Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da “La figura umana. Friedrich, il contagio romantico e l’apocalisse” di Gianluca Didino, uscito il 2 ottobre per Tlon.

di Gianluca Didino

Nel 1986, un uomo di nome Terry Mullen scrisse alla testata giornalistica della sua città, il «Pioneer Press» di Saint Paul, Minnesota, per raccontare uno strano fenomeno di cui era stato testimone. Qualche giorno prima aveva menzionato la banda di terroristi Baader-Meinhof a un amico che non l’aveva mai sentita nominare. La mattina successiva l’amico gli aveva telefonato stupito: un articolo sul gruppo tedesco era stato pubblicato proprio sul «Pioneer Press», strana coincidenza visto che di Andreas Baader e Ulrike Meinhof non si sentiva parlare da quando i due erano morti in circostanze sospette in una prigione di massi- ma sicurezza quasi dieci anni prima. Nella sua lettera al giornale, Mullen aveva tratto la seguente conclusione: quando senti per la prima volta una parola, una frase o un’idea, vedrai questa parola, frase o idea stampata da qualche parte entro ventiquattr’ore. Dopo la pubblicazione della lettera, diversi abitanti di Saint Paul scrissero al giornale raccontando esperienze simili, tra cui una donna che disse di vedere ovunque il numero 94. Otto anni più tardi il fenomeno non aveva ancora una spiegazione scientifica, tanto che proprio nel 1994 Mullen scrisse un’altra lettera al giornale, concludendola così: «Sentitevi liberi di usare Baader-Meinhof per spiegare l’inspiegabile».

Nel 2005, il professore emerito di linguistica della Stanford University Arnold Zwicky non fece cenno al caso di Terry Mullen e del «Pioneer Press» quando in un post pubblicato sul blog della University of Pennsylvania parlò per la prima volta di «illusione di frequenza» (frequency illusion), distinguendola dall’«illusione di novità» (recency illusion), consistente nel credere che una determinata parola, frase o idea sia più recente di quello che è davvero. «Una volta che hai notato un fenomeno», scrive Zwicky, «hai l’impressione che capiti spesso, addirittura continuamente». Secondo lui, a essere maggiormente soggette all’illusione di frequenza sono le persone che hanno sviluppato un’attenzione professionale per il linguaggio, come gli scrittori. Ignari l’uno dell’altro, Mullen e Zwicky stavano parlando della stessa cosa, un bias cognitivo percepito da chi ne è soggetto come una forma di schizofrenia a bassa intensità, un’incursione dell’allucinazione nella trama del quotidiano.

Dovevo essere vittima anche io del fenomeno BaaderMeinhof, o almeno di un’illusione di frequenza, quando qualche anno fa cominciai a vedere ovunque riproduzioni di un celebre quadro del Romanticismo tedesco, il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Realizzato nel 1818, il quadro rappresenta un uomo di spalle che osserva un orizzonte nebbioso sulla cima delle montagne boeme. Il dipinto è tanto celebre da essere arrivato a incarnare l’idea stessa del Romanticismo nell’arte e nella filosofia del XIX secolo: il desiderio per il desiderio, l’uomo di fronte alla natura selvaggia, l’aspirazione verso l’assoluto, il senso tragico della vita come ricerca. Qualcosa insomma di molto diverso dalla prosaica realtà quotidiana, tanto che mi fece uno stra- no effetto vederlo stampato su una cartolina infilata dal postino nella buca delle lettere del mio appartamento di Crystal Palace, nel Sud-Est londinese. La cartolina era stata acquistata alla Hamburger Kunsthalle. Sul retro c’era scritto: «Mi sei venuto in mente». E la firma: «S.». Non ero stupito: era un gesto tipico di S. Non lo sentivi per anni e poi si faceva vivo con un selfie scattato sulla cima del One World Trade Center o con un messaggio vocale dalle Filippine, oppure ti spediva una rivista letteraria in russo, oscura e illeggibile. A trentacinque anni non era ancora riuscito a mettere radici in nessuna forma di vita stabile, e inseguiva qua e là per il mondo un’assenza sempre sfuggente passando da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da un vernissage all’altro. Non lo invidiavo: mi sembrava una persona stanca, intrappolata nel reame karmico dei fantasmi affamati. Quasi sempre i suoi messaggi erano egoriferiti, ed è probabile che anche in quel caso vedesse se stesso nel viandante di Friedrich credendo di vederci me. Eppure l’ansia esistenziale e l’insoddisfazione perenne ci avevano legati quando eravamo compagni di classe al liceo della città di provincia dove siamo nati. Da allora erano passati più di vent’anni, ci sentivamo pochissimo, ma tra noi quel dialogo non si era mai veramente interrotto. Era come se ci chiedessimo continuamente a vicenda: vedi dove sono arrivato? E tu dove sei? Quanto sei riuscito a scappare lontano? Chi dei due si è salvato davvero?

Posai la cartolina sulla scrivania, ripromettendomi di mandare a S. un messaggio per sapere come stava. Era una mattina di ottobre ed ero in ritardo con la consegna di un saggio che, curiosamente, aveva per protagonista proprio S., o meglio un saggio il cui protagonista era ispirato a S., anche se lo chiamavo con un nome diverso. Parlava di un viaggio andato in maniera imprevista e di come tutti i viaggi in fondo vadano sempre in maniera imprevista, di come non si raggiunga mai davvero l’orizzonte che ci si propone di raggiungere. Orizzonte era proprio il titolo originale, che era cambiato durante la scrittura quando mi ero reso conto che la storia aveva più a che fare con il passato, dunque con la nostalgia e la memoria, che con il futuro. Nonostante ciò, il fatto di aver ricevuto una cartolina proprio da S., e proprio una cartolina del quadro che meglio incarna l’idea di “orizzonte” di tutta l’arte occidentale, aveva qualcosa di disturbante. Spostai il Viandante in un angolo della scrivania, dove nell’arco di qualche ora venne sommerso dai molti libri da cui continuavo a rubare idee e cita- zioni. Dopo qualche giorno mi fu chiaro che a S. non volevo scrivere alcun messaggio.

Fu a quel punto che cominciò. All’inizio il Viandante apparve su internet sotto forma di meme: l’uomo di spalle si scattava un selfie oppure osservava imperturbabile una città in fiamme, veniva sostituito da Pepe the Frog, si faceva multare da un poliziotto davanti a un cartello di sosta vietata, schivava proiettili laser in una guerra intergalattica. Poi lo vidi nei post su Instagram di musei e istituti culturali, nelle timeline di sconosciuti su Facebook. Di solito era accompagnato da frasi motivazionali («Oggi è il primo giorno del resto della tua vita»; «Il destino è una questione di scelta»), in altri casi da scabre didascalie («C.D. Friedrich, 1818»). Infastidito da questa interferenza, di cui inconsciamente incolpavo S., non riuscivo a scrivere il saggio che lo vedeva protagonista, seppure camuffato sotto un nome falso. Così frequentavo gli amici a cui nei mesi precedenti avevo negato caffè e cinema domenicali con la scusa della scrittura. Le cose peggiorarono.

Fuori dalla Tate una ragazza che camminava impettita sul Millennium Bridge rapì la mia attenzione, fin quando mi accorsi che a colpirmi non era stata la sua bellezza, che era insipida, ma la tote bag su cui era stampata una versione a colori invertiti del Viandante. Mentre attraversavo la stazione di Liverpool Street, la pubblicità di un’auto su un megaschermo si concludeva con un uomo di spalle che fissava un orizzonte sterminato. Qualche giorno dopo, andando in ufficio, lo vidi di nuovo: sul Pall Mall un uomo in abiti ottocenteschi, probabilmente la comparsa di un film in costume in pausa pranzo, aveva lo stesso cappotto scuro del soggetto di Friederich, gli stessi capelli rossi e crespi. Ogni volta che guardavo l’orologio erano le 18:18, o le 08:18. Mi fu infine chiaro che Mullen e Zwicky sbagliavano. Il fenomeno Baader-Meinhof, o l’illusione di frequenza, non era un semplice bias cognitivo: stava cercando di comunicarmi qualcosa con il linguaggio ambiguo della ripetizione.

A questo punto era passato quasi un mese da quando avevo ricevuto la cartolina di S. Si avvicinava il giorno del mio compleanno: tra poco sarei stato un anno più vecchio e in ritardo vertiginoso sulla consegna del saggio. L’editore cominciava a innervosirsi. Ci misi del tempo a ritrovare il Viandante, ormai sepolto sotto i pesanti volumi delle Collected Stories of Philip K. Dick. Volume 1 e Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, la cui prima edizione era stata pubblicata, inutile dirlo, sempre nel 1818. Presi la cartolina tra le mani. Guardai l’uomo al centro del dipinto, di cui non vedevo il volto ma solo la nuca. Pensai che quando le persone affette da autoscopia incontrano l’immagine del proprio corpo dall’esterno la vedono solitamente girata di spalle. Era quello il caso di Friedrich? Non lo sapevo. Poi accettai di ricordare.

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