Foto di Luiza Giannelli su Unsplash
«[…] Ero sicuro che a Roma mi sarei perso. Essa ha questo vantaggio: è una città dove non esistono autorità. Contrariamente a Milano, dove c’è l’industria che conta, o le banche, a Roma cos’è che conta? Niente. E non si conta niente. Questo trovavo che mi lasciava assai libero». Attilio Bertolucci descriveva così la città in cui era venuto a vivere dopo aver lasciato la natìa Parma. Come dargli torto: Roma è l’antro perfetto in cui nascondersi e improvvisamente ascendere di luce rivelatrice. Impossibile non sentire risuonare l’eco di Stefania, la donna borghesissima de La grande bellezza che “si sporca le mani”, che si sacrifica per la famiglia e per una serata in terrazza tra pochi intimi amici benestanti: «Roma, comunque, è l’unica città al mondo dove si è pienamente compiuto il marxismo. A Roma non puoi spiccare sugli altri per più di una settimana. Poi, ti riportano subito nell’aurea mediocritas. Roma è collettivismo puro».
Il suo sproloquio è interrotto da Jep, il re delle feste mondane, che risponde seccato: «Stefa’, ma quante fesserie che dici!»: eppure è l’unica volta in cui mi sento di dissentire con Gambardella. L’analisi di Stefania, sebbene macchiata da un evidente snobismo, non è lontana dalla realtà, dalla realtà inafferrabile di Roma: solo la sua irrealtà è afferrabile, e qui risiede la sua attrattiva. E se la narrazione sorrentiniana di Roma ci apparisse lontana, persa in spazi inaccessibili ai comuni mortali, certo non si dimentichi che anche la moda sette-ottocentesca dei Grand Tour era pratica elitaria, eppure restata intramontabile per l’occasione offerta a quei privilegiati. Jep non è che un Goethe che passeggia su terrazze carrozze con trenini che non portano da nessuna parte.
La citazione iniziale di Bertolucci è una delle molte presenti nel libro Vivere Roma composto a quattro mani da Alessandro Dall’Oglio, poeta mecenate, e da Marina Giustini, archeologa scrittrice. La capacità di unire due voci in una è sorprendente, e richiama immediatamente una delle caratteristiche più fascinose di Roma: il suo essere specchio. L’architettura speculare di certe facciate, di certi edifici romani, dalla scalinata di Trinità de’ Monti alle scale d’ingresso nei lotti della Garbatella, quartiere amatissimo, è un simbolo potente. Roma è questo miroir (e non ho detto boudoir) in cui tutti passano e si specchiano, narcisi narcotizzati dall’incantevole strega eterna. E se Roma è lo specchio, significa che noi siamo non tanto di qua o di là di questo specchio, ma una volta sopra e una volta sotto, una volta in alto e una volta in basso: sporchi, brutti e cattivi e il giorno appresso lindi, lucenti e buoni. È a Roma che incontri nefandezza e candore, la più vasta ricchezza e la più infima povertà. Il titolo Vivere Roma è, forse inconsapevolmente, anch’esso evocativo e indicativo: se vivere a Roma è una sfida bruciante, che i più definiscono impossibile, vivere Roma è l’unica alternativa possibile: significa lasciarsi trasportare dalla corrente, dalla lussuriosa marea romana di sfarzo e lentezza, di passaggi nel tempo e riti ancestrali.
Il sottotitolo del libro, Guida semicentrica di Roma, solo in parte esprime bene il concetto che i due autori vogliono comunicare al lettore. Nel quinto capitolo dedicato a Trastevere così scrivono: «In meccanica celeste si definisce Pericentro la posizione di un punto in moto intorno a un altro punto fisso, in cui è minima la distanza dal punto fisso stesso». Sembrerebbe, dunque, una guida pericentrica, ma anche questa definizione non rende giustizia al carattere della loro indagine: Roma non è pericentrica, perché sembrerebbe tutta ruotare intorno al suo centro: un centro questa città non ce l’ha. Roma ha un sopra e un sotto, e difatti l’unico modo per osservarla è dalle terrazze, elevandosi, ascendendo. Paolo Sorrentino, nonostante il carattere elitario dei personaggi costruiti, ha centrato – è il caso di dirlo – perfettamente la questione: per guardare Roma occorre farlo dall’alto, cercando le sue terrazze nascoste e quelle naturali (Monteverde, ad esempio). Ma in fondo cosa è naturale in questo luogo? Cosa è culturale? Roma è città policentrica: ogni quartiere, ogni rione, ha costruito il suo centro, il suo nuovo centro, e non esiste città al mondo fatta alla stessa maniera, che continuamente ricostruisce se stessa, e fornisce scale per attraversarla.
Il racconto di Roma dei due autori è maniacale come ogni dettaglio su cui si concentrano: ogni fregio, ogni suo adorno, ogni architettura romana è maniacale, è centro a se stesso. Si può tenere in mano la guida e passeggiare come confortati da Google Maps sul telefonino: gli autori segnano ogni svolta, ogni incrocio, ogni via (in cui ha abitato Fellini o Battisti). E, a proposito d’arte, l’itinerario proposto è una collezione di opere che specularmente riflettono lo sfarzo delle epoche passate ma anche il dinamismo della street art, vero trait d’union del libro. Vivere Roma è inoltre una collezione di primati, dai più celebri ai più insospettabili: dagli acquedotti superati solo da quelli newyorchesi del Novecento ai pini più alti della città, al numero esatto di archi traforati di cui si compone il Colosseo quadrato, secondo colosseo romano di tre, laddove il terzo è rappresentato da quello de fero, il Gazometro, «un sentimento, bordo vuoto di parole solamente pensate». La quantità di film girati a Roma, e citati nel libro, è impressionante, e ogni pellicola è una città a sé. Perché non è solo l’autorità a non contare in questa città, come scriveva Bartolucci, ma anche l’autorialità. Chi è il più grande scrittore di Roma? Chi può dirlo? Pasolini è stato il più grande intellettuale romano? No, ma a Roma ha trovato l’estasi e la fine, l’angolo perfetto da cui guardare. Questa città non è soltanto collettivismo puro, ma più esattamente un esercizio di scrittura collettiva.
Secondo Michele Rak, uno dei massimi esperti italiani di fiaba, l’opera che dà avvio a questo nuovo genere letterario è italiana, napoletana (un’altra città con una identità in movimento, ma ferma nel suo centro vulcanico, inconfondibile e sempre acceso). Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, del 1634, è a tutti gli effetti un’opera protofiabesca, anche perché, evidenzia Rak, «metteva in forma di racconto la più efficace e terribile delle macchine della Modernità usato come fonte di meditazione: lo specchio. Lo specchio segnala una delle formule ricorrenti della cultura barocca: la duplicità dell’essere, la conturbante prossimità della bellezza e della bruttezza, della ricchezza e della povertà, della vita e della morte. Il fiabesco racconta della superficie fragile che separa questi due mondi paralleli. E svela ai suoi ascoltatori e lettori che essa è temibile ma anche praticabile: si può essere vecchi e diventare giovani, essere ricchi e diventare poveri. È una delle scoperte e delle ossessioni della Modernità». Roma non è che lo specchio di ciò che in essa accade e resiste: illusione, magia, la giraffa nei giardini di Caracalla. Roma non è che il racconto che fa da cornice a una serie infinita di racconti, la fiaba delle fiabe. Delle fiabe sappiamo pochissimo, specie in relazione alle sue origini, agli autori: di Roma conosciamo moltissimo e sappiamo pochissimo. Di chi è Roma? Chi è Roma? La sfida risiede, allora, nel riuscire a focalizzare il centro del nostro dire, il cuore di ciò che di Roma si vuole raccontare, ed è la sfida della contemporaneità: sovrastimolati da innumerevoli e possibili narrazioni, collocarsi, individuare la consistenza del proprio dire, conquistare rilevanza. Vivere Roma è guida rilevante perché rivelante: ci mostra una direzione dello sguardo, ci invita ad allenare il nostro vedere, e a chiudere gli occhi quando il momento. Non arrivando a toccare molte delle bellezze che vorremmo fare nostre al tatto, almeno sentire: sentire quell’opera, sentire quel monumento, sentire quella statua. Soltanto sentire Roma.
Simone di Biasio è laureato in editoria e giornalismo alla Sapienza di Roma. Per Mimesis ha pubblicato il primo saggio in Italia sulla radiovisione col titolo Guardare la radio. Ha scritto due libri di poesia, Assenti ingiustificati (Premio A. Gatto) e Partita Penelope. È tra i fondatori dell’Associazione “Libero de Libero”, che organizza il Festival poetico “verso Libero” e il premio nazionale di poesia “Solstizio”. Giornalista, scrive per Il Tascabile e Doppiozero. Ha un blog: unpoetico.com.
