Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dalla nota di Francesco Fava alle Cronache di Bustos Domecq di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares.

di Francesco Fava

Sotto il titolo di Cronache di Bustos Domecq, Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares raccolgono in volume, nel 1967, una serie di recensioni e brevi rassegne critiche dedicate alle opere, inesistenti, di scrittori e artisti immaginari. Tornano così a dar voce, dopo averlo lasciato silente per molti anni, al loro eteronimo condiviso Honorio Bustos Domecq. Ma se, all’inizio degli anni Quaranta, Bustos Domecq era stato l’alias dietro il quale mascherare il divertissement dei racconti polizieschi di Sei problemi per don Isidro Parodi, per il suo ritorno in scena a venticinque anni di distanza Borges e Bioy decidono di giocare a carte scoperte e inseriscono i propri nomi in copertina, inglobando invece nel titolo quello di Bustos. A dispetto di questa modifica nelle regole del gioco, lo spirito ludico è rimasto intatto e si fa anzi ancor più spericolato nel guizzo parodico e nella stratificazione delle trovate caricaturali. Inventando opere, biografie intellettuali e correnti artistiche, le Cronache di Bustos Domecq creano infatti un raffinato – ma non per questo meno scanzonato – meccanismo di parodizzazioni intrecciate, che si muove simultaneamente su più livelli e con differenti bersagli. Borges ne fu soddisfatto al punto di definire le Cronache «migliori di qualsiasi cosa io abbia pubblicato col mio nome». Al di là dell’evidente iperbole, il giudizio riflette il compiacimento dei due scrittori per un libro congegnato come un circuito di rimandi allusivi comunicanti, che obbliga il lettore a destreggiarsi tra, per lo meno, tre paralleli piani di lettura.

Su un primo livello si staglia la figura di Bustos Domecq, caricatura dell’intellettuale argentino pieno di sé, che fa il verso alla prosa da terza pagina riproducendone i frusti stilemi e rivelando ciò che il pretenzioso e sgangherato impasto linguistico non arriva a nascondere: il provincialismo gretto che si annida dietro l’esibito cosmopolitismo, la stridente convivenza tra la citazione che si pretende colta e il più trito dei luoghi comuni, tra i proclami di purismo artistico e un venale parassitismo culturale. Bustos Domecq è un intellettuale-guitto e la sua scrittura è un pastiche, come Borges ha sottolineato per primo: «Lo stile stesso è una parodia. Bustos scrive in un gergo giornalistico letterario, e abbonda di neologismi, di latinismi, di cliché, di metafore eterogenee, di non sequitur e di enfasi».

Su un secondo piano testuale si collocano gli artisti recensiti: nei venti ritratti di poeti, pittori, drammaturghi e scultori le allusioni alle avanguardie primonovecentesche si mescolano con quelle alle neo-avanguardie degli anni ’60 (il surrealismo con il situazionismo, l’astrattismo con l’arte concettuale, il dadaismo con la poesia concreta), componendo un affresco che assume, tra le righe, il valore di una reductio ad absurdum del nuovo clima culturale che in quegli anni Borges e Bioy vedevano con fastidio fiorire intorno a loro, e che reinventano estremizzandolo in sperimentalismi tanto forsennati quanto esilaranti.

Un ulteriore livello di lettura è quello che Borges e Bioy attivano facendo il verso a sé stessi, tramite impliciti richiami alle loro opere più note e ai loro temi più riconoscibili, di cui gli artisti recensiti offrono versioni comicamente distorte, cialtronesche. «Volevamo lavorare sul serio e non ci siamo riusciti» scriverà Bioy Casares nei suoi diari: i testi presentati in Cronache di Bustos Domecq appaiono in più di un caso il rovescio grottesco, la replica volta in macchietta, delle pagine più emblematiche dei due scrittori e di alcune tra le letture a loro più care.

Le venti cronache abbracciano un ampio ventaglio di ambiti, spaziando dalla letteratura alle arti figurative, dall’architettura alla storiografia, fino a territori certo non tipicamente borgesiani quali la moda, il calcio e la gastronomia. Per rendere il loro congegno testuale ancor più efficace, i due autori moltiplicano i riferimenti – diretti, in codice o en travesti – a scrittori e opere letterarie e artistiche, ricorrendo in particolare, con chirurgica maestria, all’indizio nascosto, sovente celato negli echi generati dai cognomi degli artisti o critici inventati, dai titoli delle loro prodezze letterarie, dai loro luoghi di nascita. Si innesca così un dialogo intertestuale cifrato che crea un ulteriore sottotesto ironico, accessibile solo a una limitata cerchia di lettori. Borges e Bioy Casares si concedono infine la libertà di insaporire i testi con la menzione di case editrici, riviste e librerie che abitualmente frequentavano e di angoli della città che conoscevano da vicino, nonché di lanciare frecciate o strizzare l’occhio a colleghi e amici, declinando così ipotetiche versioni alternative – non reali, ma non del tutto inverosimili – del campo culturale argentino. Tali richiami allusivi, facili da cogliere per chi condivideva il milieu culturale della Buenos Aires degli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, non sempre risultano intellegibili per il lettore italiano, che si potrà però concedere il piacere supplementare di individuarne o immaginarne altri, prolungando così il gioco e il divertimento.

Quello che Borges e Bioy Casares pubblicano nel 1967 è infatti essenzialmente un libro comico, di un umorismo difficile da classificare perché affidato a procedure che di rado si vedono convivere tutte insieme in un solo testo: l’allusione eruditissima e il doppio senso quasi puerile, il salace gioco di parole e l’irridente caricatura, lo strafalcione grossolano e la virtuosistica mise en abyme. A seconda dei casi, ridiamo alle spalle di Bustos sentendolo definire lo spagnolo «la lingua di Sancho» o sorridiamo sotto i baffi riconoscendo un ammiccamento intertestuale, per poi esplodere in una risata di fronte alle astrusità colossali di un artista troppo puro.

A qualche lettore queste Cronache potranno perciò forse apparire, a tratti, il passatempo ozioso di due sublimi intellettuali che dall’alto della loro sconfinata cultura e del loro snobismo ingannano il tempo, in anni tragicamente convulsi per il loro paese, prendendo in giro tutto e tutti, inclusi sé stessi. Ma quand’anche le si volesse considerare un gratuito esercizio di stile, le si dovrà in ogni caso considerare non soltanto molto ben riuscite, ma anche tutt’altro che infeconde. Le Vite immaginarie di Marcel Schwob vengono spesso citate come l’antecedente alla cui luce osservare le Cronache di Bustos Domecq, ma la somiglianza è tutto sommato marginale; una più stringente affinità si dà piuttosto con due piccoli capolavori che arriveranno qualche anno dopo e che appaiono intimamente debitori di quest’opera: due figli illegittimi, due geniali riformulazioni che si cimentano in un perimetro di gioco le cui linee ricalcano fedelmente quelle tracciate da Borges e Bioy Casares: La sinagoga degli iconoclasti di Rodolfo Wilcock (1972) e La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño (1996). Tre gemme accomunate da un’idea sfrenatamente ludica della letteratura e animate dalla stessa fiducia nella sua capacità di inventare, oltre che mondi possibili, anche autori e opere impossibili.

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Francesco Fava, ispanista e traduttore, insegna letteratura spagnola alla IULM di Milano.

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