Questo pezzo è uscito sul n. 100 di Espoarte, che ringraziamo. (Immagine: Eugenio Tibaldi, Questione d’appartenenza 03 (2015), dettaglio_courtesy l’artista e Galleria Umberto Di Marino, Napoli).
Contro un’ostentazione del Sé individuale e collettivo che maschera fragilità incorreggibili, è forse il caso di praticare definitivamente un’arte del nascondimento, sapere mimetizzarsi, confondersi con il terreno e con il contesto di riferimento, cercare il limite in cui un’opera smette di funzionare in quanto tale per entrare nello spazio della vita – poi torna indietro, non contenta – provare ad attraversare e riattraversare questo confine, continuamente.
L’esperienza di questo attraversamento ha a che fare con la possibilità di agganciare il presente nelle sue forme meno risolte e retoriche. D’altra parte, molta arte significativa del XXI secolo sembra già consistere in un solo apparentemente paradossale “essere-presenti-scomparendo”: nel combinare cioè una strana forma di presenza con una strana forma di assenza.
Il tipo di approccio che caratterizza dunque queste opere – sospese, rudimentali, accuratamente irresolute – tende a essere sfuggente, ma si può lo stesso provare ad delinearlo. Esse richiedono infatti una forma di attenzione diversa, deviante, soffusa. Distratta.Si nascondono così bene nello spazio, nella vita quotidiana, tra i gesti e gli oggetti comuni, da imporre automaticamente allo spettatore un altro tipo di fruizione, un altro tipo di percezione, un altro tipo di sguardo – da chiedere allo spettatore in qualche modo di non essere più spettatore, e di non partecipare in maniera passiva. Sono opere che praticano l’imprevisto, che si strutturano nell’imprevisto, che funzionano a scatti, a spizzichi e bocconi – opere umili: che si sottraggono. Che sostituiscono facilmente la pratica alla teoria, e che anzi identificano totalmente la teoria nella pratica.Si tratta di lavori che richiedono a se stessi, e a noi, di permanere nell’instabilità, di vivere nell’ambivalenza e nell’inattualità, di scegliere deliberatamente incertezza e precarietà (e di non subirle come una condanna). Di essere sempre da un’altra parte – di fuoriuscire non solo dagli schemi degli altri, importati e ricevuti dall’esterno, ma anche dai nostri.
Di dare finalmente luogo al non ordinato, al non conosciuto, fuoriuscire dal controllo a cui siamo tanto affezionati, fuoriuscire dal controllo che desideriamo e di cui abbiamo bisogno. Il controllo che dà forma a ogni aspetto della nostra vita.
È quanto stanno proponendo, con strategie e risultati differenti, le ricerche di alcuni artisti italiani durante questa fase.
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Alessandro Bulgini porta avanti da dieci anni il progetto Opera Viva declinandolo in vari luoghi, contesti e territori, come “Taranto Opera Viva” (2015 e 2017), “Opera Viva Calais” (2016) e “Opera Viva Barriera di Milano” (2016 e 2017) sostenuto dalla fiera Flashback. Nel suo lavoro si concentra tutto nel tempo dell’esistenza – si consegna, quasi, all’altro, in una disperazione desiderosa di bruciare vita esperienza attesa progetto – e nel fare questo l’opera stessa si annulla, completandosi; si dissolve perché appare in tutta la sua potenza e energia dispiegata momentaneamente, esiste semplicemente nell’umanità dei rapporti che si stabiliscono volta per volta.
Nero (Alessandro Neretti) attraverso un’originale fusione di ceramica e performance si riappropria artigianalmente e genialmente di processi tradizionali cristallizzati. La sua ricerca rappresenta un aggiornamento prezioso della metafisica italiana che rimette al centro dell’attenzione il costruire cose – e attitudini, e stati d’animo – minute, ingegnose, resistenti, belle e ben fatte, severe e serie nella loro ironia.
Marta Roberti ha vissuto per quasi tre anni a Taipei e a Saigon: nei suoi disegni e nei suoi video sta cercando ostinatamente di dar forma e corpo a una sorta di “supernatura”: una natura resa talmente artificiale e artistica da costituire un intero paesaggio culturale, umano, in cui immergersi. Le sue opere – fluttuanti, eppure ancorate – sfidano e stressano sempre di più i confini tra pittura, scrittura, filosofia, installazione.
Dai vicoli della sua Napoli con la strepitosa “Vascio Art” al progetto realizzato nel 2017 per la Kunsthalle di Osnabrück, Roxy in the Box sta portando avanti da anni un’idea di arte completamente aperta alla realtà e al suo divenire, allo spazio della vita e dell’incontro. Un’arte spontaneamente tesa a fuoriuscire dai recinti convenzionali, per incontrare la gente e fondersi empaticamente con il mondo: un’arte consapevolmente e felicemente pop, che ci invita costantemente a uscire dalle nostre rispettive comfort zone.
Eugenio Tibaldi, infine, è attratto dai processi che riguardano il margine, il confine, il bordo, la periferia – e sperimenta modalità per convogliarli e rifletterli nel suo lavoro, attraverso serie come Questione d’appartenenza e Architettura minima.
Sono tutte forme disarticolate che vengono fuori da una visione interstiziale, dalla scoperta stupita di un’interzona – e che a loro volta contribuiscono a strutturare una compiuta forma di vita.
Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021).
