Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


14. ALL’ARMI!

     Mentre serrava la moka dopo aver riempito oltremisura il filtro di caffè, a Luca venne voglia di vedere Laura. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che era entrato nel suo bar. Dalla lettera di Clara gli sembravano passati anni. Da allora aveva desiderato poche cose, e tutte quante erano legate alla sua nuova routine quotidiana. Fumava, beveva, scriveva e frequentava soprattutto i colleghi.

Il caffè sprizzò nel raccoglitore con uno sbuffo e un borbottio prolungato, spandendo nell’aria un profumo intenso che sapeva di casa. Luca sciacquò una delle uniche due tazzine ancora intatte raccogliendola direttamente dal lavandino, dove stava dalla sera prima. Ora che Giorgio era sempre meno presente nell’appartamento il disordine, invece di scomparire, si era semplicemente riassestato. Ogni cosa era al proprio posto, dove doveva stare. Questo era l’ordine: un fatto di agevolezza tutto individuale. Il caffè non era buono, usciva sempre troppo acido.     

     Erano le nove e mezza e il sole era già alto. La luce si diffondeva sulle superfici lucide dei vecchi mobili della cucina che Luca aveva trovato e lasciato lì, come doveva aver fatto Giorgio a suo tempo. L’anta di legno smaltato dove erano riposti pasta, caffè, biscotti, sale e qualche spezia cigolava e tendeva a cedere da un lato, e per chiuderla bisognava spingerla esercitando la giusta pressione verso l’alto. Inizialmente una scomodità, ora si trattava di un gesto consueto, familiare. Così per tutto il resto: i divani di cui nessuno probabilmente sapeva il colore originale perché coperti da spesse federe elastiche, la libreria dalle ante di vetro sottile, le piastrelle verde chiaro del bagno stretto stretto.

Dopo aver bevuto una seconda tazzina di caffè – nel frattempo si era seduto sul bracciale del divano e si era perso a guardare fuori dalla finestra – si decise sul da farsi. Avrebbe riesumato la macchina e sarebbe andato a trovare Laura. Aveva la giornata libera, le avrebbe fatto una sorpresa, avrebbe comprato un pacchetto di sigarette e si sarebbe intrattenuto al bancone giusto il tempo per farle sapere che era ancora vivo. E per guardarla, sperando non fosse cambiata troppo nel frattempo, o fosse rimasta incinta, o peggio ancora si fosse sposata. Non sopportava chi si sposava, gli pareva una resa impietosa alla consuetudine ancestrale di compiacere i propri genitori.

     La macchina impolverata si avviò rauca lungo il vialone che portava ai capannoni commerciali della periferia. Il solenne timbro di Dave Gahan cantava “I’mtaking a ride with my best friend, I hope he neverlets me down again”, e si accordava bene alla meccanica del motore e a quel degrado urbano di lamiere, cartelloni pubblicitari, parcheggi e asfalto nero. L’aria frizzante solleticava il viso di Luca e scompigliava i capelli che tornavano a spettinarsi modulati dalla corrente impregnandosi di quell’aria densa di gas di scarico e profumi di erbe e piante. La città presto cedette lo spazio a una campagna brulla e gentilmente antropizzata. Filari di vigne pettinavano i diversi spiazzi coltivabili sopra strapiombi di roccia dura, per poi lasciar posto al ripiegarsi dolce del terreno, a declivi d’erba e piante sparse alla rinfusa, costeggiate da villaggi radi e aziende agricole germinate tra incroci di passi carrabili in salita. La ferrovia, come il solco di un aratro, tagliava la valle in tutta la sua lunghezza, facendo da guida metallica allo scorrere delle automobili, contrappuntato talvolta dal passaggio del treno.

     Luca parcheggiò davanti al bar con il cuore che batteva forte. Entrò facendo rintoccare un campanellino che diffuse il suo tintinnio nell’atmosfera che sapeva tanto di polvere quanto di resina e vapori di cucina.  Se lo ricordava molto più buio quel posto. Di mattina, invece, il sole tagliava il salone con un fascio di luce dritta che, raccolta dal finestrone a nord-est, finiva obliqua sul bancone mettendo in risalto le venature nodose del pavimento e lasciava brillare il pulviscolo vorticoso nell’aria.

     Luca si sedette al bancone e dopo poco ecco spuntare Laura dalla cucina.

“Guarda chi si rivede!” esclamò senza riuscire a nascondere l’affanno, “non ti riconoscevo quasi con quella barbetta.” Non era cambiata, fatta eccezione per una ciocca di capelli imbiondita e arricciata a mo’ di elica sul lato del viso. Fu colpita dai raggi scagliati dalla finestra dirimpetto, così da doversi chinare e avvicinarsi al volto di Luca, che non poté non notare la generosa scollatura. Gli occhi castani di Laura parevano aver trattenuto un po’ di sole che si sparpagliava nei riflessi dell’iride, o così sembrò a Luca, che deglutì e distolse lo sguardo.

“Come stai?” chiese lei ritornando dritta e cercando di controllare il tremolio della voce, “è da tanto tempo che non ti fai vedere da queste parti. Pensavo fossi tornato a Torino.”

     Luca chiese formalmente cosa offrisse la casa. “Abbiamo un ottimo caffè fatto con pregiate capsule dall’involucro riciclabile”, scherzò Laura rilassandosi e tornando a sciogliere il corpo elastico in un arco morbido. “E allora cosa ti è capitato, dove sei stato? Lo so, avevo detto che ti avrei chiamato, ma…”

     “Non c’è problema. Ti ricordi la storia del vecchio pazzo, di Chiabloz? Ecco, mi ha fatto licenziare. Ho dovuto riprendermi da tante cose. Ora sto bene.”

     Si trovarono persi in una conversazione fitta, come tra due vecchi amici. Lui le accennò di Clara, le raccontò del nuovo lavoro, di com’era vivere da soli, del fatto che non avesse più grande nostalgia di Torino e di come stesse riscoprendo tanti aspetti di casa sua. Lei non nominò il suo ragazzo, disse però che voleva un cambiamento, aveva bisogno di una scossa e continuava a pensare di riprendere l’università.

“Ti ho pensata, sai?” irruppe Luca approfittando di un momento di silenzio. Laura sorrise, abbassò lo sguardo e si scostò il ricciolo dalla fronte, come per farsi scivolare quel commento di dosso. Lui se ne accorse e tornò a parlare della prima cosa che potesse allontanare l’ombra di quell’intrusione indebita.         “Sai il tizio che ho aggredito al pub, quello di Unione Italiana? È diventato un separatista.” “Davvero? Odio quella gente. Un paio di loro vengono spesso qui al bar e fanno dei discorsi senza senso. Pensare che se non ci fossero i turisti qui faremmo la fame, e loro vogliono l’indipendenza.”

      La radio gracidava canzonette plasticose da una buona mezz’ora, quando fu il momento dello stacco che precedeva il radiogiornale. Laura si era attivata per i preparativi del pranzo e lasciava che Luca la guardasse. La vocina alla radio parlava di un’operazione di polizia e di arresti, qualcosa legato alla criminalità organizzata. Il telefono vibrò nella tasca dei jeans di Luca. Lo ignorò.

“Laura, se vuoi una di queste sere ci vediamo. Se vuoi. Così chiacchieriamo con più calma.” Laura rovistò dietro il bancone per qualche secondo, fino a quando non sfilò un foglietto dove si stagliavano numeri tremolanti d’inchiostro blu.

“Questo è ancora il tuo numero?”, rise.

Luca si rimise la giacca leggera e si accorse improvvisamente che uscire da lì gli sarebbe costato più di quanto avesse mai pensato: il pomeriggio libero ora pareva vuoto, e l’idea di pranzare da solo lo deprimeva. Si alzò dallo sgabello sbuffando. Laura si protese verso di lui e gli stampò con grande impaccio un bacio leggero sulla guancia.

“Ci sentiamo allora.” Salutò calmo e uscì senza voltarsi, fermo sulle gambe. Sfilò dalla tasca il cellulare. Sullo schermo c’erano gli avvisi di due chiamate perse e un messaggio di Roubaud. “Richiama. Urgente”. Appena fuori non esitò a comporre il numero del direttore.

     “È successo un bel casino, accidenti!”

     “Ma che succede?”

     “Ascolta, vieni in redazione, di corsa. Riguarda Giacchin. Fai presto.”

     Luca mise in moto in preda all’eccitazione, doveva essere capitato qualcosa di veramente grosso. Magari Giacchin si era suicidato, chissà. La macchina partì tossicchiando dopo un paio di tentativi. Accese la radio per sintonizzarsi su qualche notiziario. Squillò invece il telefono. Era Carola, di Città in Rete.

“Luca, hai sentito cos’è successo?”

“Ci sto provando a dire la verità…” fece lui con la sensazione di essere l’unico a non sapere nulla.

Lei esplose: “Hanno arrestato Giacchin! L’hanno beccato. Riesci a venire qui subito?”

Hanno arrestato Giacchin. Luca impiegò un attimo a dare forma a ciò che aveva appena sentito.              “Come lo hanno arrestato? Ma perché?”

Carola fu sbrigativa: “robe criminali. Vieni o no?”

“Scusa Carola, mi ha chiamato prima il direttore. Cioè, l’altro direttore. Faccio un salto veloce lì e poi ti raggiungo.”

Lei sembrò scocciata. “No, bello. Tu vieni qui, subito. Il tuo articolo tagliente sugli indipendentisti ci è già costato diverse lamentele e ora ti prendi le tue responsabilità.”

Cazzo, pensò Luca. Non si aspettava una simile paternale.

“Arrivo.”

     Nel frattempo, dalla radio sbucò una voce professionale e monotona che recitava le notizie del giorno.

     “…che scuote la politica regionale. Claudio Giacchin, cinquantaquattro anni, non ha rilasciato dichiarazioni, e si trova ora in custodia cautelare. Proprietario di una nota catena di supermercati, l’uomo ha una storia politica di lunga data. Dopo aver ricoperto un ruolo di spicco in Unione Italiana, ora è tra i vertici del neonato Partito per l’Indipendenza, che non ha ancora commentato l’accaduto.”          

Vibrò di nuovo il telefono, un messaggio da Roubaud. Lo lesse zigzagando sulla sua corsia. “Dove sei?? Giacchin accusato di concorso esterno. Criminalità organizzata. Traffici vari, armi. Voglio una dichiarazione del suo partito. 400 battute. Presto.”

     “Certo, come no. Andare dai separatisti proprio ora e sperare che mi stendano pure il tappeto rosso”, pensò Luca mentre correva verso la sede di Città in Rete. Lì i due colleghi che si occupavano di politica sedevano al tavolo delle riunioni assieme a Carola. Salutarono Luca e lo invitarono a prendere posto. Ognuno torturava con le dita gli schermi degli smartphone, aggiornando ogni due secondi le pagine delle notizie.

     “Hai sentito del comunicato dei separatisti?” chiese gelido Fabio Garin, una delle firme più autorevoli della webzine, “è arrivato in redazione pochi minuti fa.” Carola prese la parola senza aspettare l’ovvia risposta negativa. “Gli indipendentisti intimano di rilasciare subito il prigioniero politico.” Luca sbottò in una risata nervosa. “Sono pazzi.”

“Sono pazzi,” acconsentì Garin, “ma sembrano determinati. Dicono che le accuse sono del tutto infondate e che nel caso in cui entro due ore non si liberi l’ostaggio – sì, scrivono così – prenderanno provvedimenti.”

Luca non credeva alle sue orecchie. “Devo andare alla sede del partito, me lo ha chiesto La Voce”, annunciò.

“Tu non vai da nessuna parte! Lì è tutto sbarrato e qualcosa bolle in pentola. Stai qui attaccato al telefono e alle agenzie stampa. Seguiamo la cosa e lanciamo per primi ogni possibile sviluppo.” Carola ostentava una calma e una serietà invidiabili. Si alzò e fece cenno a Luca di seguirla alla macchinetta del caffè.

     “Sinceramente sono un po’ preoccupata. Una reazione del genere è davvero sconsiderata” confidò.     “Già, non è normale”, bofonchiò Luca. Tutt’a un tratto si trovava nel bel mezzo di uno dei casi più seri della sua carriera, e non aveva la minima idea di come gestire la situazione. Carola ruppe il divagare di quella presenza stordita e afona.

“Senti, prima al telefono volevo dire che se tu lavorassi per noi, intendo esclusivamente per noi, forse potrebbe esserci lo spazio che prima non riuscivamo a darti. Oltre alle critiche per l’articolo sono arrivati anche alcuni apprezzamenti. Non sei male, ma se rimbalzi continuamente di qua e di là non ha senso.”

     “Be’, mi andrebbe bene. Ne possiamo parlare.” Invece di accogliere con entusiasmo la proposta di Carola, Luca si sentiva disorientato.

“Ne stiamo già parlando,” tagliò corto Carola, “ma vedo che non sei dell’umore. Se non prendi nulla da bere vai a tirar fuori qualche ragno dal buco allora.”

     Passò un’ora buona densa di telefonate, commenti veloci, gente che entrava e usciva dall’ufficio, battiti nervosi su tastiere esauste, schermi che rimpallavano titoli e immagini. Fette di pizza rinsecchita giacevano abbandonate sulla scrivania, nessuno aveva fame. Ad un tratto squillò il telefono di Carola, che congelò i muscoli del volto. Posò il telefono e si sedette, guardando Luca e Garin, gli unici rimasti in redazione.

“Cazzo,” esclamò, “le armi!” I due la guardarono enigmatici.

“Giacchin ha confessato di aver usato i separatisti per far raffreddare un carico di armi.” Garin si buttò al computer e cominciò a battere la notizia confrontandosi con quanto arrivava dalle agenzie, un orecchio incollato al telefono collegato a non si sa quale fonte.

     Claudio Giacchin, così iniziarono a ripetere le notizie che si moltiplicavano a valanga, era un uomo chiave della ‘ndrangheta. Quando ancora militava con Unione Italiana aveva fatto da garante per un traffico d’armi che era rimasto sul territorio, nascosto in cantine e casolari. Il bisogno di trovare un intermediario più sicuro, meno sospetto, si era fatto sempre più urgente, soprattutto dopo l’ingresso in maggioranza. Così le armi erano finite in un paio di magazzini di qualche circolo territoriale dell’allora movimento separatista, dove erano state trovate dopo una soffiata. Ecco il motivo del cambio di casacca di Giacchin. Che fine avrebbero dovuto fare le armi era tutto da scoprire, e la stampa brulicava di ipotesi fantasiose. L’unica cosa certa era che quel giorno Unione Italiana e il neonato Partito per l’indipendenza si erano scavati la fossa con le loro mani.

     “Adesso inizierà a fare i nomi, vedrete, e non saranno coinvolti solo quelli di Unione Italiana, questo è certo”, fece Garin. “Proviamo a telefonare al segretario Blanquin, era consapevole del piano di Giacchin?” propose Luca, che stava lentamente rientrando nel suo ruolo.

     D’un tratto uno schianto fragoroso fece tremare le pareti del locale: la porta, lasciata come al solito socchiusa, si era spalancata fracassandosi contro la macchina del caffè. Il tipo che aveva sferrato il violento calcio irruppe nel locale seguito da altri due uomini vestiti in abiti militari, armati, i volti coperti da passamontagna neri.

“Ora vi mettete tutti per terra. Lo ordina il Partito per l’Indipendenza e l’autogoverno!” A urlare era l’energumeno del pub, che Luca riconobbe subito nonostante il passamontagna. Aveva una pistola automatica stretta tra i guanti di pelle nera e, appena si accorse di Luca, strizzò gli occhietti in un sorriso feroce. Fece partire un colpo che schiantò il soffitto, in uno sbriciolarsi di intonaco e cemento, lasciando dietro di sé un fischio sordo nelle orecchie dei presenti.

“Che cazzo spari?” rimproverò uno dei tre.

Carola, Garin e Luca si accovacciarono terrorizzati sul pavimento.

“Merda” sussurrò tra sé Garin.

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Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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