Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Il Grande Sly. Film e avventure di Sylvester Stallone, eroe proletario” di Diego Gabutti, in uscita oggi per Milieu Edizioni.
di Diego Gabutti
Jack Kerouac è morto da molti anni quando Rambo scopre che anche il suo ultimo compagno d’armi è passato a miglior vita («per un cancro che s’era portato dietro dal Vietnam, colpa di quei gas che spargevano dappertutto»). Affranto, zaino in spalla, Rambo si mette in viaggio per cercare l’America, come Simon & Garfunkel nella vecchia canzone. A Hope, speranza, una cittadina nello Stato di Washington, vorrebbe mangiare qualcosa in un delicatessen. Ma non è aria. A Hope nessuno vuol vedere capelloni in giro. Kerouac, a suo tempo, veniva accolto meglio, anche da buzzurri peggiori.
Sepolto dal 1969 a Lowell, Massachusetts, dov’era nato nel 1922, l’autore dei Sotterranei e del Dottor Sa
x non è più sulla strada da un pezzo. Ma se fosse ancora in giro, e se gli capitasse d’incontrare John Rambo a una fermata d’autobus, oppure all’imbocco di qualche highway col pollice alzato a chiedere un passaggio ai camionisti diretti a ovest, non soltanto riconoscerebbe al primo sguardo un beatnik suo semblable ma sarebbe d’accordo con lui su ogni cosa, a cominciare (diciamo così) dalla politica estera.
Diversamente dai suoi fan, per lo più rockettari e studenti in età da chiamata militare, ma diversamente anche dai suoi amici di gioventù, a cominciare da Allen Ginsberg, e più ancora dagli strafatti delle controculture che leggono con fervore quasi religioso i suoi romanzi e che di lui si sono fatti un idolo, Kerouac pensa infatti che gli USA, in Vietnam, combattano una guerra sacrosanta contro il comunismo asiatico, come ricorda l’anglista Elio Chinol in un articolo del 1989, a vent’anni dalla morte di Kerouac. Chinol è presente, a Napoli, nel 1966, quando lo scrittore a domanda risponde (con grande sorpresa di chi gliel’ha posta) che «i G.I.», da come la vede lui, «sono tutti ottima gente, non fanno che il loro dovere, come per esempio il suo amico tal dei tali, tipo davvero straordinario, e Kerouac può ben dirlo visto che lo conosce bene e dato che per mesi e mesi ha mangiato con lui e bevuto con lui e con lui dormito in un sacco a pelo e girato tutta l’America…» Scandalo. Nessuno crede alle proprie orecchie. Jack Kerouac un anticomunista, per di più «viscerale»? Un guerrafondaio? Un repubblicano? «Prima sono fischi, quindi insulti roventi:“Buffone! Buffone e fascista!” Si deve portar via lo scrittore facendolo passare da un’uscita secondaria».
Non è quel che capita anche a Rambo lì a Hope, nello Stato di Washington, dove il giovanotto vorrebbe solo farsi un hamburger e una birra, ma invece sbatte contro Brian Dennehy nella parte dello sceriffo Will Teasle?
Non è la prima volta che Sly incontra Brian Dennehy, grande caratterista, un tipo tosto. Si sono già misurati e pesati sul set di F.I.S.T., dove Dennehy è Frank Vasco, a capo d’un piccolo gruppo operaio che non vuole aderire al sindacato (e non è una buona cosa, gli spiega Stallone con pazienza, perché tutti devono iscriversi, Frankie bello, «e non si ammettono eccezioni»). Fa peggio in Rambo, dove prende male il look on the road del giovane pellegrino, in particolare la sua giacca militare con bandierina stelle e strisce all’occhiello.
«Con quella bandiera sulla giacca», dice Dennehy con un brutto ghigno minaccioso, «è capace che ti metti nei guai. Qui non hanno molta simpatia per i reduci dal Vietnam».
Rambo lascia dire. Nella giungla ha subito ben altro. Ma quando gli aiutanti dello sceriffo, delle emerite teste di cocomero, cominciamo a malmenarlo ecco che d’emblée gli tornano in mente le torture subite nella giungla, quando l’avevano catturato i «viet», tipi assai più tosti di Teasle e dei suoi scagnozzi. Sono flashback pesanti, flashback da traumatizzato di guerra, mica ricordi ribolliti all’ora del tè da una madeleine proustiana, e Rambo ci mette un attimo a perdere la trebisonda. Concia tutti per le feste, sceriffo e soci, lasciandoli a terra storditi e doloranti, dopo di che fugge dalla stazione di polizia e s’invola nei boschi a bordo d’una motocicletta rubata.
Fosse Kerouac, che è un pacifista nonostante la sua ammirazione per «i nostri ragazzi in Vietnam», Rambo sarebbe più docile. Ma non è Kerouac, benché gli somigli, e specie quanto a pacifismo scarseggia. Kerouac è buddhista? Lui no. In futuro, è vero, in film che per il momento nessuno può prevedere, Rambo straparlerà di filosofie orientali tirandosela da teosofo dei poveri. Per il momento, tuttavia, ancora non indulge a sparate new age. A Hope, nei boschi, John Rambo è soltanto un reduce on the road con i nervi a pezzi e un sacco a pelo. Anarchico di destra, vagabondo, Rambo sta al centro del crocevia americano. Idem Kerouac. È qui che si biforcano i sentieri che portano a coltivare l’una o l’altra identità americana.
Nel nostro caso, ai tempi dell’escalation vietnamita e dei movimenti pacifisti, le identità americane sono due: da una parte l’America baluardo delle democrazie, una gran fortezza militare che veglia al confine del deserto dei tartari, e i tartari ci sono davvero; e dall’altra parte l’America laboratorio sociologico in cui prendono forma tutte le più stravaganti, coraggiose, straordinarie forme d’esistenzialismo rococò. Rambo e Kerouac, fermi al crocicchio, reggono e fanno garrire al vento due opposte bandiere allo stesso tempo: la bandiera dell’America che impedisce al mondo di scivolare in fondo agli abissi del totalitarismo, benché il mondo sembri non volere altro, e l’America che sogna di superare la democrazia, invecchiata e corrotta, col triplo salto mortale delle sperimentazioni culturali. Inconfondibile identità americana è la bandiera degli hippie e delle minoranze ribelli (che anni prima invadevano Woodstock a chiappe nude). Identità americana altrettanto inconfondibile è il «gonfalon selvaggio» dell’anticomunismo, dei poeti sovietici dissidenti che si cercano una stanza a Brooklyn, del boat people vietnamita che mette su casa in California dov’è approdato a bordo di gommoni viaggiando attraverso mari infestati da squali e pirati.
Non è facile, però, tenere fermi due punti di vista così diversi e apparentemente inconciliabili tra loro. Francis Scott Fitzgerald, che non si limitava a conoscere l’America ma che in buona parte la inventò, pensava che proprio la facoltà d’abbracciare due o più punti di vista nel medesimo tempo distingue l’artista dal cazzaro. A Kerouac e Rambo viene naturale vedere le cose in maniera prismatica; Jack ispira generazioni di giovani sciamannati e approva le guerre per la democrazia che quelli detestano; John Rambo non ha niente contro lo sceriffo di Hole, ma niente neppure a favore, quindi attento a come ti muovi, Dennehy. Entrambi lucidissimi, per la lucidità c’è un prezzo da pagare: l’alcolismo e l’eterna fanciullezza di Kerouac, che a 47 anni, quando muore di cirrosi, vive ancora con mammà, e naturalmente il disturbo post traumatico da stress di Rambo.
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