Nuovo appuntamento quest’anno a Milano Book Pride, la Fiera Nazionale dell’editoria indipendente. Si terrà dal 21 al 23 marzo presso il Superstudio Maxi (Via Moncucco, 35 – Metropolitana Linea M2 Famagosta) la manifestazione letteraria che da questo anno entra a far parte dei progetti del Salone Internazionale del Libro di Torino. In questa IX edizione dal tema Danzare sull’orlo del mondo, a cura di Francesca Mancini, Laura Pezzino e Marco Amerighi, tanti gli ospiti dall’Italia e dal mondo che parteciperanno: da Viet Thanh Nguyen a Peter Gomez, da Concita De Gregorio a Luciana Castellina e molti altri. Tra questi anche Amaka Ethel Nwokorie che sabato 22 marzo alle 11.30 presenterà il suo libro Le parole di mio padre (Altreconomia), dove narra la sua storia di sfruttamento e abusi vissuta in Nigeria quando venne coinvolta nelle crudeli reti della tratta di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione. Di seguito un estratto da libro, ringraziando editore e autrice.

di Amaka Ethel Nwokorie

Erano circa le 20 in via delle Forze Armate 379 alle “Suore della Carità”.  Driiing, driiing, driiing! Ci fu silenzio per alcuni secondi; sembrava che  non ci fosse nessuno ad aprirci il cancello. Sigrid mi guardò perplessa e  mi chiese: “Sei sicura che qualcuno sia dentro per aprirci il cancello?”.  Guardandola con sicurezza, risposi: “Sì, apriranno”. Sigrid suonò ancora  una volta il campanello. Alla fine un uomo, presumibilmente il guardiano,  aprì il cancello. Si avvicinò a noi, chiuse il cancello dietro di sé e chiese a  Sigrid cosa volessimo. Lei gli rispose: “Stiamo cercando la Madre Supe riora”. Sentendo la risposta dal guardiano, rimasi confusa. L’uomo tuttavia  ci fece capire che la Madre Superiora e le altre Reverende Sorelle stavano  pregando. Sigrid non mostrò alcuna obiezione ad aspettare fino alla fine  delle preghiere. Più tardi, fummo introdotte in una sala del complesso. In  meno di cinque minuti, la Madre Superiora ci venne incontro.

Chiese a Sigrid perché fossimo lì, in quel momento, perché pensavamo  che potesse aiutarci e come avessimo ottenuto il suo contatto. Le poche  discussioni fatte fino a quel momento suonavano come arabo alle mie  orecchie. Ovviamente, se mi avessero detto “ciao” mille volte in un’ora  non avrei capito. Tuttavia, confidavo nelle parole di Sigrid e nel favore di  Dio. La Madre Superiora disse a Sigrid che non c’era un letto libero, che  implicava che non c’era posto per ospitarmi quella stessa notte. Sigrid la  supplicò; era il periodo della guerra dell’ex Jugoslavia e si intravedevano  già le conseguenze.

Le stanze erano occupate da giovani donne, madri single e bambini fuggiti  dalla guerra. Altre erano donne anziane che non avevano lavoro e nessuno  che si prendeva cura di loro, e probabilmente non erano pronte a cedere il  proprio alloggio a qualcun altro.

Un altro ostacolo alla mia sistemazione era la mancanza di documenti:  passaporto, carta d’identità e permesso di soggiorno. “Che peccato”, disse  la Madre.

Dopo un respiro profondo, Sigrid mi fissò e disse: “Puoi aprire il piccolo  zaino che hai con te e mostrare gli oggetti che ci sono dentro alla Madre.  Forse entrerà in empatia con te”. Senza troppi indugi, ascoltai le istruzioni.

Non appena tirai fuori il primo oggetto, la Madre si sentì frastornata da  Ade. Alla rivelazione del secondo oggetto, ci fu un silenzio assoluto nella  sala come se fossimo in un cimitero…

Talmente silenzioso che si poteva sentire una formica strisciante. Non rie sco a ricordare il numero di volte che la Madre Superiora ha fatto il segno  della croce mentre portava avanti il suo soliloquio. Ho pensato che se fosse  stata la Sorella Ngozi, avrebbe gridato “il sangue di Gesù” cento volte in un  minuto mentre io mi sarei guardata intorno alla ricerca di Gesù e del suo  sangue, che non si sarebbero trovati da nessuna parte.

So che ti starai chiedendo quali potrebbero essere questi oggetti. Te lo  dirò… La Madre Superiora preferiva sapere che ero in possesso di questi  oggetti piuttosto che vedere gli altri rimanenti nella mia borsa. Mentre stavo  per raccontarle la mia storia, Sigrid mi impedì di rispondere alla Madre  Superiora. Disse poche parole alla Reverenda Suora, dopodiché la Madre  mi chiese se sarebbe stato un problema per me dormire sul divano, perché  quella era la soluzione imminente. Certamente ero confusa ma allo stesso  tempo avevo le lacrime di gioia. Soprattutto, la certezza di non tornare a  casa quella sera era per me una preghiera esaudita da Dio.

Come ho scritto ero senza nessun documento. Inoltre, non avevo ancora  vestiti da cambiare – mutande, reggiseno, camicia da notte, calzini e articoli  da toeletta. Avevo solamente pochi oggetti nella mia piccola borsa. Tuttavia,  ero felice come un lattante seduto sulle cosce della mamma perché avevo  un posto dove potevo riposare.

Sigrid aveva bisogno di tornare a casa perché si stava facendo tardi, soprat tutto per via della sua bambina di circa sei anni. Tuttavia, doveva assicurarsi  che stessi bene prima di partire. La Madre Superiora mi diede il necessario  per dormire quella notte e promise di fornirmi il resto la mattina seguente.  Prima di partire, tutti noi (Sigrid, la Reverenda Suora e io) concordammo  di incontrarci il giorno dopo, quando avrei raccontato la mia storia alla  Madre Superiora e spiegato il perché fossi in possesso di quegli oggetti che  sono rimasti impressi nel cuore della Madre – di nuovo lei si fece il segno  della croce!

Diedi la buona notte a Sigrid e a sua figlia. Una Sorella più giovane fu  chiamata a condurmi nella mia stanza o, meglio ancora, nel mio angolo  sul divano dove avrei passato la notte.

Il sonno abbandonò i miei occhi per tutta la notte: era la prima volta che mi  trovavo in un posto del genere, cosa che supponevo dovesse essere normale  per chiunque. “Come sono arrivata qui, che storia racconterò alla Madre Superiora, a mio padre al villaggio che è stato l’ultimo membro della fami glia con il quale ho avuto contatti prima della partenza? Se la Reverenda  Suora dice che non posso rimanere qui per altri giorni, quale sarà il mio

destino?”. Ho pianto, pregato e contato le pecore fino all’alba.  All’improvviso, sentii “Buongiorno, buongiorno, è pronta la colazione!”.  “Confusa” è un eufemismo per descrivere lo stato in cui ero. Be’, saltai in  piedi dal divano vestita e mi unii al coro imbarazzata dalla paura, con la  preoccupazione e la timidezza scritte sul mio volto. Scelsi di non guardare  in faccia nessuno per evitare qualsiasi imbarazzo. La mia compagna di  stanza mi disse di vestirmi bene e andare a fare colazione ogni mattina tra  le 7 e le 7.30, secondo la loro routine.

Silenzio per oltre tre minuti: il cibo non era degno di essere ricordato, il  colore del caffè diluito con il latte non era una bella vista, nemmeno i bi scotti tenuti a lato riuscivano a produrre un verso fuori dai denti quando  li masticavo. Un momento orribile… gli sguardi intermittenti e sgradevoli  delle donne anziane su questa nuova ragazza, l’ansia delle giovani donne  dell’Europa dell’Est nei confronti di questa nuova ragazza muta e gli strani  sguardi sui volti dei bambini rendevano l’intera colazione amara come  l’onugbu fresco nel giardino della mamma nel villaggio…

Alla Caritas non è permesso lo spreco di cibo, quindi dovevo mangiare il  cibo nello stesso momento in cui mangiavano gli altri.

La verità: non c’era appetito, non c’era fame, il trauma della fuga del giorno  precedente era un panno invisibile che ricopriva tutto il mio corpo. Le  donne anziane assomigliavano all’ombra di Ugonma.

La suora più giovane che mi aveva servito la colazione mi informò che la  Madre Superiora mi stava aspettando. In fretta e furia andai nella sala dove  ci eravamo incontrate la sera precedente. Era già lì. In un attimo Sigfrid  arrivò con sua figlia. Sapevo che era tempo di affari, e intendo affari, non  gioco. “Devo raccontare la mia storia alla Reverenda Madre perché mi  conceda ogni beneficio del dubbio possibile”.

La Madre iniziò l’incontro con questa premessa: “Non so chi sei, sei senza  documenti, sono stata in pensiero per tutta la notte a causa degli oggetti  che mi hai mostrato ieri sera. Potresti raccontarmi la tua storia per favore?”.  La mia paura più grande venne dissipata dopo aver sentito la Madre rivol

gersi a me in inglese. Ero fiduciosa di poter raccontare la mia storia senza  difficoltà linguistiche.

“Mi chiamo Akuoma, vengo dalla Nigeria e ho vent’anni.”  “Come sei entrata in Italia senza documenti?”. Chiese ansiosa.

“La mia storia è lunga. Sono stata portata qui da Ugonma, una cugina di  secondo grado che vive a Torino”, fu la mia risposta.

Ancora perplessa, Madre Judith chiese una storia più dettagliata e priva di  qualunque forma di ambiguità.

Quando sei arrivata in Italia?

Sono arrivata in Italia il 7 giugno (era il 1995), a Roma. Ero accompagnata  da un uomo (il signor Esosa) che era stato pagato da Ugonma per portar mi dalla Nigeria a casa sua, qui in Italia. Quando il nostro volo è atterrato  all’aeroporto di Fiumicino, mi aspettavo di essere intervistata dai funzio nari dell’immigrazione ma, con mia grande sorpresa, il signor Esosa e io  abbiamo superato l’ufficiale dell’immigrazione senza problemi. Ho sentito  solo l’ufficiale dell’immigrazione chiedere: “Sei qui con tua moglie per le  vacanze?”, “Sì”, ha risposto il signor Esosa. Solo questo.

Quindi sono arrivata in quella città molto famosa chiamata Roma? È que sta l’Italia, l’Europa? È possibile che fosse così facile? Le strade non sono  lastricate d’oro, contrariamente a quanto ci facevano credere. Insomma,  migliaia di domande di questo tipo preoccupavano la mia mente, ma il  signor Esosa non era consapevole dei miei timori. Dopo il check-out, sono  stata portata in taxi da Efe, la sorella del signor Esosa che viveva a Roma.  In seguito mi sono resa conto che anche lei era una “madame” e un’amica  intima di Ugonma. Ci ha dato un caloroso benvenuto, ci ha offerto del buon  cibo e ci ha invitato a rilassarci e fare un pisolino perché i treni da Roma a  Torino sono sempre di notte. Perciò abbiamo fatto come ci aveva suggerito.

Abbiamo preso un treno da Roma la sera stessa e siamo arrivati a Torino la  mattina seguente, ossia il 8 giugno. Mentre ero sul treno il signor Esosa mi  raccontava storie di come vivevano bene le altre ragazze che aveva portato  nello stesso modo in cui stava portando me. La quantità di denaro che stavo  per guadagnare in breve tempo, di quanto ero stata fortunata…

Quelle sue storie non avevano alcun significato per me all’epoca. Compresi  il tutto solamente mentre raccontavo la mia storia.

Dalla stazione ferroviaria, il signor Esosa ha chiamato un taxi per portarci  a casa di Ugonma.

“Siamo arrivati, che bel posto! Prendiamo l’ascensore”, ha esclamato il mio  accompagnatore.

Siamo saliti al quinto piano e abbiamo trovato la porta già aperta. Era stata  Ugonma ad aprire la porta con attesa e ansia. Sembrava entusiasta di vedere  sua cugina dopo molti anni e continuava a informarsi sul benessere di ogni membro della famiglia e degli amici conosciuti. Sembrava una bellissima  riunione.

Ugonma si sentiva inutilmente a disagio; doveva prestare attenzione alla  cugina appena arrivata e al suo amico (socio in affari). Rapidamente ha  cucinato una delle sue prelibatezze, zuppa di egwusi, tradizionalmente  chiamata “pasto di benvenuto”: era una zuppa straordinariamente ricca  con stoccafisso, pesce affumicato e gamberi secchi che abbiamo mangiato  con fufu di purè con fecola di patate.

Il signor Esosa e io, insieme a Ugonma, ci siamo divertiti moltissimo. Era  tutto altamente strategico, per farmi credere che la vita fosse bella in Italia,  che dovevo lavorare sodo per godermi quei pasti, e per allontanare qualsiasi  domanda che mi potesse sorgere nella mente.

Dopo il pasto è arrivato il momento di discutere i termini con il signor  Esosa. Intendo dire come sarebbe stato pagato e quando sarebbe tornato  per il prossimo viaggio. Gli sono stati dati circa dieci milioni di lire. Non  appena ha ricevuto la somma, ha consegnato il passaporto con cui ero giunta  a Ugonma spiegandomi che questo era la maniera usuale per ottenere una  custodia più sicura, per evitare di perderlo.

Successivamente, mi è stata mostrata la mia stanza e l’appartamento. Non  c’era nessun’altra ragazza in casa. Mia cugina mi ha fatto capire che le altre  ragazze erano al lavoro e sarebbero tornate la sera. Ugonma mi ha invitata  a riposare dopo il lungo viaggio mentre accompagnava il signor Esosa al  piano di sotto per la partenza per Roma da dove sarebbe tornato in Ni

geria. Ero nella stanza quando ho sentito il signor Esosa chiedere del mio  passaporto. All’improvviso, le loro voci si sono abbassate e non ho sentito  il resto della discussione.

Quando Ugonma è salita all’appartamento, mi ha consigliato di riposarmi  bene perché il mio datore di lavoro mi stava aspettando con impazienza.  Pertanto, era necessario che mi riposassi in preparazione del lavoro del  giorno dopo. Non sospettavo nulla. Mi ha detto anche che una delle ragazze  che vivevano con lei sarebbe stata quella che mi avrebbe portato al lavoro e  mi avrebbe insegnato cosa fare poiché ero appena arrivata. Così, la ragazza  mi avrebbe spiegato il modus operandi.

Ho dormito come un ceppo di legno a causa dello stress del viaggio. Solo  per svegliarmi intorno alle 7 di sera.

A quanto pare, solo una ragazza di nome Eugenia è rientrata quella notte.  Il suo umore non era così euforico come quello di Ugonma. Tuttavia, non  era affatto un problema. Dopo cena è andata in salotto a discutere con Ugonma; parlavano in italiano e come tale non capivo di cosa parlassero.  Successivamente Eugenia è entrata nella stanza e mi ha detto di preparare  gli indumenti da lavoro e il pasto pomeridiano per il lavoro dell’indomani.  Inoltre ha aggiunto che non era necessario che mi unissi a lei poiché ero  appena arrivata.

Prima di andare a letto, Ugonma ha fatto cenno a me ed Eugenia di unirci  a lei in preghiera prima di dormire. “Buona cristiana!”, pensai. Abbiamo  letto la Bibbia e ci siamo date la buonanotte. Ugonma dormiva in salotto  mentre io ed Eugenia dormivamo nella stanza.

 

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