Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di di Giorgio Ghiotti al libro di Ugo Moretti Gente al Babuino, ripubblicato da readerforblind.
di Giorgio Ghiotti
Quando l’editore Vallecchi pubblica per la prima volta nel 1955 Gente al Babuino, Ugo Moretti non è autore sconosciuto al pubblico dei lettori, tutt’altro. Figura nota negli ambienti artistici della Capitale, nel ’49 aveva già vinto, trentenne al suo esordio, il prestigioso Premio Viareggio con il romanzo Vento caldo, la storia di una scapestrata comitiva improvvisata e brigatesca di artisti che, nella Roma dell’immediato dopoguerra, prova a darsi un posto nel mondo, tra camere in affitto e improbabili studi di pittura, incontri amorosi e illusioni comuni – le illusioni e i progetti di un’Italia che rapidamente e disperatamente stava ricostruendosi dai fumi delle macerie, cucendo per sé il vestito migliore per traghettarsi nell’immediato futuro.
Gente al Babuino è, sei anni dopo quel folgorante esordio tradotto in molte lingue, la fotografia sfocata perché imprendibile e quantomai viva di quel futuro prossimo che, nel giro di pochi anni, si è avverato in un presente che Fellini, nel ’60, avrebbe immortalato per sempre come gli anni della “Dolce vita”. Quello stesso anno Mario Camerini firmò la regia del film Via Margutta, liberamente ispirato al libro di Ugo Moretti che state per leggere.
Se una dolcezza davvero c’è stata e c’è anche nelle pagine di questo libro, è ammantata di nostalgia e tenerezza. Lo è, almeno, la voce del protagonista, aspirante scrittore e giornalista, ora calato nei panni di pittore amatoriale prestato alla pubblicistica, ora spiantato flaneur tra via della Croce e la scalinata di Trinità, che raccoglie le storie assurde e credibilissime di cui è testimone restituendo, di racconto in racconto, le vicende di amici e semplici avventori, vecchi compagni di scuola e ragazze da capogiro, “bambole aspiranti attrici”. Un immaginario e un lessico del femminile che raggiunge i lettori d’oggi generando un senso di stordimento e di sorpresa, quasi di giustificato disappunto se si pensa al mutamento di sensibilità fortunatamente guadagnato – e costantemente in pericolo di retrocessione – nell’oggi. Così ci viene incontro spiazzante e disturbante la figura di Inge, giovane donna capace di catalizzare i desideri e le pulsioni dei ragazzi e degli uomini al Babuino col suo fascino incantatore e la sua seduzione involontaria; Inge che ai maschi non pensa affatto, che sfugge a ogni tentativo di approccio, dal più nobile al più squallido, perché il suo cuore s’incendia solo per l’avventura, e quando con un riprovevole sotterfugio studiato sulle scale di piazza di Spagna la si imbroglia facendole credere d’essere diventata una spia, affidatole il compito di stanare i comunisti della zona pronti a un fantomatico colpo di stato, sarà disposta a scambiare il sesso con delle false piste, informazioni contraffatte, per la gioia dei maschi del Babuino.
Non solo Inge, avuta con l’inganno, in queste storie: ci sono anche esempi virtuosi di quella che un tempo si sarebbe chiamata complicità femminile e oggi forse indicheremmo come sorellanza. Penso al racconto Brutta bella presenza, in cui l’amante e l’attrice assoldata per interpretare la moglie, dopo essersi concesse un costosissimo giro per boutique del centro con i soldi di Alfredo, liquidano il traditore con una lettera d’addio, partendo insieme verso una nuova vita.
In un gioco di splendida cornice, il narratore tiene insieme racconti nitidi come istantanee e corali come una domenica; sono racconti autonomi quelli che avete tra le mani nei quali pure tornano ad affacciarsi volti già incontrati per via, in un irresistibile gioco dei ritorni e dei rimandi. Questa larghissima “famiglia del Babuino”, come nelle migliori famiglie d’altronde, si sostiene e si disprezza, si compatisce e s’imbroglia di un inganno senza frode, si accudisce e si invidia perché il primo tradimento – eterna dialettica di ogni nucleo sociale – è quello di classe. Quando un gruppetto di habitué del Baretto tira fuori dalla tasca un mazzetto di biglietti da mille per pagare il conto, subito si genera negli altri un sentimento d’invidia e di rabbia:
«In ogni società che si rispetti si forma presto il senso della gerarchia, e quella era gente che non meritava assolutamente di avere mai in tasca più soldi dell’ultimo di noi, che eravamo di classe superiore. “Staranno imbiancando qualche garage”, commentò con forzata disinvoltura Toni dopo che se ne furono usciti, “generalmente è così che finiscono gli astrattisti”».
Cosa è rimasto della voce di Vento caldo quasi dieci anni dopo? L’urgenza dello sguardo, certamente, il sentimento di una giovinezza che non durerà per sempre – e la gente del Babuino ne è ben più consapevole, rifiutandola perché l’età adulta ne realizzi i progetti ma anche corteggiandola perché non scompaia del tutto la vacua leggerezza degli inizi. Mutata è senz’altro la cornice storica, e con lei anche la povertà e la ricchezza delle classi sociali: non si respira più l’aria di una guerra che, mentre lascia per le strade un’eredità di malumori e amarezze, fatica a sparire davvero dall’orizzonte di senso dei protagonisti; i sorrisi e le situazioni di Vento caldo acquistano qui un’ironia sferzante e spudorata finalmente permessa dall’epoca, sui giornali i fatti della politica lasciano sempre più spazio alle notizie da rotocalco, offrendo alla gente nuovi idoli dall’America, generando bisogni e desideri che alimentino la macchina capitalistica. Per le strade di Roma, tra i baretti storici ritrovo di anime perse e inquiete pronte a sciogliersi in pianto a qualche canzone francese sparata dal juke-box, le botteghe di antiquario e trattorie, tabaccai e latterie (luoghi prediletti dai personaggi di Ugo Moretti), sorgono i nuovi Caffè di lusso affollati da attori, artisti e scrittori, registi e sceneggiatori in erba (il Greco, Babington’s, su tutti). È ormai un mondo che si racconta per immagini, alla ricerca di miti.
Se Moravia affermava per la sua letteratura che Roma svolgeva unicamente il ruolo di “fondale di comodo”, in Gente al Babuino (e verrebbe da credere più in generale valga per l’intera opera di Moretti) le strade e le piazze comprese tra il Popolo e Spagna sono, ben lungi dall’essere solo un fondale, le vere generatrici di storie, spazi narranti senza i quali non esisterebbero le situazioni e i personaggi, persino non esisterebbe quel modo del racconto, quella lingua incredibilmente prismatica e ritmata che fa leggere, a distanza di quasi settant’anni, Ugo Moretti come il più contemporaneo tra i contemporanei, regalando ai lettori un senso di assoluto godimento nell’inseguirlo là dove non lo si troverà mai, come i veri grandi scrittori. Si comprende allora come il pronome più caro all’autore non sia l’Io della voce narrante, ma il Noi delle grandi imprese – pure sciocche e ridicole, o monumentali e memorabili – tipiche della giovinezza.
«Noi siamo onesti perché siamo poveri, mica poveri perché siamo onesti».
Quel generatore di immaginario inesauribile che per Ugo Moretti è stata la città di Roma (e il suo più intrinseco carattere di romanità) ha fatto scuola nelle generazioni seguenti di – mi si permetta questa formula – “scrittori del noi”: la pianura emiliana per Celati, le sonnolente e sensuali piazzette della provincia marchigiana per Severini, la Genova sospesa e trasfigurata per Zanotti, il Pratello bolognese per Clementi. E mi limito a quattro.
Una città dentro la città è la Roma di Gente al Babuino, testimone di quel passaggio epocale in cui, controvoglia e obbligati, i luoghi di un tempo passano in staffetta il testimone ai nuovi spazi urbani, a un nuovo mondo artistico. Da un lato i De Chirico, i Turcato, i Guttuso, dall’altro i debuttanti più inclini a perder tempo dietro donne belle come una tempesta che davanti a una tela.
Indolenza e speranza sono i tratti più propri della Città da sempre. Diceva il poeta Vito Riviello che i grandi progetti fatti a Roma, di sera, alle tavolate di qualche osteria con del vino nella bocca e una sigaretta tra le labbra, al mattino scompaiono in una nuvola di pigrizia e noia.
Questo impasto di caratteri, che si mischia ai cieli e alle cupole, ai gatti rognosi sopra i tetti e alle rapide del Tevere e ai ponti che vi immergono una Storia antichissima pronta a rinnovarsi per ognuno che vergine la contempli in meraviglia, questo impasto che sgorga dalla penna di Moretti di pagina in pagina freschissimo, scolpendo bassorilievi commoventi (il Filosofo che «quando gli vengono idee, ci coinvolge tutti e ci scaraventa in un pozzo pieno di diavoli e di guai», Stefano che in Galleria vede passare il mondo, René con la sua «malignità di toscano» trapiantato al Babuino e tutti, tutti gli indimenticabili di Campo Marzio), è evocato e offerto fin dalle prime pagine, da leggersi come l’atto d’amore più sincero di uno scrittore al suo ambiente, al suo tempo. Fortunato il lettore che addentrandosi in queste vite si troverà ad affollare la propria di allegrezze e scompiglio, malinconie e struggimenti accorgendosi – impossibile il contrario – di avere tra le mani uno dei libri migliori della letteratura italiana del Novecento.
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