Pubblichiamo la versione aggiornata di un pezzo uscito sul magazine online Primo Piano.

di Luca Bufano

Una nuova parola-chiave è entrata nelle cronache di politica interna degli Stati Uniti ed è Resistance: resistenza all’agenda politica sovversiva di Trump e dei suoi colleghi oligarchi, resistenza al dispotismo e all’involuzione autoritaria del sistema democratico. È apparsa nei reportage sulle centinaia di manifestazioni di protesta che si sono tenute sabato 5 aprile in ogni provincia degli Stati Uniti, dalla California allo Stato di New York e alla Florida, dalle grandi città della West Coast, della regione dei laghi e della East Coast, ai piccoli centri del Midwest e del New England; è riemersa quotidianamente sulla stampa ancora libera nei commenti alle molteplici forme di opposizione che si stanno attuando nella società americana a livello locale, statale e federale; è divenuta una parola d’ordine – Resistance is Patriotism – con l’ultima giornata di mobilitazione, National day of action, sabato 19 aprile.

Lo slogan principale delle manifestazioni del 5 aprile era Hands Off: giù le mani dai diritti civili, dalla previdenza sociale, dall’indipendenza della magistratura e degli apparati statali, dai programmi di aiuti internazionali, dalla sanità per gli anziani, dai principi di inclusione sociale riassunti sotto l’acronimo DEI (Diversity, Equity, Inclusion), dalle organizzazioni non governative che offrono assistenza agli immigrati, dai parchi nazionali, dalle piccole imprese, dallo ius soli… in una parola, giù le mani dalla nostra democrazia.

Gli organizzatori, riuniti sotto la sigla 50501 (50 proteste, 50 stati, 1 movimento), avevano annunciato che oltre 600mila cittadini si erano registrati ai veri eventi, ma quelli che poi vi hanno preso parte sono stati almeno il doppio: sulla Fifth Avenue di New York il corteo si stendeva per venti isolati, a Chicago erano in migliaia nel grande Daley Plaza, il centro civico della città, e così a Sacramento, a Portland, a Salt Lake City, a Columbus e a Boston; ad Atlanta, la città natale di Martin Luther King, la polizia ha calcolato in ventimila i partecipanti al presidio intorno al Campidoglio, e nella capitale federale, mentre Trump giocava a golf in Florida, decine di migliaia di cittadini circondavano il Washington Monument.

Willimantic è una cittadina di circa diecimila abitanti nel centro del Connecticut, uno di quei luoghi del New England che affascinarono Alexis de Tocqueville per i suoi tipici town meetings, e che egli descrisse nel classico Democracy in America (1835-1840). Nel pomeriggio di sabato 5 aprile, nonostante la pioggia e il freddo, centinaia di cittadini si sono riuniti difronte al Town Hall (il municipio) per manifestare la loro indignazione verso le politiche governative, ognuno con un cartello personale. C’era chi aveva scritto Why is a felon running our Country? (Perché un criminale sta governando il nostro Paese?), chi Stop (F)Elon, chi Make America Think Again (Facciamo tornare a pensare l’America, parafrasi spiritosa del trumpiano Make America Great Again), chi My Dog hates Trump (Il mio cane odia Trump), e siccome il Connecticut è anche lo stato adottivo di Mark Twain, non mancava un celebre detto dell’autore delle Avventure di Tom Sayer: Patriotism is supporting your country all the time, and your government when it deserves it (Patriottismo è sostenere il tuo paese in ogni momento e il tuo governo quando lo merita).

Una delle partecipanti indossava una larga felpa bianca con su stampato il ritratto di Ruth Bader Ginsburg (per ventisette anni giudice della corte suprema e instancabile sostenitrice dell’uguaglianza di genere) accanto alla scritta When injustice becomes law resistance becomes duty (quando l’ingiustizia diviene legge la resistenza diviene un dovere). Pur non essendo storicamente documentata, la frase è generalmente attribuita a Thomas Jefferson, perché riflette un concetto presente nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776: “quando una lunga serie di abusi (…) rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro dovere rovesciare un siffatto governo”. Ma c’è anche chi l’attribuisce a Henry David Thoreau. Veramente scritta da Ruth Ginsburg, è invece la seguente frase: Fight for the things that you care about, but do it in a way that will lead others to join you (Combatti per le cose a cui tieni, ma fallo in un modo che induca gli altri a unirsi a te). Ed è quello che hanno fatto e stanno facendo centinaia di migliaia di americani in tutta la nazione. Mentre la retorica e l’autoritarismo di Trump mirano sempre più aggressivamente a punire funzionari e istituzioni che non condividono la sua politica, o che esprimono la pur minima critica, una larga parte della società si è stretta intorno ai simboli storici della democrazia americana per dire NO.

Nel New England la nuova protesta si è significativamente sovrapposta alle celebrazioni per il 250° anniversario della Battaglia di Lexington e Concord, che il 19 aprile 1775 dette inizio alla Guerra d’Indipendenza americana. E proprio sullo storico Old North Bridge di Concord, dove i cosiddetti minutemen della Colonia del Massachusetts respinsero le truppe di Sua Maestà Britannica, due dimostranti esibivano cartelli con su scritto Stop fascism now e Tyranny not then not now (Oggi come ieri no alla tirannia).

Nello stesso giorno, una sorprendente sentenza della Corte Suprema, composta da una maggioranza di giudici di nomina repubblicana, ha ordinato di sospendere la deportazione in El Salvador di immigrati venezuelani (unici due giudici a dissentire, gli ultraconservatori Clarence Thomas e Samuel Alito). Trump ha già disatteso l’ingiunzione di un giudice federale, ma non una sentenza della Corte Suprema. Se ciò dovesse accadere si aprirebbe una crisi costituzionale senza precedenti nella storia americana.

50501 è un movimento di base creatosi in modo autonomo e spontaneo. Mentre tra le personalità politiche, al momento, sono soprattutto un senatore di ottantatré anni del Vermont e una deputata di trentacinque di New York, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, a guidare la protesta anti-Trump sotto lo slogan Fight Oligarchy, con una mobilitazione popolare che, partita dalla California, dove la stessa amministrazione statale ha promosso un’azione legale contro il presidente, si sta ora estendendo verso est, anche in stati tradizionalmente repubblicani.

Forse è presto per parlare di un generale risveglio della coscienza civile degli americani, ma si tratta di segnali da non sottovalutare: nelle corti di giustizia, in parlamento, nelle università, nelle grandi come nelle piccole città, l’opposizione al disegno sovversivo di Trump è tutt’altro che indebolita.

 

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