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«Nel paese vicino, un uomo aveva ucciso la famiglia. Aveva inchiodato le porte perché non uscisse nessuno; i vicini li avevano sentiti correre per le stanze, gridare, chiedere pietà. Finita l’opera aveva rivolto la pistola contro sé stesso. Ne parlavano tutti. Che razza d’uomo bisognava essere per fare una roba simile, che segreti doveva nascondere. Le voci si rincorrevano. Tresche, droghe, file segreti nel computer. Elaine era solo stupita che non accadesse piú spesso. Infilò i pollici nei passanti dei jeans e guardò la tetra via principale del paese. Insomma, disse, almeno fai qualcosa».

Ci ho messo un bel po’ di tempo a terminare la lettura de Il giorno dell’ape di Paul Murray (Einaudi 2025, traduzione di Tommaso Pincio), ho interrotto e poi ripreso la lettura diverse volte per vari motivi. Magari, come mi accade spesso, in mezzo leggevo altri libri, ma non è una buona ragione, non la sola. Leggo sempre, per abitudine, tre o quattro libri in contemporanea. Addirittura, l’ho lasciato a metà per quasi un mese nonostante mi stesse piacendo.

Ecco, diciamolo, il romanzo di Murray di cui tanti hanno parlato bene, da Bret Easton Ellis a scendere, mi stava piacendo, mi è piaciuto dallo strepitoso incipit e mi è piaciuto fino alla fine. Perciò, riflettendo, mi sono risolto: si tratta di un romanzo che concede delle pause, forse per la lunghezza, forse per i diversi piani di scrittura, forse per il ritmo dovuto in parte a lunghi flussi in cui la punteggiatura è estremamente diradata, ma non solo. Chi legge ha bisogno di staccare di tanto in tanto per far sì che la pietà, l’empatia, la sincera commozione che si provano per la famiglia dei protagonisti lavorino su di lui.

Così come doveva lavorare il retrogusto dell’ottima prosa – davvero molto bella la traduzione di Pincio –; bisognava lasciare che i dialoghi si diluissero, si appoggiassero da qualche parte. Perciò Il giorno dell’ape è un romanzo a lungo termine, senza scadenza, come succede per esempio – in maniera diversa, si capisce – con i libri di poesia. Insomma, sono d’accordo con chi l’ha amato, nonostante qualche passaggio a vuoto, quando il flusso della storia inciampa un poco perdendo il ritmo, quando sovviene un poco di noia (che appartiene ai grandi romanzi).

Il giorno dell’ape è la storia di una famiglia, della sua costruzione, della sua felicità, del suo sfascio – economico ed emotivo. Una famiglia tradizionale nell’Irlanda di oggi che vive a due ore di macchina da Dublino, una famiglia di oggi, Murray ha scritto una storia europea, una storia colma di tristezza ma densa di spunti d’attualità. Un libro che racconta molto bene cosa siamo e cosa possiamo diventare da un momento all’atro. Un romanzo sullo sgomento. Non azzarderei a scrivere che si tratta di un capolavoro, ma di certo è un libro importante che messo insieme ad altri può aiutare a spiegare bene i nostri tempi, o aiutarci a immaginarne le parti che da soli non riusciamo a capire.

Venire da un posto come questo, disse. Se non è un’avversità, non so cosa sia.

Che accade in questo libro? Le vicende di partenza sono quelle della famiglia Barnes e della piccola cittadina nella quale vivono, una piccola comunità – grande classico – dove tutti si conoscono. Tutti sono amici e solidali fino a un certo punto, Tutti o quasi sono bravi a sparire quando avresti bisogno di loro. È la vita, è la letteratura, bellezza. Dickie e Imelda sono i genitori. Lui è un proprietario di una concessionaria d’auto, una delle più importanti della zona, ereditata da suo padre. Stimato da tutti, forse invidiato, e anche sponsor della squadra locale di calcio. Imelda è bellissima, evanescente, all’apparenza superficiale. Dedita all’accumulo di oggetti costosi e capi d’alta moda. Una coppia dall’aria solida, con poche sfumature. Poi c’è Cass, la figlia maggiore, con la passione per la letteratura – e altre passioni dell’età che vengono fuori piano piano – sogna il Trinity College di Dublino (dove ha studiato anche l’autore). Cass e la sua amica Elaine (anche lei appartenente a una famiglia in vista) prima inseparabili, poi distanti, poi di nuovo vicine all’occorrenza, poi chissà. Infine, Pj, il figlio minore, geniale, nerd, ossessivo, osservatore, spirito critico, rompiscatole, ragazzo.

La testa era tornata a riempirsi di ronzii, come se un intero sciame d’api fosse intrappolato al suo interno, dietro un velo invisibile.

Ecco, i Barnes, nella loro bella casa, circondata da un bosco pieno di scoiattoli. Eccoli i Barnes prima dello sfascio. Gli affari di Dickie cominciano ad andare male di colpo, si capirà presto che la cosa non è passeggera né rimediabile, si verifica un vero e proprio crollo dei mercati. Il paese prende a osservare i Barnes in un altro modo e anche all’interno del nucleo familiare le dinamiche cambiano. I discorsi si fratturano, la comprensione lascia posto alla delusione, le accuse circa le responsabilità si scambiano di posto con i sensi di colpa. Imelda prende a fare le spese al risparmio la mattina presto.

Dickie è scansato da molti, come se la rovina economica fosse una malattia contagiosa, le sole manifestazioni di un qualche supporto provengono da alcune anziane che alla messa della domenica dicono di pregare per le sue sorti. I figli vedono accorciarsi di molto il campo, l’orizzonte dei sogni. Dappertutto, crepe. E dove ci sono le crepe arrivano i fantasmi dal passato e i disastri anche ambientali di un mondo allo sbaraglio. Lo sgomento, le paure, la palude dalla quale i Barnes e non solo loro non riescono a uscire. I quattro finiscono per non parlarsi più  e quello diventa uno dei loro più grandi problemi. Oltre ai Barnes si aprono altre vicende, sguardi su altre famiglie, sui problemi e gioie e aspettative degli adolescenti, sul mondo della scuola, sulla poesia, sulla musica, sul clima.

Immagino che la gente non si renda conto, dice. Quanto sono fragili queste cose.

Paul Murray ci regala un romanzo importante, complesso. Niente è più complicato di una famiglia che è serena, poi si sfascia, poi pare salvarsi, poi precipita di nuovo del baratro. Il mondo è una grande epopea familiare di cui i Barnes fanno sicuramente parte. I Barnes che, per motivi diversi, saranno tutti e quattro indimenticabili per chi leggerà. I Barnes che si mettono a soffrire ognuno per conto proprio e che invece dovrebbero farlo insieme per poi risollevarsi. I Barnes cui si vorrà un poco di bene.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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