Pubblichiamo un estratto dal libro Cultura di destra e società di massa Europa 1870-1939, di Mimmo Cangiano, uscito per nottetempo: ringraziamo autore e editore.

di Mimmo Cangiano

Un caso emblematico dello sviluppo di tali direttive culturali è quello rappresentato da Knut Hamsun. Il norvegese, già grazie a un viaggio negli Stati Uniti nel 1882 (poi descritto nel volume del 1890 La vita culturale dell’America moderna), comincia a riflettere, descrivendo la vita dei suoi compatrioti emigrati in Wisconsin, su una serie di tematiche che formeranno l’ossatura (in Francia, come in Germania e in Italia) di questa temperie culturale. Romanticamente convinto dell’esistenza di un carattere individualizzante dei popoli, Hamsun registra come, nelle città americane, la perdita di tale carattere vada all’unisono con lo sviluppo dell’individualismo che infrange i legami fra i norvegesi emigrati. Se tale immagine degli Stati Uniti sarà, come vedremo, un tratto caratteristico di questo orizzonte culturale, Hamsun, rientrato in Europa, passa però anche a contrapporre sistematicamente la vita rurale ancora intatta in Norvegia (non devastata dall’industrializzazione) a ciò che ha visto nelle grandi metropoli europee, scorgendo i tratti dell’emergere di una ragione strumentale che egli assegna all’elemento europeo più direttamente collegato (razzialmente e socialmente) a quanto visto negli Stati Uniti: l’inglese. In Au pays de contes, per esempio, vediamo un inglese che, quando la carrozza su cui viaggia investe una bambina lasciandola quasi moribonda, risulta preoccupato (guarda insistentemente l’orologio) solo per il tempo perduto. Vediamo qui già emergere quel tratto, tipico delle concezioni di questo posizionamento intellettuale (Sombart, Malaparte ecc.), che assegna i tratti pertinenti dell’universalismo capitalistico a una specifica nazione o etnia.

Negli anni successivi, mentre lo sviluppo industriale avanza nella stessa Norvegia, Hamsun insisterà, conseguenzialmente, sulla mutazione di paesaggio e caratteri che l’attività capitalista crea, infrangendo (come già visto in Hofmannsthal) quella corrispondenza valoriale che teneva uniti aristocrazia e popolo, e spaccando l’unità della Gemeinschaft lungo due linee di lotta: borghesia vs aristocrazia e proletariato vs borghesia (La Ville de Segelfoss). Ciò conduce al propagarsi di una concezione materialistica dell’esistenza e, da copione, al dissolversi delle certezze valoriali nel quadro della scomparsa dello stesso paternalismo nobiliare. Il valore non riposa più infatti sulla tradizione condivisa, ma viene deciso dai nuovi strumenti nelle mani della borghesia avanzante e del nuovo, sradicato, proletariato: Parlamento e denaro. Come sempre, dunque, il nuovo sistema economico non distrugge solo la comunità, ma anche la Kultur a questa sottesa. In uno dei suoi romanzi più celebri, Il risveglio della terra (1917), per esempio, l’abbandono delle attività agricole a favore dell’apertura di una miniera di rame, e il conseguente decadimento dell’aristocrazia locale, portano certo alla decadenza della stessa comunità, ma questo tracollo introduce anche un nichilismo valoriale che condurrà Barbro Olsen a uccidere il figlio al semplice scopo di semplificare la propria vita. In tribunale Barbro sarà per l’appunto difesa da un’attivista per i diritti delle donne, cioè da colei che Hamsun considera un’agente della dissoluzione razionalistica della comunità (e della Kultur) nell’ottica dell’ingresso della modernità. Di fronte al gesto di Barbro quello di Inger, che uccide il figlio in quanto marchiato dal suo stesso labbro leporino, è infatti giustificabile, perché direttamente collegato al sistema tradizionale di credenze.

Gli elementi osservati rapidamente in Hamsun ricompaiono costantemente in un ampio numero di intellettuali europei attivi fra il 1880 e il 1914. In Francia, dove il processo industriale si è sviluppato su un lungo arco temporale (e dove la borghesia ha saldamente le redini dello Stato), la critica si concentra sulla funzionalità dello stesso Stato democratico, supposto custode di interessi polarizzati (non generalizzati), lontano dal senso di comunità che caratterizza la nazione, complice delle spinte disgregatrici che provengono dalle classi inferiori. Tali tematiche si inseriscono poi in un contenitore culturale generalizzante, quello della decadenza (anche demografica) della nazione, che trova una supposta conferma nell’incapacità di recuperare Alsazia e Lorena (revanscismo). La decadenza – come spesso avviene nel pensiero Kulturkritik – viene interpretata, secondo un principio platonico-romantico (lo stesso visto in Hofmannsthal), come allontanamento dal carattere vero della nazione stessa. Il nazionalismo di Barrès, per esempio, mira a esaltare le consuete virtù di radicamento e continuità proprio attraverso una continua valorizzazione della tradizione e dei simboli nazionali. Barrès inserisce però i già citati temi romantici all’interno di un contenitore determinista che li adatta alla nuova società di massa mediante la legittimazione scientifico-positivista. La visione della Francia come unità spirituale si inserisce nel mito di un persistente carattere popolare che determina, biologicamente e culturalmente, il patrimonio spirituale della generazione in corso (“la razza […] esercita il proprio dominio sui viventi con la mediazione dei morti”).

La fedeltà alla terra è dunque fedeltà alla persistenza della tradizione passata che governa l’individuo stesso, facendone un momento dell’evoluzione dell’intera collettività nazionale, che viene così salvaguardata da quella disconnessione introdotta dall’azione cosmopolita e disgregante di capitalismo e ideali democratici. In consonanza con Le Bon, secondo cui i defunti controllano il campo dell’inconscio dei viventi, Barrès riscopre il fondamento dell’individualità all’interno dell’essere-sociale che la determina, quello comunitario, dove dominano gli istinti della tradizione e dell’ereditarietà, perché, come scrive l’antropologo antisemita Vacher de Lapouge nel volume L’Aryen, “a questa potenza infinita degli avi l’uomo non può non essere sottomesso”. I tre romanzi del ciclo Le Culte du moi (e in particolare Sous l’œil des barbares del 1888) raccontano appunto l’allegorico passaggio dal culto individualistico giovanile alla coscienza di un’individualità concresciuta sul modello degli antenati, e reiterata in quella concrezione della Kultur che sono i monumenti, i costumi locali, il linguaggio, vale a dire concrezioni socio-simboliche che preservano i legami sociali esistenti: “Siamo il prodotto di una collettività che parla dentro di noi”. La Kultur, naturalmente, non è un puro mito del passato, ma è invece, al tempo stesso, ciò che si era, si è, si deve tornare a essere, come è anche la concretizzazione collettivizzata del Sé ora a rischio di perdersi nell’individualismo a-valoriale. Questo Sé, appunto per evitare tale rischio, deve allontanare tutto ciò che è straniero, come l’esempio della Lorena, che resiste alla germanizzazione imposta, illustra. La necessità del progetto comunitario su base identitaria richiede cioè la definizione di ciò che è straniero all’identità stessa, e dunque estraneo alla comunità e tendenzialmente pericoloso per questa.

 

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