Portogallo. La sera del 7 dicembre 1930 la poetessa Florbela Espanca si trova nella casa di suo marito a Matosinhos, città costiera del nord, non lontana da Porto. Da diverse settimane intrattiene un intenso scambio di lettere con un professore italiano, Guido Battelli, lettore all’Università di Coimbra, con cui si confronta per i dettagli dell’edizione della sua terza raccolta di poesie, “Brughiera in fiore”. Al di là delle occupazioni letterarie, in quei giorni di dicembre, si sta preparando per una serie di festeggiamenti: il giorno dopo, l’8 dicembre, sarà il suo compleanno e l’amica Helena Calas la sta raggiungendo da Lisbona per passare insieme quel giorno speciale. Prevedono poi di ridiscendere insieme verso la capitale, per passare il Natale lì. Le spese di entrambi i viaggi sono il regalo di compleanno che Mario Lage, terzo marito di Florbela Espanca, fa a sua moglie. Nonostante la sua giovane vita sia stata precocemente segnata da problemi fisici e da periodi di depressione, nel 1930 la poetessa sembra condurre un’esistenza piena e guardare al futuro della propria opera. La sera del 7 dicembre, tuttavia, dà un’indicazione insolita alla domestica: quella notte non dormirà nella stanza matrimoniale, ma in un’altra stanza, perché da giorni soffre di un’insonnia ostinata che non la lascia riposare. Chiede di non essere svegliata fino a tardi, per nessuna ragione. Anche per questo, quando l’8 dicembre la troveranno esanime nel letto, sarà troppo tardi per fare qualcosa. Florbela Espanca nella notte aveva assunto una dose massiccia di Veronal, un potente barbiturico molto di moda in quegli anni, e che spesso veniva utilizzato dai suicidi – ne fa menzione anche Italo Svevo, proprio con questa funzione, ne “La coscienza di Zeno”. Florbela aveva cominciato a farne uso quello stesso anno, nel 1930. Muore così, la mattina dell’8 dicembre di novant’anni fa, quella che in seguito verrà ricordata nella cultura portoghese come “la poetessa del dolore e dell’amore”. Quello giorno compiva trentasei anni.
Quella di Florbela Espanca, oggi considerata una delle più importanti poetesse portoghesi del Novecento, è una storia complessa che oscilla costantemente tra riconoscimento e mancata accettazione. Ebbe tre mariti, cosa, per l’epoca, decisamente scandalosa; anche se nel Portogallo repubblicano il divorzio era consentito, erano in pochi a trasgredire i principi cattolici che, di lì a qualche anno, avrebbero orientato la dittatura di Salazar. Scriveva poesie d’amore, di dolore, di solitudine, con uno stile “confessionale” piuttosto inusuale per l’epoca, e scriveva – in un’epoca di avanguardie – senza appartenere a nessun movimento, ispirandosi piuttosto agli autori romantici e decadenti del secolo precedente. Preferiva la forma antica del sonetto classico. L’accademia non la riconobbe ma, alla sua morte, la sua poesia divenne popolarissima. Tra le carte del più grande poeta portoghese, Fernando Pessoa, venne ritrovato un componimento in memoria di Florbela, dattiloscritto e non firmato, dove viene definita “anima gemella della mia”. Anche in questo caso ne nacque una disputa, perché secondo i detrattori della poetessa alentejana sarebbe impossibile attribuire a qualcuno la paternità di quella poesia, mentre, per i suoi sostenitori, andrebbe certamente considerata di Pessoa, tra le cui carte fu rivenuta. Florbela, inoltre, non si interessò mai a temi sociali e politici, ma la sua memoria, durante il salazarismo, divenne una questione politica suo malgrado, perché incarnava, secondo la morale ultracattolica del regime, tutto ciò che una donna portoghese non doveva essere. Per la stessa ragione divenne celebre più avanti, nella seconda metà del Novecento, come anticipatrice dei movimenti femministi, diventando ben presto un’icona, di quelle che oggi troviamo stampate sui gadget delle librerie. Ma la trasformazione in personaggio, cui fu dedicato anche un film per la televisione, ha rischiato per certi versi di oscurare la sua opera. Florbela Espanca a volte è ricordata per il fatto di essere stata donna in un mondo di uomini, più che come un’autrice di importanza squisitamente letteraria. Insomma, nella poesia come nel privato, in vita come dopo la morte, Florbela Espanca resta qualcosa di difficile da classificare. Lo stesso fatto che scrivesse, e che dialogasse in versi sulle riviste dell’epoca con altri poeti, la rendeva una figura eccentrica, poiché nelle lettere del suo paese, all’epoca quasi interamente maschili, le autrici erano davvero rare.
Ma chi era Florbela Espanca? Flor Bela de Alma da Conceição nacque l’8 dicembre 1894 a Vila Viçosa, una piccola cittadina non lontano da Evora, il capoluogo dell’Alentejo. Nel libro dei battesimi viene registrata come figlia di Antonia da Conceição Lobo, una contadina, e di padre ignoto. João Maria Espanca, che la adotta legalmente, è in realtà anche suo padre naturale: sposato con Mariana do Carmo, la coppia non riesce ad avere figli, così – d’accordo con la moglie – João concepisce Florbela con Antonia, che era a sua volta una figlia “da vida”, figlia cioè di genitori sconosciuti.
Dalla stessa unione segreta arriverà, poco più tardi, anche un bambino che verra chiamato Apeles, il fratello cui Florbela sarà sempre legatissima. Il padre è un personaggio fuori dal comune: dichiaratamente antimonarchico, schedato come repubblicano, forse di simpatie anarchiche, João Maria Espanca lavora come antiquario e fotografo, ed è la prima persona in assoluto a portare il cinema in Alentejo. Florbela cresce quindi in un contesto molto atipico per il Portogallo di allora. Bambina dalla sensibilità acuta, sviluppa precocemente alcuni tratti che l’accompagneranno tutta la vita. Così descrive la sua infanzia in una lettera: “A otto anni già scrivevo versi, già soffrivo di insonnia e già le cose della vita mi mettevano voglia di piangere. Ho sempre avuto questa sensibilità dolente, questa profonda e dolorosa sensibilità per cui bastava un niente a tormentarmi, e un’enorme tenerezza per gli animali innocenti. […] Quando uccidevo una mosca per dar da mangiare a una rondine, il triste problema dell’ingiustizia della sorte mi tormentava. Perché sacrificare le mosche per il bene degli uccelli? Non lo capivo”. A dodici anni scrive il suo primo racconto e alcune rime che, ancora ingenue, assumono un tono romantico, destinate a un amore reale o immaginario. Nel 1908, quando Florbela ha appena tredici anni, si verifica il primo di alcuni eventi che la scuoterà profondamente: Antonia, la madre naturale, muore ad appena ventinove anni. La causa del decesso, ufficialmente, è attribuita a una non meglio specificata “neurosi”. Parole come “nevrastenia”, “nevrosi” e “angoscia” diventeranno così concetti ritornanti nelle prime poesie della maturità.
Nel frattempo il Portogallo è scosso da profondi capovolgimenti politici. Nel 1910 un colpo di stato rivoluzionario destituisce la monarchia e instaura la repubblica, un regime fragile che durerà sedici anni registrando nel mezzo due dittature e una guerra civile, finché viene definitivamente rovesciato da un regime militare nel 1926, primo passo verso il salazarismo. La Prima Repubblica portoghese è, tuttavia, un momento di grandi riforme ispirate soprattutto da uno spirito anticlericale: i beni dei religiosi vengono confiscati e in pochi mesi vengono approvate una serie di leggi progressiste, come l’istituzione del divorzio e il riconoscimento per legge dei figli nati fuori dal matrimonio. Durante l’instaurazione della Repubblica la famiglia Espanca si trova a Lisbona ma, nonostante le simpatie repubblicane di Joao, non c’è traccia di una eventuale partecipazione ai fatti di quei mesi.
Florbela, in quegli anni, è una giovane donna colta, che ha studiato al liceo, e piuttosto attraente. Nel 1912 si fidanza ufficialmente con Alberto Moutinho, un ragazzo che conosce fin dall’infanzia, ma la sua vita sentimentale si rivela da subito tormentata. Interrompe il fidanzamento dopo pochi mesi perché si innamora perdutamente di un altro uomo, un tal José, ma l’opposizione della famiglia di lui mette fine a una relazione durata quasi un anno. Scottata da questa esperienza, Florbela riprende la relazione con Alberto Moutinho, con il quale si sposa con rito civile alla fine del 1913. Per celebrare le nozze, che sono forse soltanto una fuga dalla delusione, sceglie l’8 dicembre, giorno del suo diciannovesimo compleanno.
Il matrimonio con Moutinho durerà in tutto sei anni, ma già dopo i primi tempi la vita coniugale si rivelerà una sorta di prigione. Alla quale si aggiunge la necessità di lavorare, perché la condizione economica della giovane coppia non è affatto florida: Florbela si ingegna dando lezioni di inglese, francese, storia e geografia, attività che occupa quasi tutto il suo tempo. Il suo sfogo principale è la scrittura, che trova un primo riscontro nella collaborazione con alcuni giornali locali di Evora – A “Voz Publica” e “Noticias” – e soprattutto con l’inserto femminile del quotidiano “O Seculo”. Sull’inserto, intitolato “Moda e ricamo”, Florbela pubblica alcune poesie e, contestualmente, inaugura il difficile rapporto con i revisori dei suoi testi, giornalisti e editori, che resterà costante nel tempo. La direttrice dell’inserto non ha remore a ritoccare anche pesantemente i suoi versi, cosa che getta Florbela nella disperazione. In compenso strige una forte amicizia epistolare con la vicedirettrice, Julia Álves, che non incontrerà mai. Nelle lettere di Florbela Espanca emerge tutta la sua estraneità alle convenzioni di un paese intimamente cattolico, in particolare per quanto riguarda i confini in cui la vita delle donne dovrebbe essere relegata. Scrive nel 1916 : “La mia opinione sul matrimonio è la seguente: penso che sia una cosa rivoltante. E ciò per una sola ragione, una ragione che però per me è tutto, per me e per quelle donne che non sono solamente ‘femmine’, per tutte quelle che hanno finezza, pudore, spirito e coscienza. Questa ragione è il possesso, questa grande e suprema legge di Natura che, tuttavia, ribalta tutto ciò che ho di buono e delicato nel profondo dell’anima. Si conquista un’amico, in molti casi, è vero: un amico che a volte è il nostro supporto più grande, ma in cambio quanto biasimo, quanto dolore, quanta disillusione! Mia cara, lei fa bene, fa proprio bene a non assoggettarsi a questo mercato, a questa compravendita”.
La sua consolazione è la lettura di poeti come Antonio Nobre, cui è devota, e di autori portoghesi e francesi, come Victor Hugo e Chamfort. Nel 1917, dopo aver molto discusso con il marito a causa delle scarse risorse economiche, riesce con l’aiuto del padre ad iscriversi all’università. Non alla facoltà di Lettere, che sognava come una fuga dalla sua vita quotidiana, bensì a quella di Diritto. È la prima donna a iscriversi alla facoltà e una delle quattordici studentesse nell’intera Università di Lisbona. Nel vivace ambiente culturale della capitale, in pieno fermento repubblicano, conosce alcuni scrittori e poeti come Américo Durão e João Botto de Carvalho, anche grazie al fratello Apeles, che si spende per far conoscere la sorella e la accompagna nelle occasioni mondane e culturali. Tuttavia comincia anche a soffrire di vari disturbi, fisici e depressivi, che culmineranno nell’aborto spontaneo dell’anno successivo. È il primo di tre aborti spontanei che, nel corso della vita, segneranno molto la poetessa alentejana. Mentre aumenta l’interesse per la letteratura, il suo matrimonio entra definitivamente in crisi. Dal 1918 decide di non vedere più Alberto Moutinho, anche se resteranno formalmente sposati ancora alcuni anni.
Nel giugno del 1919, grazie all’interessamento di Raul Proença, letterato e giornalista, viene pubblicata la sua prima raccolta, il “Libro dei dispiaceri”. È composta da 32 sonetti, la forma poetica che ha definitivamente sposato dopo i primi componimenti inediti. L’opera è dedicata al padre, che ha sostenuto la pubblicazione.
L’accoglienza del “Libro dei dispiaceri” è ambivalente. La tiratura si esaurisce in fretta e alcuni giornali ne parlano con entusiasmo. Tuttavia, all’università serpeggiano anche commenti malevoli, che sembrano avere a che fare più che altro con il fatto che l’autrice è una donna. Li ricorderà José Gomes Ferreira, giovane studente e poeta, che più avanti entrerà nella resistenza antifascista contro il regime di Salazar: “è un libro che serve a inebriare gli uomini”; e ancora: “è scritto da un Antonio Nobre in gonnella, dai dolori immaginari”. È singolare che lo stesso Nobre, poeta di fine Ottocento caro a Florbela, venga oggi studiato anche per il fatto di rappresentare, attraverso la sua opera, una mascolinità che non si conformava alle norme della sua epoca.
In realtà, al netto dell’esaltazione dell’amore, i temi centrali della poesia di Florbela Espanca sono la sofferenza, la solitudine e l’isolamento. Nonostante nelle sue lettere emerga invece spesso entusiasmo, questa è soltanto una delle facce della poetessa portoghese. È lei stessa a dire di nascondere, dietro un volto sorridente, un’anima in pena. “Ho una sensibilità eccessiva, acuta, profondissima – scrive –. Tutto mi ferisce e l’ombra della freddezza è per me una sofferenza insopportabile. La mia anima è costantemente addolorata. Basta un niente a ferirmi, non so perché”. Questa frase fa parte di una lettera indirizzata ad Antonio Guimarães, un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana di cui si innamora perdutamente e che, nel 1921, diventa il suo secondo marito. Sono anni di intensa creatività per Florbela, alle prese con la scrittura di nuove poesie che andranno a confluire in una successiva raccolta, pubblicata nel 1923 con il titolo di “Soror Saudade”. È questo un soprannome inventato per lei dal suo amico Américo Durão, che la chiama così in un sonetto a lei dedicato, pubblicato nel 1919 sul quotidiano “O Seculo”. Lei risponde con un altro sonetto, dove accetta questo epiteto di “Sorella Nostalgia”, che diventerà nel tempo una sorta di personaggio, un alter ego ritornante nei suoi sonetti.
Il secondo matrimonio di Florbela è inizialmente molto felice. In quegli anni politicamente turbolenti la Guardia Nazionale Repubblicana, dove è arruolato Antonio Guimarães, non svolge soltanto funzioni di polizia, ma è una sorta di esercito parallelo che tiene sotto controllo la capitale. L’instabilità politica, però, non si riflette sulla vita della nuova coppia, il cui unico vero problema è trovare una sistemazione. Si sposteranno più volte, tra Lisbona e Matosinhos, la città vicino Porto dove poi Florbela si trasferirà definitivamente. Nel frattempo continua a scrivere poesie che confluiranno nel “Libro di Soror Saudade”, il Libro di Sorella Nostalgia, dove ai temi già affrontanti si affianca una descrizione dell’amore che diventa sempre più sensuale. Non c’è solo il contatto fisico, che entra prepotentemente ed esplicitamente nell’immaginario di Florbela Espanca, ma anche un’idea dell’amore come qualcosa che si esaurisce in fretta, per fare spazio a sentimento nuovo, in una rincorsa infinita di dolore e esaltazione. Una visione scandalosa per il Portogallo dell’epoca, ma un ritratto fedele della vita dell’autrice. Il 1923, anno che vede l’uscita di questo secondo libro, finanziato ancora una volta dal padre, è anche l’anno che segna la fine del suo secondo matrimonio. Due nuovi aborti involontari segnano Florbela nel corpo e nella mente, e aprono un solco di incomprensione con il marito, che comincia a maltrattarla fisicamente. È una ferita che non si rimarginerà. Nel 1924 la coppia divorzia, non senza una serie di difficoltà poste soprattutto da Guimarães. In quello stesso anno comincia una nuova relazione con Mario Lage, ex commilitone di Guimarães nella caserma di Matosinhos e ora medico, che ha in cura Florbela per il suo stato di salute sempre più cagionevole. I due si sposeranno nel 1925. Con tre matrimoni e due libri di poesie Florbela Espanca è decisamente – per la sua epoca – una donna fuori dal comune.
Nel maggio del 1926 si verifica un colpo di stato che instaura una dittatura militare. È la fine dell’esperienza breve e travagliata della Prima Repubblica portoghese. Tra le cause c’è anche l’instabilità delle colonie africane, dove vigono ancora forme di schiavitù, un fatto che attira molte critiche dai paesi europei; instabilità che il governo repubblicano cerca di gestire attraverso la concessione dell’autonomia. Con l’avvento dei militari questa, come le altre riforme, verranno cancellate – tra queste c’è anche il divorzio, che con Salazar tornerà ad essere vietato per chi si sposa in chiesa e di fatto quasi impraticabile per chi si sposa civilmente. In quegli anni Apeles, il fratello di Florbela Espanca, è arruolato in marina e partecipa a diverse operazioni militari. Nonostante sia spesso lontano, il rapporto con lui resta intenso. Florbela sogna la vita avventurosa che il fratello le racconta nelle sue lettere e replica confessandogli i suoi sentimenti più profondi. Per questa ragione, quando Apeles muore in un’esercitazione sul fiume Tago, nel 1927, lei cade nello sconforto più nero. Conserverà negli anni successivi un relitto metallico dell’aereo caduto nel fiume, che poi verrà seppellito con lei. In seguito alla morte del fratello, Florbela Espanca intensifica l’attività creativa, scrivendo un libro di racconti, che verrà pubblicato postumo, e le poesie che andranno a comporre il suo terzo libro di sonetti, quello che viene considerato il suo capolavoro, “Brughiera in fiore”. Questo libro, allestito nel corso del 1930 da lei stessa, uscirà anch’esso poco dopo la sua morte. In quei mesi Florbela stringe un’amicizia con Guido Battelli, il lettore italiano dell’università di Coimbra. I due si scrivono molto e si incontrano almeno una volta. Florbela, che degli autori italiani conosce praticamente solo Leopardi e D’Annunzio, grazie a Battelli comincia a leggere delle poetesse come Sibilla Aleramo e Ada Negri. Rimane profondamente colpita da quest’ultima, che dichiara di considerare “la più grande poetessa al mondo”. Dal canto suo Battelli traduce alcuni versi di Florbela Espanca in italiano e si adopera per farla conoscere nel nostro paese. Non sappiamo esattamente a chi giunsero le sue poesie, ma di certo nell’archivio di Sibilla Aleramo si registra un’edizione dei sonetti completi di Florbela in lingua originale e le traduzioni di Battelli in un’edizione pubblicata a Porto.
Guido Battelli è in realtà innamorato della poetessa portoghese e, da alcuni passaggi del loro scambio epistolare, si evince che si dichiarò e fu amichevolmente rifiutato. Dal canto suo Florbela Espanca, pur vivendo senza conflitti il suo terzo matrimonio, non sembra più coinvolta profondamente da suo marito. La salute peggiorata, l’insonnia e i dolori emotivi l’hanno cambiata. Troverà un nuovo momento di entusiasmo grazie a una breve relazione con lo scrittore e avvocato Ângelo César, che la lascerà prostrata quando si concluderà. Negli ultimi mesi del 1930 la vita di Florbela Espanca sembra un continuo altalenare tra alto e basso. Tenta il suicidio due volte; continua a lavorare alla sua opera, di cui è entusiasta, ma si dispera per la lentezza della revisione; progetta viaggi e festeggiamenti. Finisce per morire nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, giorno del suo trentaseiesimo compleanno. Che si tratti di suicidio o di una morte accidentale nessuno può dirlo con sicurezza. Chi propende per la seconda ipotesi sottolinea l’abuso di Veronal che la poetessa faceva in quei mesi, non riuscendo a dormire. Chi parla di morte volontaria, fa riferimento alla simbologia che per Florbela ha avuto la data dell’8 dicembre, e a una frase sibillina che avrebbe pronunciato il mese prima di morire: “Se supero il giorno del mio compleanno, morirò vecchia”.
Dopo la sua morte, nel giro di poco tempo, la poesia di Florbela Espanca diviene popolarissima. “Brughiera in fiore”, il suo capolavoro, circola molto. Nel 1931 viene pubblicata una raccolta dei suoi versi giovanili, le sue lettere e la raccolta dedicata al fratello. Nel 1934 esce “Reliquiae”, la raccolta degli ultimi sonetti inediti di Florbela, curata ancora una volta da Guido Battelli, e la raccolta dei sonetti completi. Nel frattempo il regime militare ha lasciato il posto allo “Stato Nuovo” di Antonio Oliveira de Salazar, un regime fascista e ultracattolico instaurato ufficialmente nel 1933. Per i dirigenti politici la figura di Florbela Espanca diventa imbarazzante, per le autorità ecclesiastiche apertamente inaccettabile. Poco prima di morire, nel 1930, la poetessa aveva cominciato a collaborare con una rivista chiamata Portugal Femenino, fondata da un gruppo di femministe che si erano organizzate per ottenere il diritto al voto e la parità. Florbela rifiutò sempre di prendere posizione politica, ma la sua condotta di vita era già di per sé uno scandalo. Nelle lettere a Battelli si definisce “pagana e anarchica”, probabilmente intendendo con questo termine uno stato dell’animo più che una scelta politica; e in materia di religione scrive: “Non sono cattolica, come non sono protestante né buddista, musulmana o teosofica. Non sono niente”.
Nel 1931, poco prima dell’avvento dello “Stato Nuovo”, era stata lanciata sul maggiore quotidiano nazionale una sottoscrizione per realizzare un busto dedicato alla poetessa. L’associazione promotrice aveva intenzione di istallare il monumento nei giardini pubblici di Evora, il capoluogo dell’Alentejo. Nonostante il successo dell’iniziativa e le prime autorizzazioni concesse, comincia un boicottaggio burocratico che blocca più volte il progetto, divenuto nel frattempo scomodo. Alcuni religiosi prendono apertamente parola contro una donna che ha condotto un’esistenza “diametralmente contraria ai valori che sono alla base della costituzione portoghese”. La costituzione cui si fa riferimento è quella nuova, salazarista, la cui approvazione segna l’inizio ufficiale del regime. Intanto la figura di Florbela Espanca acquista popolarità – e paradossalmente a guidare il suo riconoscimento era stato un articolo del poeta Antonio Ferro, che aveva fatto parte del gruppo dell’Orpheu, la rivista su cui scrivevano Fernando Pessoa e Mario de Sà-Carneiro, per poi diventare una figura legata al regime salazarista. Il braccio di ferro sull’omaggio a Florbela Espanca va avanti per più di dieci anni finché, nel 1945, il busto viene istallato, senza alcuna celebrazione o riconoscimento ufficiale. Nel dicembre dell’anno precedente, probabilmente cercando una forma di compromesso, il parroco di Matosinhos, la città dov’era morta Florbela, dichiarò pubblicamente che secondo lui non si era trattato di suicidio e che la poetessa era “morta cristianamente”.
Oggi, a molti anni di distanza da quei fatti, Florbela Espanca è ricordata come una delle figure principali della letteratura portoghese del Novecento, per un intreccio di ragioni che hanno a che fare tanto con la sua poesia che con la sua vita. La sua figura è entrata anche nell’immaginario pop, attraverso il cinema e la musica: tra gli omaggi più conosciuti c’è quello di Mariza, cantante portoghese-mozambicana, tra le principali eredi della tradizione del Fado, che ha messo in musica alcuni suoi sonetti.
Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
