Alla domanda della poetessa e scrittrice Laurence Paton sull’ingresso tardivo nel mondo della letteratura, il suo primo romanzo Le jour de congé, premio Roger Nimier, è del 1973, Inès Cagnati sottolinea che è impossibile rispondere a questa domanda e che il principale desiderio che ha sentito sorgere è stato quello di «rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria», suggerendo come fosse stato più semplice e naturale «scrivere che parlare». Tre anni dopo Cagnati, figlia di contadini originari del Veneto trasferitisi in Francia, nata nel 1937 e morta a Orsay nel 2007, pubblica Génie la matta, tradotto adesso da Ena Marchi per Adelphi, dove il desiderio di testimonianza espresso nell’intervista a Laurence Paton, che chiude il volume adelphiano, trova tutta la sua espressione.
Génie la matta è infatti un romanzo che racconta un’esistenza fatta di miseria, è una tragedia che, come tutte le tragedie, si nutre di elementi semplici e afferenti al reale. La protagonista del romanzo, Génie, proveniente da una delle famiglie più note della zona contadina dove vive, è rimasta incinta dopo essere stata violentata da un muratore, la «disgrazia» come la definiscono con una reticenza emblematica in famiglia: avendo deciso di tenere la figlia generata dalla violenza, sarà dimenticata dai suoi genitori (più dalla madre che dal padre che sarà l’unico a raccontare la sua storia alla nipote diventata grande), più propensi ad assecondare il loro buon nome che ad amare una ragazza-madre. Génie allora, con la piccola figlia Marie, va a vivere in una casa isolata tra i salici e comincia a trascorrere una vita fatta solo di lavoro e di sofferenza tra le fattorie e i campi degli abitanti della zona, mentre Marie cresce amando la madre in maniera incondizionata, nonostante la durezza con cui la vita ha rivestito il suo carattere, va a scuola, studia, si trasferisce e si innamora di Pierre, un giovane aviatore, segnato dalla sofferenza come lei, che le promette una vita felice su un’isola azzurra, su «spiagge vellutate dove danzava l’acqua popolata di stelle».
Ma per Génie, definita la pazza per questa scelta incomprensibile al pensiero comune, ma anche per la vita solitaria ed esclusivamente dedita al lavoro, e per Marie la violenza e la sofferenza sono sempre dietro l’angolo, in una replicazione continua che non le risparmia in alcuna occasione. Madre e figlia sembrano infatti segnate da un’unione salda: entrambe dovranno soffrire la stessa violenza carnale, entrambe dovranno sottostare alle sventure che non possono essere in alcun modo fronteggiate, con la morte delle persone e degli animali più cari, entrambe dunque sono succubi della stessa riproduzione di una violenza inconoscibile e tremenda. Così il refrain che caratterizza la loro relazione, mentre la madre lavora Marie le va sempre vicino e sempre lei le dice di levarsi dai piedi e di lasciarla lavorare, si sublima nell’affetto materno che mette a disposizione lo stesso corpo della madre per la figlia e nelle lacrime calde che bagnano il letto dove dormono vicine, specialmente quando Marie riesce a poggiare la sua testa nell’incavo del collo di Génie, sempre troppo stanca per resistere al richiamo del sonno.
Come Cagnati ricorda nella sua intervista a Paton, la pazzia è ciò che ci convince di essere normali («l’altro è matto perché noi siamo normali, e affinché noi possiamo esserlo. Ne è il garante»), additare la pazzia negli altri è il rito apotropaico che rende possibile la nostra sanità, in un gioco degli opposti che dimentica completamente le sembianze della natura umana, fatta invece di sfumature, grigi e zone insondabili a cui, per comodità, si preferisce rinunciare. Ma la pazzia, come emerge da questo romanzo, è legata a doppio filo alla verità, quanto di più lontano ci possa essere dal desiderio di essere rispettabili, desiderio che inonda i comportamenti e gli atteggiamenti dei contadini che incrociano l’esistenza di Génie (si è pazzi se non si dice il falso e si è sani se si camuffa il vero), ma anche la relazione con i nonni di Marie (un padre studioso che riconosce di amare la nipote e lo nasconde dandole semplicemente sempre qualcosa da mangiare, incapace di slegarsi dall’atteggiamento ben più distante, sprezzante e violento della madre, che accusa Génie di aver rovinato il nome della famiglia). Ma il male che abita questo romanzo e che straripa da quasi ogni luogo della narrazione (non è un caso che i momenti più felici siano quelli in cui le esistenze delle protagoniste sono proiettate in uno spazio, reale o immaginato, lontano dai luoghi che abitano) pare non avere la possibilità di essere fermato: come i tempi naturali che scandiscono la vita degli uomini, e nei confronti dei quali nulla si può fare, come accade durante l’estate di siccità che sconvolge la vita del villaggio, la violenza non ha tempo così come le lacrime a cui raramente si piega Génie («lei piangeva lontano» scrive Cagnati condensando una sofferenza senza tempo).
Dentro questa cornice narrativa semplice e inesorabile scorre la vita di madre e figlia, una vita fatta di imprevisti, dolori e poche gioie, di vendemmie e uccisioni di maiali, di stivali riempiti di paglia per evitare il freddo e di servizi di ogni tipo alle fattorie della zona, ma in un’esistenza ripetitiva e quasi esclusivamente votata alla sussistenza, come se la felicità vera non possa appartenere all’orizzonte dei desideri, si rintraccia anche l’assoluto valore letterario di Cagnati, che offre al lettore, attraverso una struttura scarna e semplice e una scrittura dalla «sconvolgente sobrietà», luoghi ermeneutici apparentemente di poco conto, ma che con il procedere della scrittura e la scoperta della storia di Génie e Marie si trasformano in necessari complementi della lettura. È il caso, per esempio, del legame che unisce le due donne e l’ambiente naturale in cui si trovano a vivere, il macrotema che non solo abbraccia tutta la narrazione, ma legame che regola e indirizza la vita delle due protagoniste. Continui sono infatti i riferimenti al mondo naturale, alla cura degli animali o all’obbedienza dell’uomo ai ritmi che offre la natura, ma ciò che emerge con forza è il legame inscindibile tra queste due diverse modalità di vivere il tempo. C’è una scena in particolare che risulta emblematica, quando Marie racconta di quando chiedevano alla madre di curarsi degli animali in situazioni particolari. C’è il racconto dell’accoppiamento, naturale e violento, di una vacca e di un toro («la vacca veniva legata a un albero, e l’uomo liberava il toro che si precipitava sulla vacca. Io avevo una gran paura, sempre») o di quando a Génie viene chiesto di uccidere i cuccioli di cani e gatti («Metteva i gattini o i cuccioli in un sacco con dei sassi e andava a gettarli nel fiume. Io la seguivo, a distanza, perché ogni tanto si girava e diceva: “vattene”» oppure «In certe fattorie gattine e cuccioli li seppellivano vivi nel letamaio. Mi ricordo di cagne che cercavano i piccoli piangendo. Correvano da ogni parte, chiamavano, cercavano, puntando il naso, per ora intere. Alla fine si accucciavano in un angolo della casa e piangevano»). Non c’è alcun pietismo gratuito in queste descrizioni, ma, oltre al racconto secco della vita agricola, c’è un’altra prospettiva della violenza sul femminile che adombra ogni momento della vita di Génie: quella sugli animali appare ancora più piana perché pienamente appartenente al regno naturale, ma nel confronto con la vita di Génie e di Marie sembra far presagire una replicazione inquietante.
Génie la matta è allora un romanzo sulla vita misera tra i campi, sulle sofferenze di chi non ha altro che il lavoro ed è condannato a subirne ogni suo capriccio, sulla pazzia intesa come incomprensione e rifiuto di chi fa scelte diverse, ma è soprattutto il romanzo di una madre e di una figlia e del desiderio di Génie di difendere a ogni prezzo Marie dalle sofferenze che lei ha patito. C’è una scena che torna spesso nel romanzo: Génie che cammina veloce tra i campi e Marie che prova a raggiungerla con il cuore in gola per la paura di perderla, Génie che rallenta quantomeno per tornare nell’orizzonte visivo della figlia per poi allungare il passo ancora e allontanarsi. In questa distanza fisica e incolmabile e nell’alternarsi tra vicinanza e lontananza, sta il desiderio doloroso di una madre di tenere lontana la figlia dalle stesse sofferenze che hanno segnato la sua vita, un sacrificio nell’accezione più antica del termine come offerta di sé per il bene della persona amata.
Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”, “Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi” e “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico”

Che recensione! Raramente se ne leggono così intense, interessanti, affascinanti. Mi è venuta subito voglia di leggere il libro. Mi sembra indispensabile. Grazie!
Grazie per la interessante recensione. Comprerò il libro. L autrice penso abbia origini agordine , dato il cognome ,e più precisamente con radici a Falcade terra a me molto cara ! Cercherò di saperne di più