Pubblichiamo l’estratto da Addio, Monti, il romanzo d’esordio di Michele Masneri, uscito su IL, il magazine del Sole 24 Ore. Oggi alle 19.30 minimum fax festeggia l’uscita del libro alla Bottega del Caffè (rione Monti) a Roma. Intervengono Michele Masneri e Francesco Pacifico. Alle 17.15 Michele Masneri è ospite di Fahrenheit su Radio3 (qui per ascoltarlo in streaming).
«Roberto ha capito presto che l’uomo bianco venuto dal Centro punta sul Pigneto non solo per i prezzi bassi e la community ma anche perché si è diffusa la leggenda metropolitana che lì vi siano i loft (oggetto supremo del desiderio immobiliare); naturalmente aveva già imparato a sue spese che loft, nelle inserzioni romane, significava monolocale seminterrato e buio. Ne aveva visionati alcuni, di questi loft, e una volta, dietro il prossimo cantiere fumigante della nuova metro c, che avrebbe fatto ulteriormente alzare i valori immobiliari della zona, aveva assistito a una vera scena violenta di gentrificazione: una feroce architetta-immobiliarista gli aveva mostrato un seminterrato senza finestre “ma con modernissimo sistema ad aria forzata”, per poi annunciare, ad alta voce, anzi urlando proprio: “Qui, tanto, buttiamo giù tutto”, indicando palazzine degradate, ma anche con una loro dignità prenestina – soprattutto, facendosi ben sentire da anziane sòre terrorizzate in finestra. Questo sadismo gratuito aveva come liberato Roberto dagli ultimi freni inibitori. Aveva capito che più che la Borsa, il mattone era la frontiera degli investimenti irrazionali. Che bastava crederci, e il cliente ci avrebbe creduto.
La sua prima vittima era stata proprio la coppia pre-hipster che gli aveva affittato casa; si chiamavano Giacomo e Marta, e lei aveva ereditato quella specie di feudo liberty casilino che perdeva ogni giorno pezzi di cornicione e dell’ultimo decoro. I due, entrambi architetti, vivevano come una specie di missione sociale, messianica, quella di preservare l’antico bastione dalle speculazioni, dalla modernità e dai nuovi arrivati dal Centro. Affittavano a prezzi calmierati soprattutto ad asiatici – che infatti scorrazzavano per l’aia, con profumi di curcuma e coriandolo e zenzero e molti scambi di sali e di pepi e panni stesi su stendini di plastica – e studenti fuorisede, in un malinteso senso comunitario. Roberto, con la sua faccia pulita e con una specie di lucida esaltazione, era riuscito a fingersi squattrinato amatore delle vestigia del quartiere, a farsi affittare l’immobile al piano terra, a entrare nelle grazie di questa ignara ereditiera, che oltre ai gatti sul terrazzo allevava piante grasse e una piccola piantagione di marijuana, ma con moderazione, proprio di fronte al futuro Forte Fanfulla. Roberto e Camilla, con le loro Clarks e le loro Repubbliche sotto braccio, erano apparsi subito come una coppia mandata dalla provvidenza per contribuire alla preservazione del prezioso tessuto sociale casilino, e combattere insieme la guerra santa contro i germi dei nuovi arrivati e della speculazione edilizia.
«Roberto – non si sa quanto Camilla fosse al corrente o consapevole – era riuscito col tempo a ottenere la loro fiducia e si era dimostrato colmo di uno zelo quasi esagerato nella missione di riportare il palazzo agli antichi splendori. Una volta conquistati i due, li aveva convinti che ciò che rimaneva del liberty delle finestre, dei cornicioni scrostati, delle torrette, meritava di essere ripristinato alla originaria beltà. Per questo naturalmente servivano denari che loro non avevano, ma non c’era da preoccuparsi perché l’istituto di Roberto – lui gli aveva fatto credere di lavorare per la Banca Etica, e non per la sua merchant bank americana che sarebbe stata disapprovatissima – avrebbe fornito un mutuo per la ristrutturazione. Così andò: non vi furono sospetti, e mentre Roberto preparava il primo colpo veramente grosso della sua vita – altro che le operazioni di Borsa – tutti e quattro insieme non senza gradevolezze reciproche alimentavano una dimensione agreste e comunitaria. Diverse cene si svolgevano spesso sul terrazzo padronale, che era diventato una specie di zona franca; i padroni di casa cucinavano, mentre i due inquilini ideali erano sempre prodighi di vini e delicatezze portate dal deprecato Centro. Si prendevano cura, durante le assenze di Giacomo e Marta, dei gatti e delle piante.
«I lavori: la facciata venne rifatta coinvolgendo le maestranze locali; il cancello sfondato, sostituito filologicamente da un falegname del Quadraro, color verde salvia. Gli eventuali serramenti di alluminio anodizzato, subito rimossi. Si decise di non mettere citofoni ma lasciare la campanella secolare che sopravvisse ai restauri. Unica concessione tecnologica furono i pannelli solari sul terrazzo. Anche il locale preso in affitto da Roberto e Camilla venne ristrutturato in un modo che sembrasse perfetto ai padroni del maniero: un restauro quasi pauperistico, coi tubi a vista e gli impianti elettrici a treccia, trovati però a via dei Serpenti. I pavimenti rossi e grigi di polvere di gesso, a una svendita a Viterbo. Il mutuo ipotecario erogato dalla banca di Roberto prese naturalmente a garanzia il palazzo stesso. I due, ormai conquistati, non posero domande su tassi e penali. Non è difficile capire come andò a finire. Nel giro di soli due anni, poco dopo l’inizio della grande crisi, alcuni appartamenti rimasero sfitti; alcuni asiatici ripararono oltre il Raccordo, in una specie di ondata migratoria più vasta; forse lo stesso Roberto fece sembrare di non essere in grado di pagare la pigione per qualche mese, contribuendo così al dissesto degli amabili feudatari.
La crisi ebbe un duplice ruolo: la banca divenne anche più severa nel pretendere il rispetto dei pagamenti. Allo scoccare del terzo anno, alla quarta rata non pagata, la banca invocò il pignoramento; si tentò disperatamente un salvataggio; Marta tornò dagli anziani genitori abbienti con cui non parlava da anni per vecchie questioni familiari, all’Aquila. Ma non se ne fece nulla, restando i divari incolmabili. Il marito Giacomo rimase come al solito inerte. Roberto si finse costernato, Camilla (probabilmente all’oscuro di tutto) lo sembrò veramente. Lui minacciò di dimettersi dalla banca, e poi lo fece davvero, ma non per gli stessi motivi che aveva nobilmente enunciato ai suoi ormai ex padroni di casa.
«La banca pignorò infatti l’intero palazzo e di Giacomo e Marta rimase solo il ricordo angoscioso di qualche pianta grassa moribonda sul terrazzo. Roberto rilevò quindi senza difficoltà la proprietà dal suo stesso istituto e cominciò il frazionamento. Camilla avrebbe voluto trasferirsi nell’attico di Giacomo e Marta, ma Roberto fu irremovibile. Era ora di cambiare quartiere, il Pigneto doveva essere soltanto un campo di battaglia. Presero casa a Monti. Camilla cominciò a dimenticare quella fase agreste della loro vita periferica e ad assaporare i lussi del Centro storico, mentre Roberto cominciò a ristrutturare e a vendere.
«Poco per volta, e con una scelta accurata dell’utenza: il primo loft, realizzato dalla divisione in due di quello in cui stavano loro, venne venduto a un giornalista quarantenne del Foglio: cinquanta metri quadri, prezzo richiesto 300.000 euro, operazione chiusa a 270.000. La metà di quanto Roberto aveva pagato l’intero palazzo. La trattativa fu talmente facile che Roberto quasi ebbe dei rimorsi, e fu lì lì per mandare a monte tutto. L’acquirente si presentò all’appuntamento da Necci, in una luminosa giornata primaverile, con i timidi genitori venuti dal Nord. Il padre, dopo aver visionato l’immobile, e soprattutto dopo essere arrivato nel quartiere, appena sceso dal Frecciarossa, tra cartacce che volavano e polvere, e gruppi di africani intorno all’Isola Pedonale, era visibilmente contrario, così come la madre.
Ma di fronte al ritratto di Pasolini sopra la cassa del bar, e accanto a tutti quei giovani ispirati che scrivevano sceneggiature sui loro MacBook Pro seduti alle rustiche panche del bar di Accattone, in un’atmosfera di grandi promesse, la madre, con un piglio altoborghese che denunciava uno scarto di classe finora impercettibile, disse che se andava bene a Nicola (questo il nome dell’acquirente) lei i soldi li avrebbe messi, anche se davvero non riusciva a immaginare come si potesse vivere in un posto del genere. L’operazione si realizzò. Nicola fu sempre soddisfattissimo dell’acquisto, Roberto realizzò il suo primo affare e i sensi di colpa dopo qualche settimana cessarono. I genitori di Nicola non vennero mai a trovarlo».
Michele Masneri (1974) è nato a Brescia, e poi si è esoticamente trasferito a Roma perché, come sostiene Alberto Arbasino, bisogna vivere nella capitale dello stato di cui si è cittadini. Scrive di economia, società e cultura, sul Foglio, su IL del Sole 24 Ore, su Studio. Per minimum fax ha scritto Addio, Monti (gennaio 2014), il suo esordio in narrativa.

Su Roma (in particolare Monti) e la gentrificazione, consiglio questo libro del grande antropologo Michael Herzfeld: “Evicted from eternity. The restructuring of modern Rome”. http://press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/E/bo6058083.html
Ciao Lorenzo, te lo chiedo con curiosità sincera: cosa hai trovato di originale e serio e approfondito nel libro di Herzfeld? Io avevo letto qualche capitolo tempo fa e mi era sembrato proprio uno dei casi in cui l’antropologo (straniero) può meno, come analisi, dell’intellettuale locale (in questo caso italiano).
va bene che fare un pamphlet contro gli hipster è molto hipster…però qui ci voleva un editing migliore.
Nashipae,
si l’atropologo straniero puo’ meno degli intellettuali locali, ma si e’ preso la briga di dire meglio di come stiano facendo altri che ad essere sotto fratto e’ una una romanita’ intera e lo ha fatto mobilitando la complicita’ delle istitutuzioni e di pezzi di blocco edilizio. Il passaggio in cui dice che gentrification e’ una tragedia perche’ ….spacca la solidarieta’ sociale non e’ niente male.
All’autore del pezzo chiedo invece se e’ una storia vera o di invenzione (in tal caso non si capiscono le virgolette). Lo chiedo perche’ a salvarci ancora un po’ da quanto accade in spagna e in altri constesti (decine di famiglie sotto sfratto al giorno) e’ un sistema creditizio tutto sommato stabile e prima di un pignoramento ce ne vuole. Possibile che sti due erediteri non si fossero accorti della spirale in cui si cacciavano?
Se invece e’ uno sforzo narrativo per dirci dove si insinua il meccanismo di produzione del valore, la cosidetta fabbrica dell’immateriale, allora la trovo una storia convicente…
S