tom e i figli?

«Credo che scrivere di genitorialità comporti molte difficoltà. Una di queste è che i figli cambiano continuamente, di anno in anno, praticamente ad ogni nuovo ciclo scolastico. Perciò è un po’ come cercare di dipingere un bersaglio in movimento. Da scrittore, allo stesso tempo, vuoi catturare l’essenza della personalità del figlio, quel qualcosa che gli appartenga davvero e non sia solo il frutto della fase che sta attraversando in un determinato momento. Inoltre, quando penso ai miei figli, li vedo con uno sguardo affettivo che prescinde dai soliti tratti distintivi – modi di parlare e di pensare, i piccoli gesti o le vicende in cui sono coinvolti – e percepisco qualcosa di più semplice e puro. E vorrei riuscire a trasmettere quella sensazione. Aggiungici poi il fatto che loro ti rimandano indietro le tue stesse convinzioni e inclinazioni in modi complessi, anche quando magari vogliono contestarle proprio perché sono tue. Questo significa che le conversazioni e i confronti con i figli possono toccare corde più profonde ed essere più interessanti di quasi ogni altra discussione. O almeno questa è la speranza, ciò che si vorrebbe comunicare. Così, il primogenito Michael funge in un certo senso da coscienza per Tom, mentre la seconda figlia Miriam appare a quest’ultimo un po’ più simile a lui, cosa che lo preoccupa – il timore di averle trasmesso la propria irrequietezza e la tendenza a non portare a termine le cose – sebbene proprio questa somiglianza crei tra loro una forte sintonia. Inoltre, Tom non vuole assolutamente deluderla, il che rende la posta in gioco più alta ogni volta che lei è nei paraggi.»

Infatti il rapporto di Tom con Miriam sembra essere una delle sue principali fonti di gioia. A un certo punto afferma: «Una delle cose per cui sono grato alla vita è la fiducia di mia figlia nel fatto che io la adoro senza riserve».

«Esatto, è proprio così.»

Al di là della promessa fatta dodici anni prima, credo non sia un caso che Tom parta alla ricerca di se stesso proprio quando pensa che la figlia non abbia più bisogno di lui.

«Sì, ma credo che anche lui per primo abbia bisogno della figlia e del senso di scopo che il rapporto con lei riesce a dargli. Quando si rende conto di non potervi più fare affidamento, decide di mettersi alla ricerca di un altro scopo.»

Il viaggio di Tom verso ovest rappresenta anche una ricongiunzione simbolica con il padre?

«Credo di sì, e per due motivi: da un lato è diretto in California, dove il padre si era costruito una nuova vita, e dall’altro sta abbandonando il proprio matrimonio, proprio come fece suo padre quando lui era adolescente.»

Raccontare la storia di un uomo bianco di mezza età che attraversa il Paese conferisce al romanzo un’inevitabile dimensione politica, oltre che sociale.

«Sono risvolti complessi. Prima di mettermi a scrivere di un uomo bianco di mezza età, sospeso dal lavoro e in fuga da un matrimonio infelice, mi sono chiesto: che pensieri ha quest’uomo? E quali conversazioni può intavolare con gli amici, che magari vivono situazioni simili e condividono le medesime frustrazioni? Faceva parte del mio progetto narrativo, però, che tali conversazioni finissero per spingere Tom a un punto di svolta: quello in cui, stanco e persino annoiato delle proprie frustrazioni, desiderasse lasciarsele alle spalle.»

Sbaglio se dico che in questo libro si sente l’influenza di John Updike?

«Amo i romanzi della serie del Coniglio (anche se non particolarmente il secondo volume): costruiscono un ritratto incredibile di una vita, di un’epoca e di un Paese. Certo, scriviamo di classi sociali diverse. Coniglio appartiene alla working class, mentre Tom e la sua famiglia sono molto più privilegiati. E uno degli aspetti centrali dei romanzi di Updike è mostrare come il protagonista scali la gerarchia sociale e diventi più benestante mentre il Paese attorno a lui si arricchisce. Io, invece, racconto il declino. Credo che siamo molto diversi anche stilisticamente: la sua prosa è molto più vivida, dettagliata e bella nel rendere l’immediatezza del momento. C’è però un aspetto molto specifico che ho imparato dal primo romanzo della serie, che parla anch’esso di un uomo in fuga dal proprio matrimonio: il momento in cui Coniglio sale in macchina e si allontana appare non pianificato, quasi casuale, anche se la situazione stava maturando da tempo. E questo mi è sembrato molto realistico.»

Leggendo Il resto della nostra vita ho spesso avuto in mente la musica dei National, una band capace di catturare come poche altre la sottile disperazione dell’uomo bianco adulto contemporaneo. Tu invece che tipo di colonna sonora immagineresti per il libro?

«Non conosco i National, ma ora li ascolterò! In realtà, con la mia famiglia abbiamo creato una playlist vagamente ispirata al libro, che ascoltiamo quando siamo in viaggio: ci sono brani di Townes Van Zandt, Tom Paxton, Willie Nelson, John Prine, Mountain Goats… Sono incluse alcune delle canzoni citate nel romanzo e altre che semplicemente si adattano all’atmosfera. Uno dei titoli originali che avevo pensato per il romanzo proveniva proprio da una canzone di Paxton: I Can’t Help But Wonder Where I’m Bound.»

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Autore

pierluigilucadei@minimaetmoralia.it

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d'autore» (Galaad, 2014) e «Letture d'autore» (Galaad, 2016).

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