di Stefano Nava
Un calcio alla guerra è un catalogo dell’oblio sportivo, un’enciclopedia tascabile della memoria di fenomeni sociali – il calcio e lo sport per esteso – che sanno declinarsi troppo spesso al solo tempo presente.
Nelle 224 pagine che compongono il saggio di Davide Grassi e Mauro Raimondi (Milieu Edizioni) sfilano le vicende di atleti travolti dalle atrocità del nazifascismo. Un affresco attento, fruibile, essenziale ma approfondito, che non si pone steccati disciplinari e che amplia, capitolo dopo capitolo, la propria trattazione verso un orizzonte sempre più vasto. Il pallone, sempre protagonista assoluto, rotola per tutto il primo Novecento. Sullo sfondo, scenari via via sempre più estesi: la Resistenza, l’era dei totalitarismi di estrema destra, il conflitto in Italia prima e in Europa poi. Ma Un calcio alla guerra non si limita a questo. Il saggio è anche un lavoro storiografico sul campo, che dedica un intero capitolo a una sbalorditiva riscoperta: una partita, Milan – Juve del 2 luglio 1944, e un rastrellamento nazifascista alle porte dell’Arena Civica di Milano. Un fatto storico a pieno titolo, relegato alla dimensione della leggenda e riportato alla luce durante la stesura del saggio, anche grazie al fortuito ritrovamento di un fonogramma presso l’Archivio di Stato di Milano. Per approfondire i tanti temi affrontati abbiamo contattato i due autori, Davide Grassi e Mauro Raimondi. Giornalista il primo e storico di Milano il secondo, hanno deciso di concederci gentilmente una chiacchierata, di cui quest’intervista è il frutto.
Árpád Weisz, Čestmír Vycpálek, Béla Guttman, Matthias Sindelar, Josef Bican: nomi di autentici protagonisti del calcio novecentesco, che in pochissimi associano alla tragica realtà di guerra. Veri e propri soggetti storici, troppo spesso considerati solo soggetti sportivi. Eppure, in Un calcio alla guerra si scopre che lo sono, e a pieno titolo. Cosa complica l’esercizio della memoria quando c’è di mezzo il calcio?
D.G: Ci sono diversi aspetti da considerare. Il più banale è che nel calcio si vive molto nel presente. Della partita della domenica, di quella successiva, del calciomercato. C’è una certa superficialità che porta a dimenticare storie di questo tipo. Tra l’altro, in Italia, abbiamo scarsa cultura della memoria non solo sulle figure singole, ma anche sulle squadre. In Inghilterra, per esempio, c’è un atteggiamento quasi religioso nei confronti del passato di alcune grandi società, specie quelle che hanno vissuto avvenimenti tragici, come il Manchester United o il Liverpool. Qui, tolta qualche eccezione come Torino, Genoa e in parte anche Milan, il passato è un aspetto trascurato. È anche una questione di sensibilità, che è un po’ carente. Faccio un esempio: nel libro appare la vicenda di Ferdinando Valletti, calciatore del Milan deportato in campo di concentramento nel ’44, dopo aver partecipato agli scioperi dell’Alfa Romeo. Si salvò in modo rocambolesco e tornò all’attività sportiva. Parlando con la figlia, mi sono reso conto di una realtà abbastanza spiacevole. Lei chiese alla società, ai tempi della dirigenza Berlusconi-Galliani, un regalo per il padre, anziano e malato di Alzheimer. Non ha mai ricevuto risposta e gli diede una penna con il logo del Milan dicendo che le era stata inviata dalla società. Per onore del vero va detto che con la nuova amministrazione qualcosa è cambiato.
In occasione della Giornata della Memoria, il Milan ha dedicato un video a Mino Steiner, calciatore delle giovanili rossonere degli anni ‘30 e nipote di Giacomo Matteotti che da antifascista si avvicinò al Partito d’Azione. La sua storia finì tragicamente e la società ha realizzato un tributo, intervistando i parenti e mostrando una pietra d’inciampo dedicata. Sta nascendo una nuova sensibilità, il che fa piacere.
M.R: Il calcio è legato più al futuro che al passato: è congenito nello strumento calcio in sé e lo è a maggior ragione in un contesto frenetico come quello di oggi, dove si gioca ogni quattro giorni. Inoltre, la letteratura sportiva è sempre stata considerata letteratura di serie B, nonostante abbiano scritto di calcio intellettuali come Arpino, Pasolini, Brera e Saba. Di conseguenza sono considerati tali anche i suoi personaggi. Noi stessi, scrivendo letteratura sportiva, abbiamo avuto difficoltà a imporla. Questo è un fenomeno tipicamente italiano: altrove viene riconosciuta come di livello. Talvolta, io e Davide ci chiediamo se qualcuno si ricorderà non dico di Meazza, ma addirittura di Rivera. In Italia la rimozione è frequente: non solo il mondo della cultura prende le distanze dalla storia del calcio, ma anche i tifosi stessi. Il testo che vende oggi è la biografia del grande campione del presente, non quello storico.
Un calcio alla Guerra muove dal particolare e procede via via verso il generale: dal focus iniziale sui calciatori resistenti, si amplia la trattazione prima all’Europa intera e poi al mondo dello sport tout court. Cosa ha legittimato questa scelta compositiva?
D.G: L’idea di partenza era quella di scrivere un libro sui calciatori partigiani italiani. Strada facendo ci siamo appassionati e abbiamo ampliato la trattazione, occupandoci in generale di calciatori italiani coinvolti nella guerra. Poi, ci siamo chiesti perché raccontare solo storie italiane, e abbiamo proseguito la ricerca all’estero. E via poi verso vicende sportive in generale. È stata un’evoluzione in divenire. L’idea di partenza era più ristretta. Poi, andando avanti, abbiamo ampliato il raggio d’azione.
M.R: Ci siamo accorti che c’era molto materiale, ma era isolato. L’idea è stata quella di riunire tutte queste storie prese dalle fonti più variegate e farne un compendio il più completo possibile. È un lavoro durato due anni ed è stato complicato proprio perché abbiamo agito su diverse tipologie di fonti, dal web, al documento, al libro.
Nel 2012 l’Inter dedica, tardivamente, una targa ad Árpád Weisz, storico giocatore e allenatore nerazzurro che, dopo aver scoperto il talento di Giuseppe Meazza, troverà la morte in un lager. Dopo decenni di imperdonabile dimenticanza, i grandi club stanno muovendo i primi passi nella direzione della memoria. Perché così tardi?
D.G: È a tratti sconvolgente. Questa vicenda è stata rimossa per anni e sicuramente il personaggio ha avuto un ruolo determinante a livello calcistico. È, come dicevo prima, una questione di sensibilità mancante. Il lavoro di Marani (ndr “Dallo scudetto ad Auschwitz – La storia di Árpád Weisz, allenatore ebreo”, Matteo Marani, Diarkos edizioni, 2019) è stato importante non soltanto per la storia in sé ma anche perché ha dato il via a una maggiore attenzione verso quest’insieme di storie colpevolmente dimenticate. Forse in questo caso c’è anche una punta di senso colpevolezza. Weisz si trovò nel giro di pochi mesi da stimato allenatore internazionale a persona non gradita, e l’Inter non fece nulla.
M.R: Inoltre bisogna ricordare che il dibattito pubblico legato all’Olocausto è abbastanza recente. Ricordo che negli anni ’60 e ’70 se ne parlava forse meno. Con la Giornata della Memoria e le commemorazioni nelle scuole la situazione è finalmente cambiata. È stato istituito un momento in cui fermarsi e ricordare. Poi probabilmente c’è anche un discorso politico. È forse stato, nel dopoguerra, più comodo per tutti omettere, anche alla luce di complicità o vicinanze. Penso comunque che, partendo dalla Giornata della Memoria, moltissime di queste storie sono emerse. Come dice Giuntini (ndr. Sergio Giuntini, storico dello sport e autore) nella prefazione, il nostro libro è sicuramente figlio di quello di Marani, che ha riportato la vicenda di Weisz agli onori della cronaca riempiendo questo vuoto storico.
Accanto alle storie di quegli atleti che dissero di no ai soprusi del totalitarismo, tra gli sportivi ci furono anche vicende di adesione e consenso al nazifascismo. Monzeglio ad esempio, stella dell’Italia bicampione del mondo, era un fascista ortodosso. Quale fu la loro sorte dopo il conflitto?
D.G: Non abbiamo approfondito in particolare modo questo aspetto, anche perché bisognerebbe scrivere un saggio a parte. L’unica vicenda che abbiamo menzionato è quella di Monzeglio, che non ebbe alcun tipo di conseguenza particolare, in quanto non si macchiò neppure di reati. Dopo il ventennio inizierà una carriera di allenatore anche ad alto livello: allenerà Juventus, Napoli e Sampdoria. Di altri calciatori non abbiamo approfondito. La maggior parte dei giocatori si prestava al gioco del regime. I saluti romani a centrocampo durante i mondiali degli anni Trenta venivano fatti per obbligo. Qualcuno, come Monzeglio, lo faceva magari con piacere. Ad altri non importava nulla. Altri ancora, come Aldo Olivieri, lo storico portiere di quella nazionale, lo facevano magari mal volentieri, essendo di ben altre posizioni.
Dopo un anno e mezzo di pandemia, dalle pagine del libro emerge un parallelismo storico di estrema attualità: nemmeno il fuoco del conflitto riuscì a interrompere lo svolgersi del calcio professionistico. Il pallone rotolava nei luoghi più impensati e spaventosi come rotola oggi tra le centinaia di morti quotidiani. Perché fermarlo, per le autorità coinvolte in tragedie così sanguinose, è un rischio?
M.R: Nel ’44 le autorità fecero di tutto per disputare il campionato, imponendo alle società l’organizzazione del torneo. L’idea, che traspare anche dalle fonti, è quella di voler dare all’opinione pubblica il senso della normalità. Le dinamiche non sono cambiate molto: siamo sempre a panem et circenses: il calcio è un grande spettacolo che tiene occupata la testa delle persone e che ha una sua utilità sociale. Anche nella Prima Guerra Mondiale ci fu una dinamica analoga. Nella stagione 1915/1916 il campionato venne regolarmente organizzato, sebbene poi fu trasformato in Coppa Federale. Ebbe uno straordinario successo: in piena guerra il pubblico voleva staccare e dimenticare la situazione. Oggi la dinamica è essenzialmente la stessa: diamo alla gente quel che la gente vuole. Se l’anno scorso si è spento il calcio senza problemi, quest’anno, trovato un protocollo, nessuno si è posto il problema. Così come nessuno si è posto il problema delle partite a porte chiuse, che l’anno scorso sembrava un ostacolo insormontabile e che oggi non stupisce nessuno.
D.G: Rispetto ad allora incide anche il dato economico. Fermare la macchina del calcio avrebbe implicato conseguenze economiche troppo gravi. Se allora il freno era di carattere sociale, oggi è una pressione economica.
Nella Milano dell’estate ’44, le autorità repubblichine usano il calcio come uno dei pochi strumenti di coesione sociale rimanenti. Il campionato Alta Italia di quell’anno è espressione di un regime morente che vuole disperatamente simulare una parvenza di normalità. Che difficoltà logistiche comportava organizzare un campionato nella Repubblica Sociale assediata dagli Alleati?
M.R: Per fare un esempio, quell’anno il Torino, vincitore della Lega Piemontese, doveva spostarsi in Veneto per giocare con la vincente del girone del nord-est. I granata si dovettero spostare in blocco. La Gazzetta titolava con toni roboanti che il calcio proseguiva senza fermarsi, ma dall’altro lato si posero enormi problemi logistici. Il Torino non sapeva come sarebbe partito, se la partita si sarebbe tenuta e se si sarebbe spostato in treno o in pullman. Sarebbe interessante approfondire, ma è molto difficile trovare fonti perché la stampa racconta sempre altro. Ci furono oltretutto anche problemi di natura finanziaria: molte società non avevano il capitale per organizzare il torneo. LA FGIC oltretutto sapeva già che il campionato Alta Italia ‘43/’44 non sarebbe stato omologato.
Il ritrovamento del fonogramma che attesta il rastrellamento nazifascista dopo quel Milan-Juve del 2 luglio del ’44 è l’apice narrativo di Un calcio alla guerra. Un fatto tragico e totalmente caduto nell’oblio che riemerge, a più di settantacinque anni di distanza, grazie alla vostra attività di ricerca. Da quale intuizione investigativa nasce questa riscoperta?
M.R: L’obiettivo dell’operazione era trasformare una diceria leggendaria in un fatto storico. Essendo uno storico di Milano, in una chiacchierata con Giuntini ho scoperto questa vicenda, citata da Kilnkhammer, studioso tedesco esperto dell’occupazione nazista in Italia. Dopo aver recuperato il libro (ndr. Lutz Klinkhammer, “L’occupazione tedesca in Italia”, 1943-’45, Bollati Boringhieri Editore, 2016) ho notato che il fatto era menzionato, ma mancavano delle fonti. Recatomi all’Archivio di Stato ho prima verificato le partenze per la Germania da Milano in quei giorni, ma senza trovare nulla sulla vicenda. In una cartella, per un colpo di fortuna, abbiamo rinvenuto il fonogramma con il verbale del rastrellamento. Dal ritrovamento è nato tutto. Speravamo di riuscire a ritrovare qualche superstite tra le classi ’16-’27, ma non ci siamo riusciti. La vicenda del rastrellamento stava diventando una vera e propria leggenda: anche parlando con storici della Resistenza abbiamo incontrato scetticismo sul reale accadimento dei fatti. Nemmeno sulla stampa clandestina dell’epoca se ne parla. Fu un fatto davvero notevole, proprio perché si tratta di uno dei maggiori rastrellamenti nazifascisti del periodo. Tutt’ora non si sa se la partita sia stata disputata appositamente per effettuare il prelievo forzato di manodopera: non è possibile determinare infatti se fu organizzata con quello scopo o se i nazifascisti ne approfittarono per procurarsi civili in forze. Davanti all’Arena, dove si tenne la partita, bisognerebbe mettere una targa. Da quel momento non sono più riuscito a vederla con lo stesso sguardo.
La memoria sportiva, sebbene poco praticata, può essere uno straordinario strumento a complemento della memoria storica. Un calcio alla guerra va in questa direzione?
D.G Sicuramente. Il calcio è un fenomeno popolare e di massa ed è un veicolo di comunicazione molto potente. In questo contesto, poter fare memoria tramite le vicende umane di alcuni sportivi credo sia utile per svegliare alcune coscienze che dormono o per raccontare ai giovani i fatti storici. Soprattutto questi ultimi, sentendo la storia di uno sportivo che vestiva la maglia della propria squadra del cuore e che ha trovato la morte in un lager, possono sentirsi coinvolti, mentre magari altre commemorazioni possono apparire loro come qualcosa di più distante. Il libro va quindi assolutamente in questa direzione.
M.R A maggior ragione, due anni fa Davide è venuto nella scuola in cui insegno in occasione della Giornata della Memoria. Anche le ricorrenze possono servire a questo: se usate in maniera diversa, anche un testo come il nostro può essere utilizzato come un veicolo di grande sensibilizzazione.
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