di Vittorio Biancardi
Ho incontrato Ben Morea nei locali dell’Archivio Primo Moroni di Milano il 20 maggio 2019. L’archivio si trova al piano superiore della storica libreria Calusca City Lights, battezzata così dallo stesso Primo in onore della San Francisco City Lights del (da pochissimo) defunto Lawrence Ferlinghetti. La libreria e l’archivio si trovano ospiti del CSOA Cox 18, il più duraturo e combattivo centro sociale di Milano.
La registrazione è stata fatta in presenza mia, di Ben Morea, Marc Eliel, deputato alla registrazione visuale delle testimonianze, e Matt Peterson – che ringrazio per avermi dato la possibilità di conoscere questo personaggio incredibile – e di un’altra persona, di cui non ricordo il nome né le sembianze. L’intervista ha preso, a un certo punto, più i tratti di una chiacchierata, dando cosi a una persona che non conosceva né Ben né noi la possibilità di intervenire. Questo è il primo documento del tour che ha visto Ben Morea e un gruppo di amici girare per tre grandi città europee – Parigi (all’EHESS, cioè l’École des hautes études en sciences sociales), Roma (CSOA Forte Prenestino) e Milano (CSOA Cox 18) – partecipando a incontri e dibattiti con alcune personalità che sarebbe riduttivo definire “particolari”.
Come particolare è anche la storia di Ben, membro del gruppo della rivista Black Mask e del gruppo Up Against the Wall, Motherfuckers!, con sede al Greenwich Village, di New York, nonché uno dei personaggi di spicco dell’autonomia newyorkese, molto attiva nella seconda metà degli anni Sessanta. Gli UAW/MF possono essere considerati un unicum tra i gruppi extraparlamentari del periodo 1960-70: trasversali al filone beat-hippy e a quello più “duro” e militante – come testimoniano le relazioni con differenti gruppi armati e vari esponenti di spicco della controcultura – furono loro a permettere alla gente accampata fuori dai recinti del festival di Woodstock a entrare senza pagare, tagliando le reti che circondavano il campo; presenti alla leggendaria occupazione della Columbia University nell’aprile del ’68 e all’ “invasione” del Pentagono dell’ottobre del ’67, facevano proprio l’utilizzo di sostanze psichedeliche a scopo rivoluzionario e sono stati tra i primi teorici della critica del non-vissuto quotidiano.
Legenda nomi:
B: Ben (Morea)
V: Vittorio (Biancardi)
M: Marc (Eliel)
Voice: voce sconosciuta
V: Allora Ben, ci troviamo all’Archivio Primo Moroni di Milano. Questa è la terza tappa del nostro tour europeo. Abbiamo passato alcuni giorni a Parigi e a Roma prima di venire qui. Quando è stata l’ultima volta che sei venuto in Europa?
B: Era qualche anno fa. Sono andato a Oslo, in Norvegia, sono andato a trovare i sami, poi sono andato in Germania, a Vienna, in Lituania (due volte), in Grecia…
V: È la prima volta che vieni a Milano?
B: No, la prima volta che sono stato a Milano era il 1971, ma solo per pochi giorni.
V: Cosa ne pensi del tuo viaggio?
B: Mi sento benissimo.
V: Abbiamo una lista di domande scritte dai compagni di Calusca City Lights, la libreria in cui ci troviamo in questo momento. Up Against the Wall, Motherfuckers!: perché avete scelto questo nome?
B: Be’, in realtà non avevamo proprio un nome. Abbiamo creato la rivista Black Mask, e piano piano le persone che erano in Black Mask aumentavano di numero. Un giorno, a New York, i netturbini hanno indetto uno “sciopero della spazzatura” (garbage strike). Nel Lower East Side, nel ghetto, dove vivevamo, c’erano montagne di spazzatura alte fino al soffitto – ma nelle zone più ricche della città avevano netturbini privati, quindi di spazzatura proprio non ce n’era. Così noi ci diciamo: a casa loro [dei ricchi] di immondizia non ce n’è, mentre noi siamo pieni: semplice, ci pensiamo noi a portargliela. Il Lincoln Center di New York… un vero e proprio centro culturale: opera, balletto, musica classica – ecco, per noi quella era spazzatura. Noi di spazzatura vera ne avevamo a iosa… così l’abbiamo portata davanti al Lincoln Center e l’abbiamo gettata nella fontana. Poi abbiamo fatto un volantino per spiegare cosa stavamo facendo e perché – ma non avevamo un nome! Perché il gruppo era molto cresciuto da Black Mask, e non poteva più essere chiamato cosi.
Avevo un amico, un poeta nero, di nome Leroy Jones, che in seguito ha cambiato nome in AmiriBaraka. Scrisse una poesia, in quella poesia diceva: “Up Against the Wall, Motherfuckers”. A dire il vero a noi serviva solo qualcosa con cui firmare il volantino, dato che non avevamo modo di identificarci: lo abbiamo scelto non come nome, ma solo come dichiarazione, come slogan. “Questo è uno scambio culturale: spazzatura per spazzatura”. E in fondo c’era scritto: Up Against the Wall, Motherfuckers!. Si trattava di un saluto, di una specie di dichiarazione rivoluzionaria, non certo di un nome. Ma tutti pensarono che fosse un nome, perché era in fondo ai volantini, e così la gente ha cominciato a chiamarci così. Ma non l’avremmo mai scelto come epiteto, perché in un certo senso era egotico; era forte, radicale, e chiamarsi così non sarebbe stato appropriato. Ma alla fine hanno cominciato a chiamarci così.
V: E la canzone dei Jefferson Airplane?
B: I Jefferson Airplane hanno preso uno dei nostri poster, ne hanno tratto le parole e hanno fatto una canzone. Volevano cantarla in TV e ovviamente la stazione televisiva voleva censurare la parola “figli di puttana”, e loro han detto ok, non lo faremo. Ma al momento della performance live, l’hanno detto eccome. Così è stata la prima volta che quella parola è stata proferita in televisione, almeno negli Stati Uniti.
V: Quanti eravate nel gruppo?
B: In verità non saprei, il gruppo era piuttosto amorfo. Forse c’erano un centinaio di persone nella cerchia ristretta, e forse un altro centinaio attorno a loro, e forse un altro centinaio nella cerchia più larga, e poi c’erano gruppi più piccoli in altre città. Direi non più di quattro o cinquecento persone.
V: Vi definivate una “banda di strada con un’analisi” (A street gang with an analysis). Cosa intendevate?
B: Beh, eravamo come una banda di strada! Molti di noi sono cresciuti nei ghetti; eravamo ex eroinomani, gente di strada, e attiravamo di conseguenza molta gente di strada, così abbiamo usato il termine “street gang with an analysis”, che significa che non eravamo una semplice gang senza capacità di comprendere quel che ci accadeva attorno. Abbiamo capito che qualcosa andava fatto per abbattere la cultura dominante. Abbiamo fatto un’analisi di ciò che c’era di sbagliato; il nostro fine era cambiare l’esistente.
V: Raccontaci qualcosa di più sulle strade di New York in quel periodo.
B: C’erano diverse aree. Il Lower East Side, dove eravamo noi, era un ghetto, con diverse baraccopoli. Non era una zona borghese, era molto povera: molta criminalità, molti drogati… Non era una zona sicura, ma per noi andava bene. Durante quella che chiamavano l’era hippie molti ragazzi scappavano di casa, e venivano nel Lower East Side quando avevano 10, 11, 12 anni… non si rendevano conto di quanto fosse pericolosa quella zona. Così noi ci prendevamo cura di loro, li proteggevamo. Alcuni dei nostri erano in strada apposta per cercare di proteggerli, avevamo quelli che chiamavamo crashpads, tipo delle case comuni, dove i ragazzini potevano dormire al sicuro la notte. Gli davamo da mangiare. Percepivamo il loro rifiuto per l’America, quindi li aiutavamo.
V: Praticavate la “deriva” situazionista?
B: We did what we did. Il situazionismo era tutto libri. Noi non ne leggevamo molti, a dire il vero. I situazionisti pensavano che fossimo come loro; ci hanno adottato, e ci hanno reso membri dell’Internazionale Situazionista. Ma quando si sono resi conto che non eravamo ideologici, che eravamo solo pazzi, selvaggi, e non seguivamo nessun dogma, ci hanno espulsi, e io ho gli ho detto: non potete espellermi, perché non sono un membro, non vi ho mai chiesto di entrare nel gruppo. In seguito hanno espulso la sezione inglese dell’IS perché si sono schierati con me. Guy Debord ha espulso tutti, anche delle brave persone. Alla fine della sua vita ha espulso se stesso[1].
M: Qual era la tua idea, e in generale la posizione dei UAWM, riguardo al movimento hippie?
B: Ci trovavamo bene con loro. Sentivamo che erano giovani, che in fondo rifiutavano l’ambiente in cui erano nati. Non condividevamo per nulla, e non ne abbiamo mai fatto mistero, la loro tendenza alla commercializzazione; ma al contempo non è stata colpa loro. Sono stati usati. Ci piaceva l’idea che la gente si ritirasse[2], lasciasse l’America. Dicevano “noi non la vogliamo”. E se ne sono andati. E sono venuti dove eravamo noi, così abbiamo pensato che avremmo dovuto aiutarli. Proteggerli.
M: Ma non pensavate che i fiori non fossero sufficienti?
B: Sì. Per questo abbiamo coniato il detto: “Flower power can’t stop fascist power”. Ma loro, gli hippies, erano giovani! Non avevano un’idea precisa di cosa fare. Stava a noi partorire quell’idea, e lasciare che la abbracciassero o meno. Sapete, gli anarchici parlano della “propaganda con il fatto”… in altre parole, invece di dirglielo, o scrivere un libro, lo vivi, glielo mostri, vivi per strada con loro. Se vengono attaccati, li difendi.
Una volta alcuni ragazzi sono stati aggrediti per strada – eravamo nel Greenwich Village – io mi sono buttato in mezzo e li ho difesi. Sono stato arrestato per tentato omicidio, perché una delle persone che li ha aggrediti si è ferita gravemente, è quasi morta a causa di una coltellata. Insomma, non parlavamo e non seguivamo dogmi: la vita l’abbiamo vissuta fino in fondo.
M: Discutevate sul senso e sull’uso della violenza?
B: Sì, eravamo d’accordo nell’usare violenza per difenderci l’un l’altro. La gente ci diceva: “Oh, ma voi non siete parte della “love generation”? Noi rispondevamo sì, certo, siamo la generazione dell’amore. Amore armato. Armed love. Ho coniato per primo questo termine, e sono stato il primo a usarlo. Fondamentalmente noi crediamo nell’amore, ma sappiamo che dobbiamo lottare per difenderlo, cosa che abbiamo fatto. I militanti politici di quel tempo, negli anni Sessanta, si sentivano un po’ distanti da noi; non gli piacevano molto perché facevamo parte della controcultura. E a molti hippies invece non piacevamo perché giustificavamo l’uso della violenza, anche se solo a scopi difensivi.
M: Contro-controcultura.
B: Esatto
V: Puoi dirci qualcosa di più sulla rivista Black Mask?
B: Black Mask risale a un po’ prima dei Motherfuckers. Era un tentativo di unire l’arte alla politica, alla rivoluzione. Insomma, eravamo artisti; sentivamo che in quel momento in America si combatteva contro la guerra in Vietnam e si lottava a fianco della popolazione nera, e sentivamo anche che essere degli artisti significava utilizzare l’arte per mostrare ciò che andava fatto per diventare qualcosa di più di un artista “puro”, riconoscendo l’arte e la politica come prodotto di uno stesso bisogno umano. Black Mask è stato un tentativo di combinare l’arte con la politica. In quanto tentativi di costruire un ponte tra arte e vita, Dada e il surrealismo costituivano dei punti di riferimento per noi.
V: E che dire dei beatniks?
B: Sentivamo che il movimento beat era l’inizio di qualcosa. Anche loro rifiutavano la cultura americana dominante. Non erano certo dei radicali, la maggior parte di loro non erano militanti politici, ma almeno hanno tentato di rompere i legami con l’America, quindi in un certo senso posso dire che abbiamo ripreso le loro tracce. Mi piace descriverlo con una metafora: è stato come a una staffetta – hai presente, no? – il primo passa il testimone al secondo, e via a correre, il secondo lo passa al terzo e cosi via… Consideravamo la rivoluzione come una staffetta: loro hanno corso e hanno passato il testimone a noi, che l’abbiamo raccolto e abbiamo corso un po’ più in là. Così ora qualcun altro deve raccogliere il testimone di ciò che abbiamo fatto nei sixties e andare avanti. Non si può certo ripetere esattamente quello che abbiamo fatto in quegli anni – ciò che è stato è stato – ma ora qualcuno deve prendere il testimone e passare al livello successivo.
V: Chi è che deve prendere il testimone oggi? E come?
B: Beh… chi sta qui, ad esempio, in questo squat [cioè il posto dove siamo, il CSOA Cox 18, di via Conchetta, a Milano]. Bisogna trovare dei modi per far risorgere questa necessità, per distruggere la vecchia cultura, il vecchio sistema, e andare avanti. La gente lo fa nei modi più disparati, alcuni che vivono qui lo fanno in un modo, altri che vivono altrove lo fanno in un altro, c’è chi usa la violenza e chi no. Alcuni lo vivono… la decisione di cosa fare per cambiare risiede in ciascuno… questo sistema è morto, finito! Sta a ciascuno decidere cosa fare, e come rimpiazzarlo. Alcuni sono più interessati a distruggerlo, altri a costruirne uno nuovo, un’alternativa…
Voice: Tu da che parte stai? Dalla parte di chi vuole distruggerlo o dalla parte di chi vuole costruirne un altro?
B: Da entrambe le parti. Faccio un esempio: abbiamo invaso il Pentagono, l’area dove si trova l’edificio del Pentagono. Siamo le sole persone nella storia che sono riuscite a entrarci e a scontrarci con le truppe che lo difendevano. Al tempo stesso, siamo riusciti a rendere gratuito un festival come quello di Woodstock[3]. Coprivamo tutti e due i campi, politico e culturale: distruggevamo il sistema costruendone al contempo uno nuovo. Davamo da mangiare alla gente, e al tempo stesso li difendevamo, e combattevamo il sistema. Quindi facevamo entrambe le cose: ma non tutti facevano lo stesso.
Voice: Hai qualche consiglio da dare per chi vuole darvi il cambio, sui modi per sfuggire alla repressione?
B: Chi si accorge in cosa consiste l’oppressione capisce da solo cosa e come deve fare per combatterla. Non necessita nessun aiuto o nessun consiglio. Ecco cosa c’è di profondamente sbagliato nel marxismo e in altre ideologie dogmatiche: si fondano tutte su un copione che dice “ecco, questa è la strada”. Ma la strada, sei tu che la devi trovare. Non puoi seguire la via di qualcun altro, e in base a quella trovare le persone a te affini. Per questo uso il termine “gruppi di affinità”: devi trovare innanzitutto chi è affine alla TUA linea, alla tua via. Poi, ci puoi costruire un gruppo attorno… ma non puoi dire semplicemente, da un punto di vista esterno, “ok, facciamo così e cosà”. È chi sta effettivamente facendo le cose che deve dare la linea. Nei Sessanta abbiamo deciso la via da seguire, una via che, come ti dicevo prima, non potrà mai essere ripercorsa esattamente allo stesso modo. Oggi ti ammazzerebbero… ti immagini provare a entrare nel Pentagono? No way… sarei un pazzo a consigliare a qualcuno di farlo! Le circostanze sono tremendamente cambiate; bisogna quindi capire come aggirarle. Invece di attaccarli frontalmente, bisogna scavare sotto i loro piedi e lasciare che affondino. Ai tempi, credo che abbiamo speso molto tempo attaccandoli; forse oggi la cosa da fare è scavare, e portarli cosi al collasso… Voglio dire, i modi cambiano. Noi non potevamo ripetere i modi di lotta che usavano nell’800, quando gli anarchici gironzolavano per il mondo per uccidere re e imperatori. Oggi dobbiamo farlo diversamente, dobbiamo sempre uccidere gli imperatori, ma in modo diverso.
V: Cosa sai del movimento rivoluzionario italiano di quegli anni? Eri in contatto con compagni di qui?
B: Non proprio, no. Eravamo coscienti dei progetti che stavano portando avanti, ma personalmente non ero in contatto con loro. Conoscevo gente dalla Francia, dal Giappone (gli Zengakuren), i Provos olandesi. In molti passavano a stare da noi, dall’Inghilterra e dalla Francia.
V: E cosa mi dici di Franco Beltrametti?
B: L’ho conosciuto grazie a un amico, che mi ha dato il suo contatto. Mi trovavo vicino a Lugano con Timothy Leary, e qualcuno mi ha detto “puoi rientrare facilmente a New York da qui passando per Milano”. Qualcuno mi ha dato il contatto di Franco, ho passato qualche giorno a casa sua. Siamo stati proprio bene. Certo era uno più della beat generation, non tanto un “politico”…
V: E i Weather Underground? Avevi relazioni con loro?
B: Cominciarono a fare politica quando erano ancora studenti. Incontrammo molti di loro all’occupazione alla Columbia University. Cosi ci impegnammo molto nelle lotte studentesche, con le ali più radicali del movimento. Ma le abbiamo sempre contestate; non bastava essere uno studente radicale, bisognava andare fuori, uscire in strada e fare qualcosa. Così loro, i futuri Weathermen, sono stati profondamente influenzati da noi, quando ancora non si chiamavano cosi; hanno poi cominciato a definirsi con quel nome in un secondo momento. Non ero totalmente in accordo con il loro approccio leninista. Una parte di ciò che facevano era del tutto necessaria, ma non capivo come certe loro azioni avrebbero potuto determinare una rivoluzione in America. Avevano un’impostazione leninista che non condividevo. Ma eravamo amici. E quando divenimmo dei ricercati, alcuni di loro vennero con noi. Uno di loro venne con me durante gli anni di latitanza sulle montagne. Erano amici, li conoscevo, ma non ero del tutto d’accordo con il loro approccio.
V: Cosa accadde quando l’onda del movimento si infranse, alla fine degli anni Sessanta?
B: Accaddero diverse cose. In molti raggiunsero il movimento di ritorno alla terra[4]. Altri, come me, si diedero alla macchia. Ho vissuto nella natura da latitante per cinque anni, girando a cavallo. In molti scomparirono. A un certo punto ci fu un sollevamento armato nel New Mexico, la Guardia Nazionale intervenne. Alcuni di noi raggiunsero i rivoltosi, a cavallo, a combattere la Guardia Nazionale sulle montagne. Un mio amico fu ucciso: era una rivolta armata. Alcuni quindi andarono nel New Mexico, altri in comuni hippies, altri tornarono a essere studenti radicali.
V: Per quanto tempo sei stato latitante?
B: Sono stato sulle montagne, in the wilderness, per cinque anni. Quando ho smesso di essere nomade e ho deciso di assumere uno stile di vita sedentario, non sono tornato a vivere nella società dominante. Mi sono riavvicinato alla società in maniera moolto graduale…
V: Perché hai deciso di tornare?
B: Ero molto soddisfatto della mia vita nel West, mi ero molto impegnato con i Nativi americani, ho avuto figli e nipoti; sentivo di stare davvero facendo qualcosa con i Nativi. Ma una persona un giorno mi ha chiamato, chiedendomi di tornare a New York, a parlare degli anni Sessanta, al 16 di Beaver Street[5]. Gli ho risposto picche. Mi avevano lasciato un messaggio all’ufficio delle poste, dato che non era possibile contattarmi direttamente. Dopo averli richiamati, gli ho detto no, non tornerò. Pensavo davvero che il mondo oggi fosse molto peggiore, più fucked up rispetto a quello che mi ero lasciato indietro. Aveva davvero bisogno di una scossa. E io mi sentivo colpevole, mi dicevo “come posso dirgli di no?”. Ho provato a cambiare il mondo tempo fa, e ora questi ragazzi necessitano del mio aiuto, così poi mi sono detto “Ok, proviamoci”, parlerò un po’ e cercherò di reintegrarmi in società in un modo o nell’altro. Ed eccomi qui.
V: Cosa hai ritenuto dall’esperienza coi Nativi del Colorado?
B: Beh, noi ci occupavamo di arte e di politica. Pensavamo che entrambe fossero necessarie. Ma ho sempre sentito la mancanza di una forma di comprensione altra. Percepivo la necessità di sviluppare una parte “spirituale” – attenzione, non religiosa: sono totalmente contro la religione, la quale è nemica della spiritualità. I Nativi avevano ai miei occhi una parte spirituale e una parte guerriera, e non capivo come ciò fosse possibile. Noi avevamo la parte guerriera, ma mancava quella spirituale. Ho sempre voluto capire come facessero… dopo quasi cinquant’anni passati tra loro, ho cominciato a capirci qualcosa.
Ero riluttante all’idea di tornare indietro, ma ho sentito che dovevo farlo. Sto diventando vecchio, mi avvicino agli ottanta. Sento che se non torno indietro e non faccio qualcosa ora, sarà troppo tardi, poi non sarò più in grado di viaggiare e di fare alcunché…
V: Che ruolo hanno giocato le droghe in tutta questa storia?
B: Consumare droghe è come respirare: esse non scompariranno di certo. Da ragazzino ho iniziato con l’eroina, ero completamente dipendente, fino a quando non ne sono uscito, e ho imparato ad apprezzare l’arte e la politica. Ho cominciato a capire che esisteva un altro modo di vivere, al di là dell’ero, ho cominciato a capire che esistono due tipi di droghe: le droghe della morte, ovvero eroina, metedrina, speed… e le droghe della vita, marjiuana, LSD, hashish. Ho cominciato a interessarmi molto agli psichedelici, come i funghi e alcune piante usate dai nativi. Insomma, facevamo questa divisione, da una parte le droghe della morte, contro le quali mi scagliavo costantemente, incoraggiando la gente a evitarle, invitando al contempo a comprendere le droghe della vita. Esse sono qualcosa che possono aiutare, dal punto di vista mentale e fisico, possono inoltre aiutarti a capire come distruggere questo sistema e come inventarne uno nuovo. Pensavo sarebbero potute essere utili; e che fossero essenziali alla ricerca spirituale. Popoli originari di tutto il mondo fanno uso di elementi psicotropi per sviluppare le loro visioni. Quindi ho pensato che anche a noi avrebbero potuto essere utili; insomma, qualcosa su cui poterci basare. Il mondo materialista non è solamente “fatto” di capitalismo. Insomma, il capitalismo non è cosi difficile da distruggere, penso. Il materialismo lo è molto di più. Questa nostra cultura si fonda interamente sul materialismo. Il capitalismo ne è solo la parte peggiore, quella più visibile; ma l’intero concetto del fatto che siamo separati dall’universo della creazione, questo per me è un problema più grande. Per me, distruggere il capitalismo non è sufficiente. Dobbiamo distruggere il concetto, la stessa cultura del materialismo.
V: Quali sono state le conseguenze del tuo stile di vita?
B: Ai tempi, nel vivo della battaglia, quando ero un militante, le conseguenze potenziali erano la prigione o la morte. Ma sai, oggi non sento su di me nessuna conseguenza.
V: L’altro giorno si parlava di questa storia del “divenire banditi”…
B: Sì, giusto. Quando ci siamo resi conto che la lotta rivoluzionaria stava per essere persa, un sacco di noi andarono sulle montagne, e molti tra loro erano armati; e dato che la rivoluzione non arrivava – e loro erano dei guerrieri! – molti diventarono banditi. Molti del mio gruppo, della mia famiglia, furono uccisi in quel contesto, o durante la lotta. Mio fratello venne ucciso. Vorrei cominciare ad approfondire la questione del “divenire banditi”. Accadde in molte altre situazioni, come in Makhnovcina dove, dopo che la rivoluzione falli a causa dei bolscevichi, divennero banditi. È successo in Spagna, o in Africa. Ovunque, dove una rivoluzione fallisca; cosa faresti una vota che sei armato fino ai denti e pronto a morire ogni giorno? Non puoi certo tornare a casa, reinserirti in società e aprire uno studio dentistico. Si diventa banditi. Come Pancho Villa: era un rivoluzionario, è diventato un bandito. È un processo endemico, accade dappertutto. In ogni situazione nel mondo in cui una lotta rivoluzionaria non è andata a buon fine, c’è sempre qualcuno che finisce per fare il bandito. Sto lavorando con qualcuno a raccogliere questo tipo di storie… Gli stavo raccontando di cosa è successo alla mia family, della sparatoria con la polizia e di come alcuni vi abbiano perso la vita.
Voice: Hai dei consigli da dare ai giovani rivoluzionari di oggi su come sfuggire alla morte e alla repressione senza abbandonare l’idea della rivoluzione?
B: Come dicevamo prima, credo che la gente debba seguire secondo il proprio istinto e capire da sola come agire. Ho sempre detto che la rivoluzione non può essere un evento. I marxisti pensano che la rivoluzione sia un evento, e questo è un modo sbagliato di pensarla. La rivoluzione è un modo di vivere [way of life]. Quindi, dobbiamo divenire rivoluzionari, dobbiamo vivere come rivoluzionari; ogni cosa che facciamo o è rivoluzionaria, o è parte della controrivoluzione.
Voice: Prima hai detto di essere un guerriero. Puoi spiegare cosa è un guerriero per te?
B: Qualcuno che ha il coraggio di combattere e di morire per qualcuno che non sia sé stesso, al di là della propria salvaguardia. Qualcuno che vive per qualcosa che è al di fuori di lui.
M: Come i terroristi islamici?
B: Preferisco il sabotaggio al terrorismo. Il sabotaggio è contro cose materiali, il terrorismo spesso invece si rivolge contro le persone, e su questo non sono d’accordo. Penso anzi che il terrorismo sia un elemento deleterio per il movimento rivoluzionario. Ma non critico chi decide di praticare il sabotaggio.
Voice: Hai delle nuove idee su come praticare il sabotaggio?
B: Nei Sessanta abbiamo capito delle cose in merito. Nella mia family c’erano ex Berretti Verdi, ed ex militari, che sono diventati dei rivoluzionari. Loro sapevano fare delle cose… ma non è da tutti. Alcuni non si sentono bene nei panni dei sabotatori; e va bene cosi. Potrebbero forse aiutare in altri modi. Non credo all’idea di criticare la gente perché non fa esattamente quello che fai tu. Serviranno pacifisti, sabotatori, guerrieri, artisti, perfino cuochi… Voglio dire, tutti noi siamo essenziali se vogliamo minare il sistema dalle fondamenta. Se non sai come coltivarti il cibo, se non sai come cacciare, e non sai riparare niente, come speri di far collassare il sistema? Cosa farai nell’eventualità che il sistema collassi? Non avresti nulla con cui rimpiazzarlo… quindi tutti devono imparare le cose che sono necessarie per la vita. Ma è un duro compito: e tutti lo fanno in maniera diversa. Questa per me è rivoluzione: quale parte sarà la mia parte? Magari tra noi c’è qualche poeta. Non puoi certo andare a dirgli “hey, sei un poeta, non sei mica un rivoluzionario!”. Voglio dire, avremo bisogno di poeti! Abbiamo bisogno di gente che rimpiazzi questa cultura commercializzata e capitalista, quindi abbiamo bisogno di tutti. Compresi i musicisti.
M: Dopo che il sistema sarà collassato, dopo che la rivoluzione sarà fatta, come sarà il mondo?
B: Le giovani generazioni che verranno dopo la nostra, diciamo tra vent’anni, come facciamo a sapere come condurranno la lotta? Il nostro compito è solo portare quest’ultima il più lontano possibile. Voi la porterete più in avanti di me, sicuro. Ma non possiamo pianificare le mosse per la prossima generazione, sono loro che devono raccogliere quello che abbiamo seminato, capire ciò che abbiamo sbagliato e come continuare a fare meglio. Ma non possiamo prevedere il futuro, fino a quando quest’ultimo non ci si paleserà davanti agli occhi.
M: Pensi che la rivoluzione sia come il Messia, cioè che arriva sempre domani?
B: È entrambi, oggi e domani.
M: La rivoluzione è importante come vivere la tua vita…
B: …ma quella è la rivoluzione! Vivere la tua vita nel tuo modo. La rivoluzione non è un evento. È un modo di vivere. Ecco perché in molti luoghi c’è stata una rivoluzione, ma la vita in fondo non è cambiata. Guarda cos’è successo in Russia con Stalin. O in Francia, è finita con la situazione di oggi. La rivoluzione è senza fine! Devi chiederti, ok, c’é stata una rivoluzione, ma cosa faremo domani? Troveremo un’altra maniera di vivere? Ma nella misura in cui smetti di cercare questa nuova forma di vita, la rivoluzione muore. In America, c’è stata una rivoluzione. Ora c’é Trump. Quando una rivoluzione accade, non puoi reagire tipo “ok, abbiamo fatto una rivoluzione; ora torniamo a vivere”. No, una volta che una rivoluzione accade, devi continuare a pensare il giorno dopo come mantenerla. Insomma, non è un evento. Dopo il 4 luglio, viene il 5.
M: Mentre vivevi con i nativi, sentivi che stavi vivendo la rivoluzione, o semplicemente un altro approccio alla vita?
B: La vivevo nella misura in cui non partecipavo alla vita della società dominante. Era qualcosa di coerente con le mie convinzioni. Non sono diventato un broker come Jerry Rubin. In altre parole, ho continuato a vivere a un livello che per me era rivoluzionario. Cercavo di mantenere viva la mia spiritualità, per questo ho coniato il termine animismo rivoluzionario. L’animismo consiste più o meno nell’idea dell’universo come unità, in cui tutte le sue parti sono connesse l’una all’altra. Ma d’altra parte non basta riconoscere che il mondo è unità; bisogna anche riconoscere che il mondo va cambiato. Quindi uso questo termine, piuttosto che animismo tout court, che significa solamente riconoscere l’unità dell’universo. Un animista “puro” può anche accettare il mondo così com’è, mentre io penso che il nostro compito sia di cambiare e distruggere ciò che è rimasto di inutile. Bisogna trovare il modo… e non è facile! Non tutti possono diventare dei militanti. È ancora possibile trovare il modo di eliminare la forma di vita capitalista. Ma come? Sta ai singoli e ai gruppi deciderlo. Hai presente la permacultura? Un sacco di gente sta tornando a condurre una vita nelle campagne, utilizzando la permacultura per riparare i danni fatti alla terra. Spero che capiscano che riparare i danni fatti alla terra non è sufficiente; dobbiamo prevenire anche i danni futuri che potrebbero esserle fatti. Insomma, stai mettendo una pezza, ma quelli sono ancora lì fuori a fare danni. Dobbiamo fermarli! Il cambiamento climatico è una cosa orribile… ma non è solo una questione di cambiamento climatico! I capitalisti sono convinti che la terra gli appartenga… per questo ne estraggono le risorse in maniera violenta. Prendono e distruggono… insomma non puoi risolvere una cosa come, ad esempio, il cambiamento climatico, e sperare che il resto si risolva da solo. Tutto deve cambiare, bisogna correggere tutto. È un compito difficilissimo. Quindi… faresti meglio a cominciare [sorride].
V: Cosa pensi del movimento dei Gilet Jaunes?
B: Mi piacciono! Non so dove stiano andando ma… mi piacciono, e mi piace anche l’idea che non siano né di destra né di sinistra. A mio avviso le categorie di destra e di sinistra non sono più utili. Per me, i Gilet Jaunes hanno qualche possibilità. Forse domani non sarò più d’accordo con loro, ma per ora, penso siano qualcosa di positivo. La ZAD[6] è ciò in cui mi riconosco di più.
M: Ci sei mai stato?
B: Avrei voluto ma non ho ancora avuto occasione. Quando vado in posti del genere, come quello dove siamo stati a Roma[7], penso che siano modelli attuati del cambiamento possibile. Dobbiamo riprodurre il cambiamento della società intera anche su scala più piccola. È una sfida ardua; e non accadrà domani, dobbiamo quindi continuare a lavorarci su.
V: Stiamo pianificando il prossimo viaggio, stavolta vorremmo andare nel sud Italia. So che vorresti andare a Napoli, e a Bari… La tua famiglia viene da Bari, no?
B: Sì, mio padre e mio nonno sono di lì.
V: Un ritorno alle origini!
B: Sono eccitato all’idea di pensare a cosa è tuttora possibile, di vedere quello che fa la gente, e di esserne parte, anche se oramai ho raggiunto l’ultimo stadio della vita. Quindi, fino a quando sono qui, farò quello che va fatto. Andrò alla ZAD, andrò a vedere Bari… Insomma, vorrei imparare a parlare l’italiano. È cosi difficile comunicare tra lingue diverse…
M: Allora, c’è una domanda che ti aspettavi che non ti abbiamo fatto?
B: Sai, questo è parte di ciò che mi piace. Ero molto amico di Valerie Solanas, la donna che sparò a Andy Warhol, così in molti posti dove vado mi chiedono della mia amicizia con lei; in altri posti mi chiedono dei Weathermen, in altri delle Black Panthers, con le quali ero molto amico. In altri posti non mi chiedono niente di tutto questo… e mi piace! Non voglio riscaldare sempre la stessa minestra.
Voice: Sono molto interessato alle influenze di Dada su Black Mask.
B: Molto profonde. Conosci Richard Olsenbeck? Era a New York, eravamo in comunicazione costante, e mi parlava di Berlino. Mi diceva: Berlino aveva il Dada più radicale, Zurigo cosi cosi, in Francia per nulla. Anche per il surrealismo funzionava cosi, a un altro livello. Dada ci ha insegnato che non bastava essere degli artisti.
Voice: Non è facile per me capire la vera differenza tra Dada e, mettiamo, Fluxus.
B: Sì, lo immagino. A me interessa Dada, Fluxus non mi è mai interessato. Il modo in cui facevano le cose non mi ha mai catturato. Dada invece mi esaltava, al contrario di Fluxus. Conoscevo qualcuno di loro. Mi piacevano anche, dal punto di vista visuale e artistico, i costruttivisti russi, che hanno assistito alla rivoluzione, e hanno cercato di essere parte di essa prima di essere fatti fuori dalla gerarchia di sinistra. Mi piace il loro lavoro, e il loro tentativo di applicare l’arte alla vita quotidiana. Mi piacevano anche i beatnik, un sacco. Non penso abbiano risolto il problema ultimo ma penso che siano riusciti a creare una breccia, a trasmettere un bisogno… Come Timothy Leary: ho sempre pensato che ci fosse in lui una parte, quella commerciale, che non mi piaceva. Ma lui ha davvero riconosciuto il potenziale dell’acido nell’aprire le menti, sviandole dalla cultura in cui erano immerse. E penso che avesse ragione su quello, ovvero che l’acido potesse rompere la struttura della civiltà, della coscienza occidentale. Black Mask è stato il nostro tentativo… cercavamo di dimostrare che arte e politica non erano sufficienti, che c’era bisogno di qualcosa di più… abbiamo scritto un sacco su Wilhelm Reich, ad esempio. Abbiamo creato un sacco di visuals, di poster… Allen Ginsberg era mio amico. Non eravamo d’accordo praticamente su niente, ma mi piaceva ed eravamo amici. Mentre lui diceva “ommmm…” io dicevo “Armmm…”. Una volta qualcuno bussò alla porta del mio appartamento a New York. Ho aperto: era una piccola donna italiana. Fernanda Pivano, stava sulla porta a guardarmi: “Mi ha mandato Allen Ginsberg. Mi ha detto che voi siete la prossima generazione”. Mi piaceva molto. Ci sono diventato amico. Ogni volta che veniva a New York veniva a visitarmi. Penso sia stata la prima a portare la Beat Generation in Europa, o almeno in Italia. Era una donna molto dolce. Mi sarebbe piaciuto vederla un’ultima volta prima che se ne andasse.
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[1] Il 30 novembre 1994, nella sua casa di Champot-Bas, Guy Debord, fondatore dell’Internazionale Lettrista e dell’Internazionale Situazionista, si uccide sparandosi un colpo al cuore.
[2] “Drop out” nell’originale.
[3] Furono i Motherfuckers a prendere l’iniziativa di tagliare le reti che cingevano il campo dove si sarebbe dovuto svolgere, il giorno successivo, l’enorme festival, rendendo così l’evento gratuito e accessibile a tutti.
[4] “Back to the land movement”. In sostanza, il movimento delle comuni.
[5] Una sorta di Centro Artistico e Sociale, situato a Manhattan, molto attivo durante il movimento Occupy Wall Street.
[6] Acronimo di « Zone A Défendre », zona da difendere. La ZAD più famosa è quella di Notre Dame des Landes, vicino a Nantes, occupata per contrastare la costruzione di un aeroporto.
[7] Al CSOA Forte Prenestino, a Roma.
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